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Approfondimenti

17 Marzo. La storia d’Italia dall’Unità ai giorni nostri attraverso il cinema

In occasione del 160° anniversario dall’Unità d’Italia che cade il 17 marzo, Taxidrivers racconta il nostro Paese attraverso una carrellata di film che toccano i momenti salienti della nostra storia.

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17 marzo

Cinema e storia: è possibile utilizzare il cinema per raccontare la Storia? La risposta scontata è: “ovviamente sì!”. Numerose pellicole hanno trattato episodi e periodi storici ben definiti, tanto da riuscire a insegnare la Storia con l’ausilio dei film. Non necessariamente devono trattare di un ben determinato periodo, ma che possono, magari parlando d’altro, far riferimento a quel preciso momento storico.

Ad esempio si è parlato di Guerra fredda realizzando, nell’America degli anni ’50, pellicole di genere fantascientifico che, attraverso la metafora dell’invasione aliena, trattavano dei rapporti tesi fra i due blocchi occidentale e sovietico. O, rimanendo a casa nostra, è stato possibile parlare del Sessantotto realizzando alcuni “spaghetti-western” che, in realtà, sotto la superficie dell’ambientazione nel selvaggio West, contenevano un messaggio chiaramente politico e rivoluzionario.

Proviamo quindi, in occasione del 160° anniversario dall’Unità d’Italia che cade il 17 marzo, a raccontare il nostro paese attraverso una carrellata di film che toccano i momenti salienti della nostra storia.

La nascita di una nazione

1860 (Alessandro Blasetti, 1934). L’operazione che Blasetti compie è quella di rileggere dal basso l’epopea garibaldina. In pieno fascismo, in cui si perseguiva una politica di unità linguistica (tanto da arrivare a italianizzare i nomi stranieri di molte località delle nostre valli alpine), Blasetti ha avuto il coraggio di far emergere la babele dialettale caratterizzante quel periodo, specchio di un’unità raggiunta solo sulla carta, ma molto di là da venire nel paese reale.

Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato (Florestano Vancini, 1971). Racconta in maniera cruda e realistica la repressione condotta da Nino Bixio al fine di sedare una rivolta popolare. Bixio, al termine della ribellione, condannò centinaia di rivoltosi, mandandone molti davanti al plotone di esecuzione.

Noi credevamo (Mario Martone, 2010). In quattro capitoli distinti segue le vicende di tre personaggi animati da fervente spirito patriottico che si uniscono alla Giovine Italia mazziniana. Un film che ha avuto un grande consenso, vincitore di sette David di Donatello, fra i quali miglior film e miglior sceneggiatura.

Per approfondire

Alcuni film delle origini, ad esempio. Come La presa di Roma (Filoteo Alberini, 1905) considerato il primo film di finzione del nostro cinema, I Mille (Alberto Degli Abbati e Mario Caserini, 1912) e Anita Garibaldi (Mario Caserini, 1912).

Inoltre, la trilogia di Luigi Magni sulla Roma papalina: Nell’anno del Signore (1969), In nome del Papa Re (1977) e In nome del popolo sovrano (1990).  E ancora, Senso (Luchino Visconti, 1954); Viva l’Italia (Roberto Rossellini, 1961); Il Gattopardo (Luchino Visconti, 1963). Quanto è bello lu murire acciso (Ennio Lorenzini, 1975).

L’alba del secolo nuovo: lotte operaie e viaggi della speranza

I compagni (Mario Monicelli, 1963). Ambientato alla fine dell’800 in una fabbrica torinese durante gli scioperi per la riduzione dell’orario, è stato sceneggiato dallo stesso regista con Age e Scarpelli. È un ritratto storico-sociale di quel mondo, in cui gli operai iniziavano ad avere percezione dei propri diritti e della forza derivante dalla loro unità.

Metello (Mauro Bolognini, 1970). Narra le vicende di un giovane muratore che, nella Firenze del periodo umbertino, partecipa alle prime lotte sindacali.

