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PANORAMA

Le migliori registe donne che hanno segnato il cinema internazionale

Dagli Stati Uniti all’Italia passando per il Libano e la Danimarca: con uno sguardo internazionale, ecco le migliori registe donne contemporanee che difendono e creano il cinema al femminile

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In un mondo professionale popolato dal maschile, conosciamo le migliori registe donne che hanno segnato il panorama cinematografico internazionale e continueranno a farlo. Regia è femmina, anche. C’è da dirlo e ricordarlo, anche se il movimento #MeToo ha aiutato tantissimo a rivendicare la parità di genere, specialmente nel maltrattato ambito artistico.

Una sentenza dal tribunale non ha che sigillato questa consapevolezza: l’effetto Weinstein con cui da un secolo le artiste di Hollywood si devono confrontare, è una radice comune in tutto il mondo. Malgrado le difficoltà e i pregiudizi, la regia al femminile ci ha regalato nomi ed esempi notevoli in diverse parti del mondo. Il tema mi sta particolarmente a cuore e mi sono dedicata in più occasioni, ad indagare cosa sia andato perso a livello di ricchezza artistica, in questa disparità di genere. In altri termini, è possibile che il punto di vista di genere dominante abbia omogeneizzato l’offerta al punto da rendere (almeno in passato) tutto il cinema, un’arte “maschile”?

Sul maschilismo c’è grande accordo, che gli stereotipi sono facili da riconoscere. Ma sul respiro artistico mascolino al confronto con quello femminino, c’è una grande confusione e parzialità. È l’universo del talento, dell’ispirazione, dell’interpretazione e dello sguardo proprio.

Per indagare se sia mai possibile sentire questa differenza, conosciamo quelle che sono nel 2020 le dieci migliori registe donne in circolazione. Una selezione di nomi internazionale, con un leggero sbilanciamento verso Hollywood per una evidente abbondanza di casi.

Kathryn Bigelow

Kathryn Bigelow

Quale miglior inizio per una selezione delle migliori registe donne: una statunitense abilissima, donna elegante e narratrice consapevole e profonda. Kathryn Bigelow è la prima donna ad aver vinto un Premio Oscar alla Regia e questo è successo soltanto dieci anni fa. Uno spunto di riflessione.

La Bigelow arriva al lungometraggio nel 1981, ma si fa notare nel 1990 dirigendo Jamie Lee Curtis nel film Blue Steel – Bersaglio mortale. Il riconoscimento arriva poi l’anno seguente con Point Break – Punto di rottura, dove il moro Keanu Reeves surfa insieme alla follia del biondo Patrick Swayze. Nel 1995 è la volta di Strange Days, geniale e folgorante: la sua regia è cruda, coinvolgente. Questo sci-fi distopico, la porta dritto ad anticipare il suo più grande successo riconosciuto, con il quale appunto arriveranno ben sei Oscar. È The Hurt Locker, con un Jeremy Renner seriamente esplosivo. La Bigelow ha guardato da vicino la guerra, il confronto armato; nei suoi film i conflitti non sono solo nell’intimità dei protagonisti, ma si muovono su scala mondiale. Si ripropone come tale anche nei seguenti Zero dark Thirty (2012) e Detroit (2017). La crudezza con cui racconta farebbe pensare che dietro l’obiettivo ci sia chiunque, ma non di certo una signora. A proposito di stereotipi.

Le migliori registe donne

Jane Campion 

Dall’Australia una esponente brillante della cinematografia aussie: Jane Campion. Se la Bigelow è stata la prima a conquistare la statuetta americana, la Campion è stata la prima e (finora) unica donna ad aver vinto la Palma d’Oro a Cannes. Il riconoscimento è arrivato con la sua opera summa, Lezioni di piano (1993): la sua Ada (Holly Hunter), pianista muta, viene catapultata in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato. Palpita di emozioni sublimi e vive nelle note scroscianti del suo pianoforte. Mai nessun personaggio contemporaneo ha potuto fare a meno delle parole con risultati così perfetti.

Il film ha fatto un pezzo di storia del cinema, e la Campion ha un po’ “pagato” i livelli altissimi a cui questa sua pellicola è arrivata. I film seguenti raccontano spesso di donne del passato (Ritratto di signora, Bright Star), e le sue protagoniste sono personalità forti che si affermano e si distinguono.

