Nico 1988

Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli: somme esistenziali di un’icona

Con Nico, 1988, Susanna Nicchiarelli si carica di una vera e propria sfida: raccontare il ‘dopo e il comune’ di una donna non comune e neppure semplice (nell’accezione letterale del termine): Christa Päffgen, in arte Nico, attrice, modella, pupilla di Andy Warhol, donna dei Velvet Underground, precorritrice del gothic rock, dell’underground degli anni ’80

Maria per Roma

Maria per Roma: Karen di Porto e la sua Roma ambivalente, irraggiungibile

Maria per Roma, opera prima di Karen di Porto presentata allo scorso Festival di Roma, è una pellicola femminile, intima, malinconica, agrodolce e stralunata, capace di cogliere in modo immediato l’ambivalenza di una città unica, irraggiungibile. La regista, interprete principale del pezzo di vita in cui ci immergiamo, è una Amélie all’italiana. Sognatrice e romantica, vive la

70 Festival di Cannes: Le Redoutable di Michel Hazanavicius, il discusso film sulla storia d’amore tra Jean-Luc Godard e Anne Wiazemsky (Concorso)

Le Redoutable è una pellicola assolutamente presuntuosa. Presuntuosa l’idea di imbastire un film su Godard ancora in vita, presuntuoso andare a toccare una sorta di mito intellettuale e cinematografico attraverso i ricordi di una ex moglie. E soprattutto presuntuoso per un regista di sicuro non geniale e talentuoso, andarsi a confrontare sullo stesso terreno con una figura indubbiamente rivoluzionaria

Sole Cuore Amore di Daniele Vicari, con Isabella Ragonese, da oggi al cinema

Vicari non si sporca le mani, si tiene troppo lontano da ciò che racconta, non lo abbraccia con forza, violenza, poesia, delicatezza. La macchina da presa è staticamente sulla rappresentazione e sempre maledettamente lontana da primissimi piani. La colonna sonora di Stefano di Battista è un ulteriore stacco, mediazione, che ci allontana dalla verità della vita

69 Festival di Cannes: Fai bei sogni di Marco Bellocchio

Fai bei sogni è un inno di amore e di terrore verso la figura della madre, che Bellocchio attraversa ripercorrendo la vicenda autobiografica di Massimo (indossato nel volto e nell’anima da un convincente Valerio Mastrandrea), che in tenera età si vede improvvisamente e violentemente strappare via la sua giovane mamma

69 Festival di Cannes: La fille inconnue di Luc e Jean-Pierre Dardenne

Il minimalismo formale e sostanziale dei Dardenne, sottratto al superfluo-superficiale tecnico e narrativo, è carico di una densità espressiva straordinaria, che eleva-svela le contraddizioni, le qualità, le bassezze dei protagonisti su cui accentra l’attenzione. Con i Dardenne ci riconosciamo uomini e donne uguali

Festa del Cinema di Roma: Heaven will wait di Marie-Castille Mention-Schaar (Alice nella Città)

La sezione Panorama di Alice nella Città porta alla nostra attenzione un argomento attualissimo e delicatissimo: la follia della jihad e la sua ombra occidentale, il reclutamento di giovanissimi europei in Siria. Heaven will wait di Marie-Castille Mention-Schaar entra nel dramma delle famiglie francesi e dei loro figli improvvisamente radicalizzati nell’Islam, pronti ad abbandonare tutto e ad immolarsi per Allah

73 Festival di Venezia: Home di Fien Troch (Orizzonti)

Chi l’ha detto che la giovinezza è l’età più bella della vita? Home conferma la domanda in pieno. L’adolescenza è un periodo terribile. Fien Troch ha davvero diretto bene i suoi attori, in primis i ragazzi, in un non detto che dà forza più delle parole. Tutta la fragilità, l’incapacità di esternare le proprie emozioni, un silenzio carico di paura nel non trovare le parole adatte, nel non volerle usare, non saperle usare

73 Festival di Venezia: Brimstone di Martin Koolhoven (Concorso)

La misoginia e la religione risultano ancora indissolubilmente legate nel XXI secolo. Martin Koolhoven ce lo ricorda nel concorso elaborando con Brimstone un western da lui definito soprattutto olandese, frutto di una formazione calvinista e della maturità vissuta in un paese protestante. La pellicola mette in scena una vicenda di una crudeltà artificiosa nell’accanimento di orrore a cui è sottoposta Liz, incarnata da una matura interpretazione di Dakota Fanning

