Se la strada potesse parlare: una ballata dolente di amore, affetti familiari e ingiustizie sociali

Terzo film del premio Oscar Barry Jenkins, tratto fedelmente dall’omonimo romanzo di James Baldwin

  • Anno: 2018
  • Durata: 159'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Barry Jenkins
  • Data di uscita: 24-January-2019

Amore struggente, affetti e alleanze familiari, razzismo e ingiustizie. Di tutto questo tratta Se la strada potesse parlare, terzo film di Barry Jenkins, premio Oscar con Moonlight nel 2017. Storie intensissime, ma quest’ultima di più, forse perché non cede un attimo allo stereotipo, mentre fa di tutto per tener fede al testo dello scomparso James Baldwin, che porta lo stesso titolo. In realtà il titolo originale del romanzo, e del film, è If Beale Street Could Tallk. Baldwin ha scritto: “Beale Street è una strada di New Orleans dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato in Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana. Beale Street è la nostra eredità. Il mio romanzo parla dell’impossibilità e della possibilità, della necessità assoluta, di dare espressione a questo lascito”.

Se la strada potesse parlare di Jenkins è ambientato ad Harlem all’inizio degli anni Settanta. È proprio in strada che vediamo per la prima volta i due protagonisti, Tish e Fonny (Kiki Layne e Stephan James), mano nella mano. La cinepresa li riprende dall’alto mentre camminano, lentamente (e i movimenti saranno sempre pacati, perché l’urgenza dei sentimenti abbia il tempo di risuonare negli spettatori) e fino alla fine ce li presenterà così, affiancati o abbracciati, in una simmetria facilitata anche dalla loro altezza quasi uguale; o con le fronti che si toccano, come nell’immagine della locandina. Dal trailer infatti temevamo fosse melenso, invece no, affatto. L’amore non è descritto dalla passione (che loro, amici fin da piccoli, scopriranno insieme) ma dalla vicinanza; sguardi e sorrisi sono inquadrati alternativamente nei frequenti primi piani e le mani non si lasciano mai, neppure quando sono separate dal vetro del carcere. Sì, perché Fommy, al culmine del loro amore, e poco prima di sapere che diventerà padre, viene ingiustamente accusato di stupro, per il capriccio di un poliziotto bianco e la confusione mentale della donna violentata davvero, ma da chissà chi.

A sostenere la giovanissima Tish, diciannove anni appena, una famiglia vitale fuori dal comune che sa mettere al di sopra di tutto l’amore per il bambino, proteggendolo così da tutti i problemi che verranno insieme a lui. In una società, al contrario, che, negli anni Settanta e forse ancora adesso, condanna neri innocenti sulle false testimonianze dei bianchi, se pure non ci siano prove di colpevolezza. Come nel romanzo, la narrazione procede attraverso la voce di Tish che racconta, e si svolge su due piani temporali: il presente, con le visite in carcere di Tish, e il loro passato carico di amore. Il ritmo è sempre, come dicevamo, calmo, per cui le meschinità sociali denunciate sono ancora più insopportabili in questa ballata dolente che ci coinvolge nell’intimità, nelle intese, e nella tenerezza.

Il regista non ricorre alla violenza nel dirci la sopraffazione dei bianchi sui neri. Né al sesso per l’intensità del legame. Una scena soltanto, con la delicatezza di chi lo scopre, e si scopre, per la prima volta. Si ripetono invece i momenti dell’affiatamento tra i due protagonisti e all’interno della famiglia di lei (quella di lui pare piuttosto disfunzionale). Armonia di rapporti, amorevolezza, in grado di resistere con dignità alla cattiveria del mondo. Il film è percorso da una benevolenza che rimane addosso dopo la visione e non fa vincere la noia, nonostante la durata di due ore piene, grazie anche ai toni diversi, ma ben equilibrati, tra la leggerezza e il dramma, il dolore e l’ironia.

Dice ancora Baldwin: “Beale Street è una strada rumorosa. Lascia al lettore il compito di discernere un significato nelle percussioni dei tamburi”. La strada di Barry Jenkins invece è spesso silenziosa e le parole misurate al massimo. Il frastuono che rimbomba nello spettatore è tutto interiore, reso ancora più profondo dalle musiche, anch’esse dolenti, anch’esse struggenti, come le canzoni Eros di Nicholas Britell o My country Tis of Thee di Billy Preston. Il resto è affidato alla fotografia luminosa e nitida di James Laxton, che aggiunge semplicità a una storia il cui maggior pregio è quello della purezza.

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