Un altro modello di vita è possibile?: Karamea, il documentario di Marco Gianstefani, dal 23 Maggio al cinema

Il mio negozio, primo pomeriggio scaldato da un incerto sole primaverile. Colonna sonora “The Return of the She-King” dei Dead Can Dance. Dopo anni che non accadeva, doveva succedere e io dovevo aspettarmelo! La sindrome della pagina bianca che periodicamente colpisce anche il più grafomane degli imbrattacarte si è rifatta viva. Leggo svogliatamente notizie in

Columbus, il lungometraggio di esordio di Kogonada

Sebbene esile, è storia di inquietudini, di frustrazioni, delle loro strutture nascoste, più che delle rispettive epifanie, quella che Kogonada illustra per il tramite di un repertorio espressivo controllatissimo e legato al dettaglio prospettico, cromatico, ambientale

Diverge di James Morrison: una pacata e mesta anabasi post-apocalittica

Costruito, nonostante gli scarti imposti dalle fratture temporali, sulla linearità riflessiva dell’apologo/monito, Diverge trova il suo ubi consistam nell’assorto sconcerto del suo sentimento prevalente, sorta di precipitato in cui la malinconia del passato si sfalda per aggrumarsi subito dopo in quella sempre aspra e avvilente del futuro

Lucio Fulci/Hermann Nitsch: catarsi maligne/catarsi benigne

1996-2016. Sono già passati vent’anni dalla scomparsa di Lucio Fulci, terrorista dei generi e poeta del macabro. I suoi film, spesso e volentieri bistrattati da critica e pubblico, hanno ricevuto il giusto riconoscimento solo negli ultimi tempi

Squarci di settima arte: il cinema totale di Stanley Kubrick

Stanley Kubrick riplasma il tempo filmico, chiude definitivamente l’era delle narrazioni chiare, lucide, lineari e programmate. E lo fa senza mai rinunciare a quel magico vortice di suspense, sorpresa, incanto, potenza e affabulazione che ha fatto della sua opera uno dei rarissimi casi in cui una poetica autoriale convive con un pubblico eterogeneo

“La sottile linea rossa” di Terrence Malick: oltre la rappresentazione

La rappresentazione della morte portata all’eccesso dal regista si rovescia nella morte della rappresentazione: essa morendo ri-vela l’irrappresentabile. Malick riesce inaspettatamente a dis-chiudere lo spazio utopico (un luogo-non luogo) dove si può dispiegare una trascendenza incatturabile dalla rappresentazione e che pure presuppone la rappresentazione stessa con la sua insuperabilità ed intoglibilità

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