Seduto nel soggiorno di una casa di collina, di fronte un paesaggio che allunga la vista fino al mare, sono letteralmente soggiogato da Capo Palinuro, incorniciato a circa dieci chilometri di distanza dai bordi della grande finestra aperta, sebbene rinfreschi da un po’ per via della pioggia. Sì, è agosto e vien giù acqua qui in Cilento, così il consueto bagno è saltato. Allora ho preso un libro e mi sono sprofondato sul grande e invitante divano che è di fronte al finestrone; vicino a me Ilde fa altrettanto. Ma il mio libro ora riposa sul poggiolo del divano, perché è impossibile leggere di fronte a tanta struggente bellezza. Dai monti dietro casa ecco i tuoni del temporale in arrivo; la pioggia si fa ancora più insistente sulla collina di San Mauro la Bruca, minuscolo paese dell’entroterra snobbato dal turismo di massa, mentre dietro Capo Palinuro nel cielo un tanto più celeste del mare, per ora si impone solo qualche nuvola bianca.
E’ un paesaggio fermo nel tempo quello che mi sta letteralmente ipnotizzando, anche perché intriso di leggenda virgiliana; fu proprio laggiù che Enea seppellì il fido nocchiero Palinuro prima di raggiungere le coste laziali. Ed è difficile adesso, con questa visione mista a suggestione letteraria, immaginarsi lì, in fondo a tutto, il turbinio di persone e di auto che lungo la costa da Pisciotta arriva fino a Marina di Camerota passando per il caotico abitato di Palinuro. Quella frenesia era palpabile il giorno prima, quando io e Ilde siamo scesi a caccia di uno stabilimento balneare che avesse una parvenza di tranquillità, altro che mitologia! Ma per fortuna Pasquale, il proprietario della casa in cui soggiorniamo, che, seguito dalla sua fedele lupa, ora passa di fronte a noi armato di tuta bianca e visiera indispensabili per togliere il miele alle api, ci ha detto che in inverno, nelle giornate più limpide, all’orizzonte si staglia finanche l’imponente Stromboli.

Più tardi, è pomeriggio inoltrato ormai, questa volta seduto fuori, su un ciocco di legno appartenuto a qualche albero dei dintorni, sono nuovamente di fronte a quel paesaggio fermo nel tempo, che ora ha cambiato luce, oscurato da grigie nubi di fine giornata dalle quali sprizzano gli ultimi bagliori del sole al tramonto. Sul lato sinistro fulmini minacciosi restituiscono ulteriore drammaticità alla visione. Sono euforico, anche perché quest’anno l’estate si è rivelata più calda del solito, tanto da prefigurare oscuri presagi ben più spaventosi dei tuoni e dei lampi. E l’indomani mattina eccomi di nuovo qua, rapito davanti a quel paesaggio immobile ma ricco di invisibili promesse, questa volta circondato solo dall’azzurro cielo, a ricordarmi che l’estate per fortuna non è andata via, anche se la brezza proveniente dal mare ha finalmente allontanato il caldo soffocante dei giorni scorsi.
Penso al grande Paul Cézanne, alla sua ossessione per Sainte-Victoire, il monte che ha accompagnato la vita dell’artista fin dall’infanzia, protagonista di quelle che sono tra le sue opere più belle e intense. Sainte-Victoire, la montagna violetta protettrice di Aix-en-Provence, che il nostro, con tutte le luci possibili prodotte dai suoi acquerelli, dipinse fino alla morte. Un’ossessione che durò per ben vent’anni!
Paesaggi dell’anima quelli di Cézanne, che travalicano il realismo per farsi un po’ per volta visione quasi astratta grazie a una progressiva dissoluzione della forma, capaci infine di dettar legge a gran parte dell’arte contemporanea. Ma che Cezanne stesso ammoniva dall’inserirli subito in un ambito onirico. Piuttosto, per restituire l’anima più profonda di Sainte-Victoire, Cézanne s’impose delle vere e proprie ricerche geologiche, perché è dalla materia che nascono anche i sogni. Dalla materia e dalla luce, meglio se con un sapiente utilizzo dei toni freddi e dei toni caldi. D’altro canto, come lui stesso scrisse, “il colore è biologico, è vivente, ed è il solo a fare viventi le cose.” Ed io, che certo un Cézanne non sono, mi limito ora a fotografare con il cellulare il mio paesaggio concreto e sfuggente al tempo stesso; immagini anche banali, ma che, forti delle suggestioni provenienti dal maestro francese, prendono significato perché, appunto, anch’esse paesaggi dell’anima piuttosto che mera riproduzione dell’esistente.
D’altro canto l’interesse ai paesaggi ha sempre influenzato il mio percorso di regista-documentarista. Il paesaggio come essere vivente, finanche personaggio-testimone, è parte del mio cinema e un po’ per volta mi ha permesso di guardare (non sta a me dire se poi ci sia riuscito o meno) al mondo che ho di fronte, oltre l’immediatamente visibile. Perché non è importante quello che vediamo, ma quello che sappiamo e vogliamo vedere. Quel paesaggio che tanto ci ossessiona infine siamo noi stessi, bisognosi di superare la sola “banale” realtà per tuffarci nel mistero della vita, fino a diventare anche messaggio. Confesso, devo ammettere che tra un pur sempreverde film di Flaherty, che so, Nanook l’esquimese o L’uomo di Aran, e le visioni, per così dire casalinghe ma non per questo poco esotiche, che ossessionarono Cézanne a cavallo tra 800 e 900, oggi scelgo le seconde.
Sainte-Victoire ricreata dal grande maestro, infine è dentro di me e oggi mi parla attraverso Capo Palinuro. Domani lo farà in altre forme.

Palinuro, 23 agosto 2022