Andrea Arnold

Andrea Arnold

Il capello rosso e la frangetta cortissima e densa: Andrea Arnold, attrice, regista e produttrice inglese. Si presenta al mondo con un cortometraggio premiato agli Academy nel 2005, Wasp. Ama raccontare la realtà inglese con una preferenza per i personaggi giovani, ma si è avventurata anche in terreno americano.

Fish Tank (2009) balla ritmi hip hop di una adolescente in dichiarata ribellione e rottura con la madre, che riacquista fiducia nella vita quando incontra il nuovo compagno della madre, un Michael Fassbender che convincerebbe chiunque. Nel 2011 porta a termine un adattamento aspro, buio e veritiero, del romanzo di Emily Bronte, Cime tempestose. Mi ha spinto a rileggerlo dopo anni dal primo incontro.

Dai campi piovosi della campagna inglese, si sposta negli Stati Uniti per raccontare nuovamente di adolescenza con American Honey (2016). Le sue protagoniste sono ostinate fino all’osso, così come lo è lei, che è arrivata alla regia relativamente tardi e ci sta mettendo tutta quella caparbietà che ci racconta.

Susanne Bier

Susanne Bier

Danese di nascita, Susanne Bier si forma in architettura e poi passa al cinema. Fa l’ingresso sulla scena internazionale nel 2002 con una pellicola che abbraccia la narrativa Dogma e riesce nell’intento di creare un intenso conflitto emotivo, nella complicata vicenda di tradimento raccontata in Open hearts (2002). Magistrale il contributo dei quattro attori Mads Mikkelsen, Sonja Richter, Nikolaj Lie Kaas e Paprika Steen. Nel 2004 convince il Sundance Film Festival con Non desiderare la donna d’altri, che arriva anche nelle sale italiane. Qui la Bier dirige un altro noto volto danese molto forte, Ulrich Tomsen.

Le sue storie mettono i personaggi di fronte ad amori proibiti, a sentimenti combattuti che spingono l’essere umano ai limiti dell’accettazione, del tollerabile, del concesso. Così come nel lungometraggio del 2006, Dopo il matrimonio, candidato agli Oscar. La statuetta arriva l’anno seguente con una travolgente storia che porta la giustizia ai limiti estremi, dove il bene e il male si mischiano e si scambiano di ruolo: è la volta del suo film meglio riuscito, In un mondo migliore. Nel 2012 si dedica alla commedia con risultati interessanti: alleggerisce i toni ma prosegue la riflessione sull’amore, il tradimento e la famiglia. Pierce Brosnan è il padre dello sposo in Love is all you need. In anni recenti è arrivata a Hollywood, ma mai come nella sua Danimarca ha prodotto opere di rilievo.

Sofia Coppola

Sofia Coppola

Figlia d’arte riconosciuta, si muove come attrice per diverso tempo. Esordisce alla regia con Il giardino delle vergini suicide (1999), ed è subito amore. Nel 2003 scrive quello che diventerà poi un cult movie degli anni Duemila, Lost in translation: Bob (Bill Murray) incastrato a Tokyo per un video pubblicitario, conosce Charlotte (Scarlett Johansson), anche lei in città. Bellissima la relazione tra solitudini che si fanno compagnia e si muovono in una città incomprensibile. Il film riceve l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura.

A quel punto, Sofia Coppola ha già conquistato le platee internazionali, e l’uscita nel 2010 di Somewhere, anche se non egualmente ben riuscito, riceva una giusta accoglienza. La Coppola esamina qui un rapporto leggermente diverso: una paternità insolita di un viziato e ricco attore che si trova la figlia undicenne in giro per casa.

Tra le due storie, nel 2006, Sofia Coppola ha diretto Kirsten Dunst nel ruolo di Maria Antonietta (Marie Antoinette). Tornerà alle stesse atmosfere storiche nel 2017 con L’inganno, l’ultimo film uscito nei cinema e firmato dalla regista.

Le migliori registe donne

Ava DuVernay

Regista, produttrice, distributrice afroamericana. Ava DuVernay ha contributo alla scena black con passione ed enorme dignità artistica. I suoi film sono non solo lavori magistralmente diretti, ma manifesti dell’identità culturale afro-americana, appunto. Non arriva da una formazione prettamente cinematografica e il suo talento alla regia è davvero qualcosa di innato. Si è portata a casa diversi primati, in qualità di regista donna di colore, soprattutto grazie alle due pellicole Middle of nowhere (2012), con cui vince il Sundance, e il sorprendente Selma (2014). Qui Ava DuVernay dirige David Oyelowo nei panni di Martin Luther King Jr., nella sua celeberrima battaglia per il diritto di voto.