Nuovomondo (Emanuele Crialese, 2006). Con un racconto dai toni spesso surreali, Crialese accompagna un contadino siciliano nel suo viaggio che lo porterà verso la terra promessa, qui rappresentata dall’America di inizio secolo.

Per approfondire

Il fenomeno migratorio che ha visto milioni di connazionali partire verso paesi lontani nella speranza di affrancarsi dalla miseria, non è stato prerogativa dell’inizio del secolo, ma è proseguito durante tutto il ‘900. Molti film hanno raccontato storie di emigrazione verso altri paesi. Tra questi Il cammino della speranza (Pietro Germi, 1950); I magliari (Franceso Rosi, 1959); La ragazza in vetrina (Luciano Emmer, 1961); Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata (Luigi Zampa, 1971); Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971); Pane e cioccolata (Franco Brusati, 1974); Mineurs (Fulvio Wetzl, 2007).

L’inutile strage

La grande guerra (Mario Monicelli, 1959). Mescola in maniera sapiente il dramma del conflitto alla commedia all’italiana, qui rappresentata da due mattatori del nostro cinema quali Vittorio Gassman e Alberto Sordi nelle parti, rispettivamente, dei fanti Giovanni Busacca e Oreste Jacovacci. A attraverso di loro Monicelli compie un’operazione di smitizzazione del primo conflitto mondiale, visto sino ad allora come guerra patriottica, combattuta in nome di una identità nazionale in realtà inesistente. Jacovacci e Busacca, romano il primo, milanese il secondo sono, agli occhi di Monicelli, i due antieroi per eccellenza, i tópoi dell’italiano medio. Indolenti, lavativi, furbetti, di fronte al plotone di esecuzione austriaco, pur in preda al terrore, si faranno fucilare per non rivelare la posizione dei propri compagni, dando dimostrazione di grande dignità e della capacità del popolo di compiere gesti di grande generosità in contrapposizione alla nefandezza della classe dominante, colpevole di aver permesso quell’inutile strage, come la definì l’allora papa Benedetto XV.

Per approfondire

Maciste alpino (Luigi Maggi, Luigi Borgnetto, 1916); Uomini contro (Francesco Rosi, 1970. La trilogia di documentari di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi: Prigionieri della guerra (1995), Su tutte le vette è pace (1999), Oh! Uomo (2004).

Dal buio della dittatura alla Liberazione

Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976). Grande affresco realizzato dal regista parmense che abbraccia tutta la prima metà del ‘900, dalle lotte operaie di inizio secolo sino alla caduta del fascismo e alla Liberazione. Un film fiume che uscì nelle sale diviso in due atti.

Vincere (Marco Bellocchio, 2009). Arricchito da filmati d’epoca, Vincere è un “melodramma futurista”, come definito dallo stesso regista, in cui il nucleo della vicenda è la storia d’amore che il giovane Mussolini (Filippo Timi) ebbe con Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), poi ripudiata, e dalla quale nacque Benito Albino, figlio riconosciuto solo in un secondo tempo dal Duce e morto in un manicomio come la madre. Parallelamente il film mostra l’ascesa di un uomo che porterà il paese al disastro e di una nazione che si affida a lui, sprofondando nel buio della ragione, illuminata solo dai bagliori delle bombe.

Il delitto Matteotti (Florestano Vancini, 1973). Ricostruzione di una delle pagine più nere del fascismo, quella dell’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti che rivendicava la necessità di annullare le elezioni vinte dal partito fascista nel 1924 con brogli e violenze. Un intenso Franco Nero nella parte di Matteotti e Mario Adorf in quella di Mussolini.

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977). L’incontro in un caseggiato deserto per la visita di Hitler a Roma fra una casalinga (Sophia Loren), cresciuta con il culto del fascismo e al totale servizio di marito e figli, e di un presentatore radiofonico (Marcello Mastroianni) in procinto di partire per il confino per la propria omosessualità. Un incontro fra due solitudini fra le quali nasce il rispetto, la comprensione reciproca e un sentimento di affetto.