73 Festival di Venezia: Shabhaye Zayandeh – rood di Mohsen Makhmalbaf (Venezia Classici)

L’apertura di Venezia Classici e delle pellicole restaurate che hanno fatto la storia del cinema nella lucente sala rossa, il Giardino, nuovo fiore sbocciato al lido dal buco di amianto in bella vista nel passato, questa edizione ha omaggiato una delle straordinarie figure cinematografiche dell’Iran, Mohsen Makhmalbaf, icona artistica di una libertà espressiva e visiva portata avanti con coraggio e determinazione, fino al sofferto e inevitabile auto esilio in Europa

73 Festival di Venezia: Les beaux jours d’Aranjuez di Wim Wenders (Concorso)

La differenza di un uomo e una donna davanti ad una mela, all’eternità. Così Wim Wenders in conferenza stampa sintetizza il suo Les beaux jours d’Aranjuez, film in concorso che culla nel 3D e dietro la macchina da presa l’omonimo testo teatrale dell’inossidabile suo compagno di viaggio, il talentuoso cantore contemporaneo Peter Handke

73 Festival di Venezia: Nocturnal animals di Tom Ford (Concorso)

Tom Ford, il creativo della moda che ha ormai anche casa nel cinema, porta in Concorso una riflessione capace di reggersi in piedi senza se e senza ma. Seconda pellicola, della maturità quasi raggiunta, questo Nocturnal animals, mondo a due dimensioni sia materiali che spirituali, confronto tra l’essere in potenza e l’essere in atto, tra la realtà e l’utopia, tra forza e debolezza nel mondo animale degli umani che Ford non ci fa mai dimenticare. Sin dalle prime visioni del patinato mondo dell’arte in cui veniamo gettati

73 Festival di Venezia: Prevenge (Sic) e Hounds of love (Giornate degli Autori)

Prevenge, film di apertura della Settimana della Critica, e Hounds of love, scovato nelle Giornate degli autori, tengono ferma l’asticella sulla sottomissione- subordinazione del femminile al maschile sociale, politico, economico: una legge di natura apparente (visto che la donna è il sine qua non per la continuazione della specie), che anche nei paesi occidentali pare eterna nei secoli dei secoli

Tom à la ferme

Tom à la ferme si avvale di un’estetica completamente diversa, che annulla, nell’abbracciare un genere (il thriller psicologico), i cliché (sia visivi che di tratteggio dei personaggi) che avevano invece impresso il suo precedente lavoro. Ed è un lungometraggio totalmente autoriale, che si lega appena agli angoli di un thriller e di una psiche da deviazione standardizzata, scavando con straordinaria profondità simbolica, visiva e narrativa nella nevrosi di due esseri che cercano di colmare i rispettivi vuoti.

69 Festival di Cannes: Elle di Paul Verhoeven (Concorso)

Paul Verhoeven è la sorpresa dell’ultimo minuto. Elle ravviva una chiusura di questa edizione del festival di Cannes accompagnata da pellicole fischiate e imbarazzanti. Adattamento cinematografico del romanzo del 2012 Oh… di Philippe Djian, Verhoeven lavora sul canovaccio scritto dallo sceneggiatore David Birke con tutta la maestria nel pilotare, incrociare, isolare i molteplici stimoli contrastanti che ci attraversano.

69 Festival di Cannes: The neon demon di Nicolas Winding Refn (Concorso)

NWF porta a Cannes nel Concorso la sua riflessione su un tema assolutamente attuale e indispensabile: il ruolo della bellezza in un tempo in cui l’uomo ha dimenticato la sua finitezza. Con The neon demon tenta di raccontare una delle ossessioni del XXI secolo. Tentativo fallito, pur con degli inserti e degli spunti interessanti

69 Festival di Cannes: Ma’ Rosa di Brillante Mendoza (Concorso)

Brillante Mendoza aggiunge al puzzle impressionista della sua infernale Manila un altro tassello prezioso con Ma’ Rosa, pellicola presente nel concorso ufficiale, più misurata (se nel suo cinema è possibile adottare questa definizione) nella forza espressiva di tensione visiva e narrativa rispetto all’immenso Taklub (portato a Cannes dentro Un certain regard l’anno scorso) ma sempre dirompente

Mistress America

Noa Baumbach dimostra di conoscere bene il mondo che racconta, lasciandosi però calcare la mano nel mettere in scena situazioni e personaggi estremizzati troppo nel “no sense” che simboleggiano. La pellicola raggiunge dei picchi di esplosione-implosione dei dialoghi, che non aggiungono nulla di nuovo a caratterizzazioni già assorbite in pellicole di questo genere, e che suscitano appena qualche sorriso, ma nulla di più

Remember

La pellicola di Atom Egoyan è perfetta fino alla ‘veritá da thriller’ che la snatura completamente, privandola di quell’illuminazione sulla ‘cura’ e la pulizia materiale del tempo verso gli orrori piú grandi, sull’addio fisico e materiale dell’olocausto a questo mondo nella morte dei suoi ultimi superstiti.

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