Ecco che la produzione Netflix articolata, perfettamente documentata e intimamente toccante di 13tharriva nella filmografia della DuVernay come un passo necessario: la regista esplora il sistema penitenziario statunitense, le disuguaglianze e le ingiustizie perpetrate nei confronti dei neri d’American, nel tempo. L’opera gli vale, senza sorpresa, la candidatura agli Oscar. Sull’onda dell’indagine e della rivendicazione, la recente miniserie firmata Netflix When they see us, un successo anche per ciò che rappresenta: ripercorrendo la tragica vicenda dei “Central Park Five”, la DuVernay riflette sull’onnipresente razzismo della società americana. La sua voce si fa sentire.

Nadine Labaki

Nadine Labaki 

Bellissima attrice e regista libanese, Nadine Labaki è il suo stesso volto protagonista nei film che dirige. Squisitamente perfetta nei ruoli richiesti e sensualmente presente a schermo.

Il mondo la scopre dopo il successo internazionale di Caramel (2005). Un esordio alla regia di una delicatezza ispirante, una narrazione che non potrebbe che essere redatta da una donna, nella sua celebrazione orgogliosa della femminilità. Il racconto è anche visceralmente legato alla sua terra, il Libano appunto, un luogo di contraddizioni e fermento. L’opera seconda esce nel 2012 ed è Ed ora dove andiamo? dove la Labaki porta sul grande schermo i conflitti religiosi che segnano il suo Paese.

Il terzo lungometraggio è un successo indiscusso e mondiale. Si chiama Cafarnao – Caos e miracoli (2018), e probabilmente è riuscito a far piangere tutti quelli che l’hanno visto. Zain sta scontando cinque anni di carcere per un crimine indotto dalla vita miserabile a cui è costretto. Mentre è in prigione, denuncia i genitori per averlo messo al mondo nella disperazione, ed esser stati incapaci di crescerlo nel bene. Li porta in tribunale e dall’aula, in elissi varie, si va rivivendo la storia sofferta e polverosa della sua vita, nella Beirut dei diseredati. Il cuore grande di Zain è messo continuamente sotto pressione, e la maturità con cui affronta il pericolo e il male è disarmante.

La Labaki ha consacrato se stessa alla storia del cinema con queste poche, ma preziose perle.

Le migliori registe donne

Alice Rorhwacher 

Nella selezione di un nominativo nostrano, ho voluto voltarmi al presente. Se la Wertmüller o la Cavani sono sicuramente tra i nomi più noti, Alice Rorhwacher è dal mio punto di vista, il germoglio in fiore dell’Italia contemporanea. Quale regista di lungometraggi fiction, ha diretto solo tre film, ma ha mostrato un’evoluzione, un crescendo di consapevolezza narrativa e registica ammirevole.

Inizia nel 2011 con il suo tenerissimo Corpo Celeste, dove Marta, ritornata in Calabria dopo diversi anni all’estero, deve affrontare il suo percorso di preparazione spirituale verso la cresima. Il sacramento è un pretesto per un confronto edulcorato con la Chiesa di provincia e una esplorazione della adolescenza, momento di cambiamenti e di formazione dell’identità. Il secondo film, un ritratto largamente autobiografico, è Le meraviglie (2014) che racconta di un’insolita famiglia di apicoltori della provincia toscana. La maggiore delle quattro figlie, Gelsomina, vorrebbe partecipare ad un programma televisivo, ma il padre si oppone solidamente; nel mentre i loro equilibri sospesi nel tempo e nello spazio dai ritmi delle api, vengono scossi dalla presenza di Martin, che dal riformatorio arriva a casa loro, per un percorso di reinserimento sociale e recupero. Un nuovo straordinario tuffo nell’adolescenza, ma quella un po’ insolita, di ragazzi fuori dalle righe: vagamente disadattati, questi fanciulli, tentano di entrare nel sistema senza intimamente condividerne il pensiero.

L’ultimo film è Lazzaro Felice (2018), dove la Rorhwacher dirige il volto nuovo di Adriano Tardiolo e ci offre un racconto senza tempo sulla “banalità del male”, e la purezza del bene.

