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Susanne Bier, una regista da Oscar

Cineaste alla ribalta. Il cinema declinato al femminile. Rubrica a cura di Ginevra Natale

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Susanne Bier

Parliamo della danese Susanne Bier (Copenaghen, 1960) una delle figure più interessanti del cinema europeo degli ultimi anni ma ancora non troppo nota in Italia, nonostante l’eco internazionale del suo In un mondo migliore, vincitore, nel 2011, del Golden Globe e del premio Oscar come Miglior Film Straniero.

Scorrendo la sua filmografia, che annovera già una decina di lungometraggi oltre ad alcuni corti, si nota un elemento ricorrente nella scelta dei soggetti: che si tratti di commedia, come nel caso di Una volta nella vita, o di thriller, come in Credo, o di dramma, come nella maggior parte dei suoi lavori, i protagonisti della Bier si trovano costretti, in un modo o nell’altro, a fare i conti con la morte. Questo duro confronto li catapulta in una realtà fatta di urgenze, di scelte necessarie, di stravolgimenti, una realtà tanto esasperata da far emergere la parte più primitiva della loro personalità. Un contesto che spazza via il superfluo per concentrare l’attenzione sul valore e sul significato  dell’esistenza.

Quella della Bier è, quindi, un’indagine profonda della psiche e dell’animo umano, radicata nella realtà e priva di ridondanze di qualsiasi genere.

In un mondo migliore

Ogni suo progetto si posa sulla solida base di un grande lavoro di scrittura, sia in fase di soggetto, che spesso lei stessa mette a punto, che di sceneggiatura, dove si avvale di collaborazioni altrettanto brillanti, primo fra tutti Anders Thomas Jensen (anch’egli regista: Luci intermittenti, Le mele di Adamo): è il caso di Open Hearts realizzato seguendo i criteri del Dogma 95 di Lars Von Trier, del già citato In un mondo migliore, ma anche di Non desiderare la donna d’altri e di Dopo il matrimonio.

A questo si aggiunge un’impronta registica forte e riconoscibile: inquadrature strettissime per esaltare l’emotività delle immagini; camera a mano per rendere più realistiche le scene, soprattutto quando la tensione narrativa incalza; l’uso di elementi estranei al racconto, spesso legati all’ambiente naturale che avvolge la storia, che fungono da metafore rappresentative dello stato d’animo dei protagonisti o del tema generale del film.

La tridimensionalità dei personaggi, molto ben costruiti nelle loro contraddizioni interiori, nei loro dubbi, nella loro capacità di reagire o di acquisire consapevolezza, dà inoltre la possibilità al cast artistico di esprimere appieno il proprio talento.

Open Hearts

Molto coinvolgenti sono risultate le interpretazioni di attori cari alla Bier come Ulrich Thomsen e Mads Mikkelsen, degli hollywoodiani Benicio Del Toro e Halle Barry (in Noi due sconosciuti), di Connie Nielsen, ma anche di volti a noi meno noti come Rolf Lassgard, Mikael Persbrandt, Helena Bergstrom, Sofie Grabol, Ellen Hillinsoe e la lista potrebbe continuare.

Nel cinema di Susanne Bier troviamo, allo stesso tempo, intensità e naturalezza, uniti a una grande sapienza tecnica, il che fa di lei un’autrice da scoprire e da seguire con interesse.

Attualmente la regista è impegnata nelle riprese di Serena, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Ron Rash. La storia, ambientata nel periodo della Grande Depressione del 1929, narra le vicende di George e Serena Pemberton, interpretati da Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, una giovane coppia di Boston che decide di trasferirsi nel North Carolina per avviare un commercio di legname. La scoperta di non poter avere figli sconvolgerà la mente di Serena al punto da spingerla a commettere un terribile atto criminale.

Ginevra Natale

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