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VISTI AI FESTIVAL

Venezia .68. “Wuthering Heights” di Andrea Arnold: il mio (personalissimo) Leone (In Concorso)

Wuthering Heights (Cime tempestose), densa e palpabile visione dell’unico ed omonimo romanzo di Emily Brontë, non si aggiudicherà sicuramente il Leone d’Oro, ma ci si augura che possa venir fregiato almeno di un riconoscimento tecnico

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Attendevo con ansia l’arrivo della proiezione del film di Andrea Arnold. L’ho tenuta per ultima nel chiudere la mappa delle mie visioni, dedicando l’articolo di congedo e saluto alla pellicola in Concorso che mi ha toccato di più. Wuthering Heights (Cime tempestose), densa e palpabile visione dell’unico ed omonimo romanzo di Emily Brontë, non si aggiudicherà sicuramente il Leone d’Oro, anche se mi auguro di tutto cuore che possa venir fregiato almeno di un riconoscimento tecnico. Il confronto, per un regista, con un’opera letteraria è una messa in gioco estremamente delicata. Quasi mai se ne esce vincitori, quasi mai una pellicola riesce a catturare l’anima di un testo, a fissarla dentro il corpo filmico come una crisalide pronta a ‘rinascere’, in una veste nuova. Andrea Arnold è invece riuscita a generare una farfalla che racchiude lo spirito di una storia d’amore ‘rivoluzionaria’ per un romanzo di fine Ottocento, nell’ambientazione e nel vortice di sensazioni che racchiude, consumata nella meravigliosa ed arida natura delle colline dello Yorkshire. Una storia che ha catturato l’attenzione di una regista da sempre dedita ad una cinematografia di ‘frontiera’.

Sin dal primo Red road (2006) che nel successivo Fish Tank (2009), Andrea Arnold ha scelto di sondare la vita andandola a cercare dentro i suoi margini. Dentro un’umanità (la donna addetta all’occhio elettronico di vigilanza della periferia di Glasgow di Red Road, e l’adolescente carica di rabbia e di tensione alla bellezza, compressa dal vicolo cieco di un’esistenza lontana da un centro in Fish Tank) provata e scossa da esperienze e sentimenti ‘estremi’, dallo sperimentare il senso di caduta e desiderosa di riscatto, di una via d’uscita. Dentro la forza e la verità dei sentimenti, nella loro contraddizione, poesia, violenza, brutalità.

La scelta di Wuthering Heights, quindi, è perfettamente in linea con l’estetica e l’‘etica’ cinematografica della regista britannica. “È una storia gotica, femminista, socialista, sadomasochista, freudiana, incestuosa, violenta e viscerale”, così la definisce, la Arnold. E così la mette in scena. Il suo occhio, già acuto e perfettamente padrone di una tecnica significante, carica di profondità e insieme alienazione sia nel governare la macchina da presa che nel rapporto con la luce, i colori, i toni con cui fissare stati d’animo, pulsioni, tensioni, in Wuthering Heights ‘esplode’ in tutta la sua maturità e pienezza.

Specie la prima parte del film è una incredibile devastazione emotiva per l’occhio, completamente rapito da una brughiera, la sua acidità, le sue argille-arene dalle innumerevoli varianti di marrone-verde-grigio, dal rosa del brugo e dagli aghi delle eriche. Da una fauna di uccelli migratori e una variegata specie di insetti, striscianti, volanti. E da un vento che soffia, incessante e vivo, portatore di un’‘alterità’ sempre presente. Questa terra, di un fascino ipnotico nella sua bellissima povertà e secchezza, non può che generare un amore eterno, ‘sporco’ e maledetto, come quello tra Heathcliff e Catherine, due fanciulli sin da subito riconosciutisi ciascuno il riflesso dell’altro. Il giovane orfano di colore Heathcliff viene portato da Liverpool nella tenuta di Wuthering Heights da Mr. Earnshaw, schiacciato dal senso di carità cristiano.

Hindley e Catherine, i due figli di Mr. Earnshaw, lo accolgono con freddezza, ma l’astio originario della fanciulla è in realtà timore inconscio di un’attrazione-individuazione immediati. Catherine è una ragazza intemperante, inquieta, che colleziona piume di uccelli, si getta nel fango, corre a cavallo per le lande desolate, sale in cima alla collina per assaporare il vento, forte e minaccioso. Heathcliff ha già dentro di sé la coscienza della sua diversità, nell’abbandono subìto, nel proprio colore della pelle, nella povertà che, appena nato, l’ha circondato. I due diventano inseparabili, una cosa a sé da tutto ciò che li circonda. Catherine cerca con energia di evitare ad Heathcliff sofferenze, ma non può impedire che suo fratello Hindley gli versi addosso tutto il disprezzo e la gelosia, fomentato dalla negritudine del giovane. E quando Mr. Earnshaw muore, la punizione di Hindley sarà implacabile: di pari passo alla discesa della condizione di Heathcliff, sempre più umiliato e degradato a bestia vera e propria, assistiamo alla risalita di Catherine, generata dal contatto con i vicini Linton presso cui la fanciulla risiede qualche mese per via di un morso procuratole dal cane, in una delle sue incursioni avventurose con Heathcliff.

Al rientro a casa, Catherine, ‘ripulita’ (apparentemente) e ‘signorina’, non accetta il degrado a cui Heathcliff si è abituato, e con pari sofferenza e irrequietezza, confessa alla sua governante di aver accettato la proposta di matrimonio del figlio dei Linton, anche se ama profondamente Heathcliff. Il giovane, che ascolta non visto, tutto, ferito a morte dalle parole udite, scappa via. Tornerà a Wuthering Heights anni dopo, impartendo la sua spietata vendetta carica di un amore assoluto ed inestinguibile per Catherine. Lo stesso amore nutrito dalla donna, che non è mai riuscita a cancellare Heathcliff da se stessa.

La violenza, la tenerezza, l’eternità di un sentimento senza tempo e senza spazio, racchiuso nel respiro indomabile del vento, li percepiamo con partecipazione alta, simbiotica. L’anima di questo vero amore, è palpabile, ci scuote. Il finale si allunga,  la necessità di chiudere il cerchio quando andava fatto rimane indomata: Andrea Arnold è talmente dentro, che non riesce ad uscirne: “Il romanzo di Emily Brontë è pieno di violenza, morte e crudeltà. Conviverci durante gli ultimi diciotto mesi è stato duro. Le brughiere, gli uccelli, le falene, i cani e il cielo mi hanno aiutata molto. Ma è stato doloroso, e forse non mi riappacificherò mai con questa storia. Non so nemmeno se sia giusto che ciò succeda. Per nessuno di noi”.

Maria Cera

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