Habituée del Festival di Cannes (Grand Prix della Giuria e poi Miglior Sceneggiatura), con i suoi modi pacati e la sua dialettica moderata, osservatrice, Alice Rorhwacher ha portato la provincia italiana nel mondo. E si è fatta portavoce della scoperta dei sentimenti e dei bisogni del popolo nei suoi personaggi candidi e fallibili.

Greta Gerwig

Greta Gerwig

Grande sorpresa degli anni recenti, Greta Gerwig viene dalla recitazione e ha militato fruttuosamente nel movimento indie americano degli anni 2000. La sua faccia resterà a lungo incollata al ruolo di Frances Ha (2012) di Noah Baumbach, che miglior interpretazione, così fresca genuina ed esilarante, di rado si è vista.

Poi, nel 2017, scrive e dirige Lady Bird, ed è subito amore. È una pioggia di consensi da ogni parte, critica e pubblico: Christine, in arte Lady Bird, fa innamorare con i suoi deliri adolescenziali e la sua cocciuta ricerca dell’università lontano da casa. Amicizie che vanno e che vengano, litigi sanguigni con la madre, la verginità e le menzogne. La commedia drammatica della Gerwig è ottimamente scritta e femminilmente diretta, così come deve essere.

Alla seconda opera la Gerwig rimane tra donne, perché porta sullo schermo la sua versione di Piccole donne (2018); nel cast delle sorelle, nuovamente Saoirse Ronan, ma anche Emma Watson, Florence Pugh ed Eliza Scanlen. Tutto il lavoro degli attori è stato ritenuto eccellente, così come la regia: ma la candidatura agli Oscar è mancata, sollevando un discreto polverone attorno a questa regista esordiente che con la sua arte, spettina i colleghi uomini più maturi.

Annunciato il prossimo film: di chi parla? Di Barbie, e di chi se no.

Le migliori registe donne

Vivian Qu

Facendo un salto nel lato asiatico del mondo, nominiamo questa produttrice esperta e regista attenta dalla Cina: Vivian Qu. Anche la sua è una filmografia ridotta, ma siamo attenti, in questa lista, a dare voce ai talenti emergenti.

La Qu azzecca due produzioni, scoprendo il regista Diao Yi’Nan che sostiene nell’acclamato Fuochi d’artificio in pieno giorno (2014). Quando passa alla regia, inizia con un dramma intimista dal titolo Trap Street (2013), ambientato a Nanchino, dove un ragazzo che fa rilievi per mappe si imbatte in una ghost street. Non mappata, introvabile, innominabile. In quella strada incontra una oscura donna, e via di ulteriore mistero.

Un avvio interessante, ma mai quanto la sua ultima produzione: un film straordinario su un tema delicatissimo, Angels wear white (2017). Vivian Qu racconta di pedofilia, nella Cina dell’omertà e del potere gerarchico. E lo fa con una bellissima narrazione realizzata dagli occhi della vittima adolescente, che vittima non si può sentire fino in fondo perché costretta a normalizzare la sua esperienza per imposizione del sistema. Un prodotto straordinario: coraggioso, delicato e premuroso allo stesso tempo.

Wachowskis

Chiudiamo la selezione ridotta delle dieci migliori registe nominando una coppia all’undicesimo (e dodicesimo) posto.

Come poter escludere le signore Lana e Lilly Wachowski dalla lista delle migliori registe donne? Bè, non si tratta di discriminazione. Pur orgogliosamente sostenendo le rivendicazioni messe in piazza dal #MeToo, e quindi in realtà proteggendo anche la categoria LGBT, qui abbiamo tuttavia scelto di includere quelle registe che hanno dovuto combattere per un riconoscimento carente di tinte rosa. Per quanto siano titolari di opere straordinarie, Lana e Lilly Wachowski nascono come “i fratelli Wachowski”, e così dirigono la trilogia (che a breve sfornerà il quarto episodio) del memorabile Matrix. Il cinema mancherebbe di un pezzo di cuore se Matrix non fosse stato creato.

La loro transizione porta incredibile orgoglio e riconoscimento al transgender e una notevole sensibilizzazione alle questioni di genere. Che come si è potuto notare, hanno innumerevoli sfumature di rosa, tanto che si spingono fino al fluo con i rasta.