Roma città aperta (Roberto Rossellini, 1945). Fra le vette più alte del Neorealismo. Ambientato nella capitale occupata il film contribuì a rendere Anna Magnani un’attrice di fama internazionale.

Per approfondire

Nascita del fascismo e vita al tempo della dittatura: La marcia su Roma (Dino Risi, 1962); All’armi siam fascisti (Lino Del Fra, 1962); Amarcord (Federico Fellini, 1973); Nella città perduta di Sarzana (Luigi Facchini, 1980).

Antifascismo: Il conformista (Bernardo Bertolucci, 1970); Il sospetto (Francesco Maselli, 1975); Cristo si è fermato a Eboli (Francesco Rosi, 1979).

Antisemitismo e olocausto: Kapò (Gillo Pontecorvo, 1960); Il Giardino dei Finzi Contini (Vittorio De Sica, 1970); Jona che visse nella balena (Roberto Faenza, 1993); La tregua (Francesco Rosi, 1997); La vita è bella (Roberto Benigni, 1997).

Guerra: Un’estate violenta (Valerio Zurlini, 1959); La lunga notte del ’43 (Florestano Vancini, 1960); Il federale (Luciano Salce, 1961); Mediterraneo (Gabriele Salvatores, 1991).

Repubblica di Salò: Tiro al piccione (Giuliano Montaldo, 1961); Salò o le 120 giornate di Sodoma (Pier Paolo Pasolini, 1975).

Resistenza e Liberazione: Paisà (Roberto Rossellini, 1946); Il generale Della Rovere (Roberto Rossellini, 1959); Tutti a casa (Luigi Comencini, 1960); La ciociara (Vittorio De Sica, 1960); L’Agnese va a morire (Giuliano Montaldo, 1976); La notte di San Lorenzo (Paolo e Vittorio Taviani, 1982); L’uomo che verrà (Giorgio Diritti, 2008).

La rinascita di una nazione: dal dopoguerra al boom economico

Totò al Giro d’Italia (Mario Mattòli, 1948). Può un film di Totò rappresentare un’epoca? La risposta è sì. Al di là della storia piuttosto esile, Totò al Giro d’Italia può essere un mezzo per comprendere come il ciclismo fosse diventato un fenomeno di massa capace di unire gli italiani (pur dividendoli fra “coppiani” e “bartaliani”) e che, dopo l’attentato a Togliatti avvenuto il 14 luglio 1948, contribuì, con la vittoria di Gino Bartali al Tour de France, a sedare gli animi surriscaldati scongiurando possibili sommosse popolari. Il film di Mattòli dà voce e volto ai campioni di allora, da Gino Bartali a Fausto Coppi, da Louison Bobet a Fiorenzo Magni e a molti altri.

Umberto D (Vittorio De Sica, 1952). Capolavoro del De Sica regista, pesantemente osteggiato dalla censura dell’epoca in quanto mostrava, in maniera cruda e realistica, le difficoltà quotidiane di un pensionato in un’Italia che faticava a uscire dalla povertà causata dalla guerra. La figura di Umberto D, interpretato da Carlo Battisti, accademico italiano digiuno di recitazione, è il simbolo di un’umanità sofferente e privata di tutto, tranne che del proprio orgoglio.

Don Camillo (Julien Duvivier, 1952). Tratto dai racconti di Giovannino Guareschi, è il primo film della felice serie dedicata al parroco e al sindaco più popolari d’Italia, interpretati rispettivamente da Fernandel e Gino Cervi. Ambientato a Brescello, nella bassa emiliana, permette di immergersi in maniera ilare nell’atmosfera di quegli anni, fra cattolici e democristiani da una parte (qui rappresentati da Don Camillo) e comunisti dall’altra, ai quale dà voce il sindaco Peppone.

