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DOPO MEZZANOTTE

I giorni bianchi. L’incomunicabilità ai tempi del Lockdown

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Il mio negozio, mortissimo pomeriggio di maggio.

Colonna sonora Mi ami? dei CCCP – Fedeli alla linea.

Ed eccoci qui, stavolta in tempistiche quasi giuste per quello che spero sia almeno per un po’ l’ultimo articolo sanitariamente corretto e distanziato.

Con l’augurio che già dal prossimo mese si possa tornare ad andare in giro, vedere gente e fare cose…

E in effetti il Grande Capo, con un pizzico, anzi una badilata di puro sadismo mi appioppa a chiusura di questa abbondante annata di articoli a distanza una bella rogna, ma una rogna in tema.

Ma andiamo con ordine e prima di iniziare a parlare del film I giorni bianchi lanciamo qualche doveroso avviso ai naviganti.

Molto di quello che scriverò sarà influenzato dal mio gusto personale e dalle mie inclinazioni, d’altronde se avessi voluto scrivere marchette promozionali a pagamento sarei andato a scrivere su qualche rivista patinata mainstream, non certamente su Taxidrivers, dove i redattori sono notoriamente poveri ma liberi.

Quindi è bene dirlo subito, non ho mai amato il genere psicodrammi familiari, a qualunque latitudine. 

Quelli italiani poi mi sono sempre riusciti particolarmente insopportabili.

Sarà perché inconsciamente li ritengo correi, insieme ai cinepanettoni e alle commedie  sentimentali toscane, dell’assassinio del cinema di genere nel nostro Paese.

Oltretutto va detto che i registi Davide Alfonsi e Denis Malagnino ce la mettono proprio tutta a trovare spunti urticanti per la mia sensibilità.

Forse questo era proprio l’intento generale, cioè realizzare un film che fosse politicamente scorretto (cosa che normalmente considero una virtù) e fastidioso per tutti.

Un po’ punk se vogliamo.

Se questa era l’obiettivo allora chapeau, missione compiuta e applausi in piedi.

Cominciamo con una sinistra sensazione di déjà-vu nella sequenza di apertura, dove possiamo rivivere l’inizio del Lockdown, con il discorso di Conte, durante una festa di compleanno per i 50 anni.

Per me che odio i compleanni (soprattutto mano mano che mi avvicino a quell’età), ho votato Rizzo e quindi detesto poco cordialmente tutto lo spettro parlamentare dalla maggioranza all’opposizione (se ce ne fosse una) e infine da commerciante ho vissuto il passato 2020 come un autentico bagno di sangue, è stato piacevole come una seduta dal podologo per la rimozione a freddo di calli e verruche.

Ma ripeto siamo nella sfera delle sensazioni personali.

Tecnicamente non ho trovato errori di regia.

Magari l’audio in presa diretta lo avrei evitato perché specie nei lungometraggi dopo un po’ viene a noia e crea un certo effetto alienante.

Soprattutto amplifica l’uso smodato dei silenzi che intercalano le conversazioni ossessive della coppia protagonista del film.

Hanno un figlio disabile, lei vuole un altro bambino, il marito cerca di accontentarla.

Fanno sesso senza gioia e poi lui si masturba da solo nel bagno di casa.

L’incomunicabilità la fa da padrona. 

Domina la routine del cibo preparato in maniera poco igienica, i discorsi ammorbanti e morbosi della donna che riesuma anche il fantasma di una bambina perduta tempo addietro, i lavacri al ragazzo affetto da un disagio mentale, forse una condizione autistica che lo porta a ripetere il ritornello “voglio fumare”.

Unica frase con una certa verve che spezza il peso dei silenzi e i discorsi allucinanti, fusi insieme dal rumore di fondo in un unico blocco, lanciato nello stomaco dello spettatore come un maglio da fabbro.

Un panorama domestico che non ha nulla di rassicurante, di certo più vicino ad un bunker antiatomico o a delle rovine che hanno miracolosamente resistito al crollo di una civiltà.

Per certi versi possiamo trovarci molto del cinema di Ciprì e Maresco, ma qui i freaks sono le persone normali e invece di gettare il loro disperato cinismo sulla realtà circostante lo introiettano nell’intimità della casa.

Rispetto al duo siciliano, i cui protagonisti si muovono tra le macerie di una catastrofe epocale, Alfonsi e Malagnino rinunciano alla drammatica grandiosità dell’impossibilità di essere normali.

I loro personaggi si muovono a cerchi concentrici in una serie di gesti intimistici ripetuti all’infinito e ogni volta in un modo sempre più dissociato dalla realtà.

Come in una lenta discesa nel maelstrom il loro è un universo vicino all’entropia massima e non muore con un’esplosione ma con un rantolo.

Indubbiamente c’è una poetica di fondo in tutto questo anche se non rientra nel mio immaginario.

Ma gli amanti del genere non faticheranno a coglierla.

I giorni bianchi è un film crudele, spietato e cinico.

Forse lo avrei anche trovato potente se i registi avessero deciso di puntare la loro carica nichilista verso un obiettivo sociale esterno al microcosmo in cui si svolge l’azione.

Forse è un film che deve essere visto più e più volte per essere colto a pieno in tutte le sue sfumature.

Credo tuttavia che almeno per il momento non sia pronto ad una seconda visione e quindi resterò con il dubbio.

Indubbiamente gli riconosco un alto grado di perizia tecnica e il merito di essere un esperimento coraggioso che tuttavia non è sufficiente a modificare il mio giudizio negativo sul genere.

Ciò non toglie che esista una platea, anche vasta, potenzialmente interessata alla proposta  che non mancherà di trovare in essa piena soddisfazione alle proprie aspettative.

Per conto mio, fortunatamente posso dire di avere un ricordo meno drammatico del periodo di quarantena in cui perlomeno ho potuto implementare le mie capacità culinarie.

Per il resto, per una volta mi trovo ad essere in sintonia con il sentimento della stragrande maggioranza delle persone che vogliono lasciarsi alle spalle quest’esperienza, rompendo il muro dell’incomunicabilità e ricominciando a socializzare.

Nel nostro caso ovviamente e soprattutto nei festival e nelle sale cinematografiche che ci auguriamo di tornare a vedere affollate come una volta.

Colonna sonora Partytime dei 45 Grave.

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I giorni bianchi

  • Regia: Davide Alfonsi e Denis Malagnino
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