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Approfondimenti

Perchè è giusto dire che Titane di Julia Ducournau è un film mutante

Un' unione dei corpi fisica e spirituale

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titane julia ducournau

Divisorio per natura, Titane di Julia Ducournau è soprattutto un film mutante. Nel vero senso della parola.

Unione dei corpi in Titane di Julia Ducournau

titane julia ducournau

Nella prima sequenza di Titane Julia Ducournau annuncia le caratteristiche della protagonista attraverso la messinscena di un rapporto duplice, opposto e finanche antagonista. Facciamo riferimento a quello intimo, viscerale e nascosto di Alexia con gli “organi caldi” del motore dell’auto su cui viaggia assieme al padre. E poi all’altro, superficiale, divisorio e privo di calore, del genitore verso la figlia seduta dietro di lui.

Fin dal principio – lo dice il modo in cui la regista filma gli attori, separati da singole inquadrature e, nell’unica insieme, resi con un punto di vista obliquo, a sottolineare l’anomalia del contesto – lo scarto tra bene e male, tra pulsioni omicide e bisogno d’affetto trova riferimento nelle modalità del (non) contatto fisico così come in quelle relative alla (non) condivisione degli spazi. Interrotta prima del suo farsi, a causa dell’incidente che obbligherà la ragazza a vivere con una placca di Titano inserita nella scatola cranica, il senso della scena si inserisce in Titane come una sorta di coito interrotto. Una mancanza di catarsi a cui Julia Ducournau darà compimento agognando per tutto il film un’unione dei corpi prima di tutto fisica e poi, semmai, spirituale. Sotto questa ottica, oltreché materico, Titane è un film di superficie – anche dal punto di vista visuale -, in cui gli istinti vengono prima di ogni ragione.

Oltre le differenze di genere

Titane di Julia Ducournau è un film che va oltre la discussione sulle differenze di genere. La metamorfosi dei corpi, le tendenze sessuali, l’ambivalenza dell’identità non diventano mai una questione militante bensì la forma (non il modo di essere, è importante notarlo) di necessità affettive, ma anche di bisogni di tipo pratico. Come lo è la paura di invecchiare di Vincent Lindon, sedata attraverso l’assunzione degli anabolizzanti necessari a far gonfiare i muscoli, come pure la necessità di Alexia di mutare aspetto per non essere riconosciuta da chi la sta cercando.

Si potrebbe obiettare che quelli sopra sono espedienti di genere utilizzati dalla regista per trasfigurare i temi in questione nella maniera più in voga nel cinema d’autore degli ultimi anni. A riguardo, se non bastassero le ripetute prese di posizione del personaggio di Lindon, disposto a prendersi cura di Alexia al di là di quello che lei decide di essere, a mettere in discussione la ricerca di una posizione netta e definitiva è la dialettica tra Alexia e la macchina di cui la ragazza resterà, forse (forse, perché i livelli di coscienza presenti nella narrazione mettono più volte in discussione il senso di ciò che vediamo), incinta.

Donna ex machina

titane julia ducournau

Dapprima la regista ne propone la relazione con un’accezione positiva, considerando la macchina come surrogato capace di sostituire il mancato affetto genitoriale e, per questo, destinata a rimandare a un rapporto esclusivo che non può essere violato. Come testimonia la scelta di far iniziare la scia di sangue quando l’ammiratore si sporge verso Alexia, baciandola all’interno dell’abitacolo, ignaro di profanare la sacralità di quello spazio. Poi, dopo averla strappata alla manifestazione più comune dell’immaginario maschile, se ne serve per riprodurre l’iconografia di uno dei massimi feticci della mascolinità, quello della donna/Alexia disposta a fare da ancella allo strapotere maschile, ballando sopra la scocca di un fiammeggiante prototipo parcheggiato all’interno di un salone espositivo. Arrivando agli antipodi del discorso iniziale con la possessione della ragazza da parte della macchina in una delle sequenze più emblematiche del film (anche per la coesistenza di eccessi di segno opposto): quella in cui Alexia finisce per sottomettersi al potere dal quale sembrava rifuggire.

Titane di Julia Ducournau è un film mutante

Ma Titane non sarebbe lo stessa cosa se, tra i suoi pregi, non ci fossero scelte formali in grado di sostenerne la carica emotiva. Su tutti la scelta di montare il lungometraggio come fosse raccontato per capitoli successivi, avendo cura e, diciamo noi, anche la capacità, di stravolgere completamente il panorama scenico narrativo apprezzato un attimo prima. Così avviene per tutta la durata del film, attraverso un climax che raggiunge il suo apice allorché, senza nessun preavviso, ritroviamo Alexia a casa di Vincent, disposta ad assecondare la convinzione dell’uomo sul fatto che lei sia, per davvero, il figlio (maschio) fuggito da casa.

Un cambio di rotta – e di personalità -, destinato a perturbare lo spettatore quasi quanto quello pensato da David Lynch per il protagonista di Mullholland Drive (qui per questo e altri film del regista).

Al di là delle implicazioni narrative, ciò che qui interessa è notare come le mutazioni presenti all’interno della storia siano parte integrante di un dispositivo in cui, attraverso il montaggio, forma e contenuto sono investiti della stessa natura cangiante. In questo senso è appropriato definire Titane un film mutante. Lo è nel vero senso della parola.

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Titane di Julia Ducournau

  • Anno: 2021
  • Durata: 108
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Francia, Belgio
  • Regia: Julia Ducornau
  • Data di uscita: 01-October-2021