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960). Quando la famiglia Parondi scende dal treno alla Stazione di Milano, la mdp la riprende da dietro le sbarre di un’inferriata: metafora della condizione di migliaia di immigrati che giungevano nelle grandi città industriali del nord, imprigionati in una società che li emarginava. La vicenda di Rocco e dei suoi fratelli, grande melodramma ispirato a “I racconti del Ponte della Ghisolfa” di Giovanni Testori, è tra le opere più significative che parlano dell’immigrazione interna sviluppatasi, soprattutto, nei decenni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Per il modo in cui viene trattato il tema, Visconti ebbe notevoli guai con la censura.

C’eravamo tanto amati (Ettore Scola, 1974). Film corale che inizia durante la Resistenza e si conclude negli anni Settanta. I tre protagonisti (un portantino d’ospedale comunista, un intellettuale di provincia cinefilo e frustrato e un borghese arricchito e arrivista, interpretati rispettivamente da Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Vittorio Gassman) rinsaldano la loro amicizia in montagna durante la lotta di Liberazione. Poi ciascuno di loro prenderà una strada diversa perdendosi di vista, lasciandosi alle spalle i propri ideali nella disillusione della vita. Scola li segue per alcuni decenni, raccontando un’Italia che, se da un lato si arricchiva e si stabilizzava economicamente, dall’altra rinnegava quegli ideali per i quali molti avevano perso la vita.

Per approfondire

Sciuscià (Vittorio De Sica, 1946); Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948); Riso amaro (Giuseppe De Sanctis, 1949); Miracolo a Milano (Vittorio De Sica, 1951); Bellissima (Luchino Visconti, 1951); Roma ore 11 (Giuseppe De Sanctis, 1952); Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953); Viaggio in Italia (Roberto Rosselino, 1954); Adua e le compagne (Antonio Pietrangeli, 1960); Una vita difficile (Dino Risi, 1961); Accattone (Pier Paolo Pasolini, 1961); Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962); Anno uno (Roberto Rossellini, 1974); Così ridevano (Gianni Amelio, 1998); Segreti di Stato (Alessandro Benvenuti, 2003); In fabbrica (Francesca Comencini, 2007).

Gli anni Sessanta, il Sessantotto e piazza Fontana

Il sorpasso (Dino Risi, 1962). Fra i capolavori della commedia all’italiana. Innesta, su un registro brillante, una profonda riflessione sull’Italia degli anni Sessanta, sulla sfrenata allegria, il rinnovamento dei costumi e, al contempo, sulle profonde ombre che la avvolgevano.

I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965). È il film di esordio di Marco Bellocchio che filma il progressivo disfacimento di una famiglia borghese. Per la sua forza dissacrante l’opera di Bellocchio è, a tutti gli effetti, anticipatrice di quelli che sarebbe stati i temi del movimento del Sessantotto.

La classe operaia va in paradiso (Elio Petri, 1975). Lulù Massa (un indimenticabile Gian Maria Volontè), operaio cottimista che lavora in fabbrica, a causa di un incidente sul lavoro acquista coscienza della forza rappresentata dall’unità dei lavoratori. Film complesso – e spesso contestato a sinistra – che mette in risalto le relazioni tra sindacato, operai, repressione e contestazione giovanile.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970). Pur se scritto prima della strage di piazza Fontana, il film di Petri, decisamente “politico”, ha più di un riferimento alla situazione dell’epoca e la figura del “dottore” rimanda, per molti versi, a quella del Commissario Calabresi. Un’opera sul potere e sull’esercizio dello stesso. Una denuncia spietata della classe politica del tempo.

Per approfondire

La cuccagna (Luciano Salce; 1962); Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963); Io la conoscevo bene (Antonio Pietrangeli, 1965); Banditi a Milano (Carlo Lizzani, 1968); Tre ipotesi sulla morte di Pinelli (Elio Petri, 1970, c.m.); Il caso Mattei (Francesco Rosi, 1972); La grande abbuffata (Marco Ferreri, 1973); Trevico-Torino… viaggio nel Fiat-Nam (Ettore Scola, 1973); Fantozzi (Luciano Salce, 1975); La meglio gioventù (Marco Tullio Giordana, 2003); Il grande sogno (Michele Placido, 2009); Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana, 2012).

La fine di un sogno: gli anni ’70 fra speranze giovanili e lotta armata

Todo modo (Elio Petri, 1976). Durante gli annuali esercizi spirituali, vari politici vengono misteriosamente uccisi nel convento in cui si erano radunati. Fra loro M. – che ricorda in maniera straziante Aldo Moro che verrà, di lì a qualche anno, rapito e ucciso dalle Brigate Rosse – interpretato in maniera straordinaria da Gian Maria Volonté. Adattando l’omonimo libro di Leonardo Sciascia, Petri inserisce un altro tassello nella sua cinematografia “politica”.

Lavorare con lentezza (Guido Chiesa, 2004).  Bologna 1977: Radio Alice storica emittente radiofonica, fra le prime radio libere italiane, viene chiusa con la forza dalla polizia a seguito degli scontri avvenuti dopo l’uccisione dello studente Francesco Lorusso. Un affresco sulla Bologna – e sull’Italia – in quegli anni di profonda contestazione.

Buongiorno notte (Marco Bellocchio, 2003). I giorni del rapimento Moro da parte di un gruppo di brigatisti rossi raccontati in un film che mescola proiezioni oniriche al dramma politico e umano del dirigente della DC.

Per approfondire

Vogliamo i colonnelli (Mario Monicelli, 1973); San Babila ore 20: un delitto inutile (Carlo Lizzani, 1976); Ecce Bombo (Nanni Moretti, 1978); Maledetti vi amerò (Marco Tullio Giordana, 1980); Colpire al cuore (Gianni Amelio, 1982); Il caso Moro (Giuseppe Ferrara, 1986); I cento passi (Marco Tullio Giordana, 2000); Romanzo di una strage (Michele Placido, 2005); Mio fratello è figlio unico (Daniele Luchetti, 2007); Signorinaeffe (Wilma Labate, 2007); Il traditore (Marco Bellocchio, 2019);  Padrenostro (Claudio Noce, 2020); Il buco in testa (Antonio Capuano, 2020).

Il berlusconismo e la fine della politica

Ginger e Fred (Federico Fellini, 1986). Un quadro spietato della volgarità incipiente della neonata televisione commerciale. Un’analisi ironica del fenomeno che, appiattendo ogni forma culturale, ha assunto proporzioni gigantesche, consegnando il paese nelle mani di Berlusconi.

Palombella rossa (Nanni Moretti, 1989). Crisi politica e personale di un dirigente del PCI che, a seguito di un incidente, perde la memoria. Metafora di una sinistra che ha dimenticato la propria storia, incapace a comprendere la realtà che la circonda.

Lamerica (Gianni Amelio, 1994). Grande affresco sull’emigrazione, in questo caso quella albanese verso il nostro paese. Allorché centinaia di migliaia di persone giunsero su navi stracariche al porto di Bari. Lamerica è un film che, pur parlando di quella emigrazione, parla anche della nostra verso altre terre promesse.

Il caimano (Nanni Moretti, 2006). Realizzato in puro stile morettiano, attraverso l’escamotage della realizzazione di un film su Berlusconi, ci parla dell’ascesa trionfale del Cavaliere e della sua gestione del potere. Un’opera complessa che, al tempo della sua uscita, diede adito a numerosi dibattiti.

Per approfondire

Sogni d’oro (Nanni Moretti, 1981); La cosa (Nanni Moretti, 1990); Il ladro di bambini (Gianni Amelio, 1992); Caro diario (Nanni Moretti, 1993); La bella vita (Paolo Virzì, 1994); Tutti giù per terra (Davide Ferrario, 1997); Aprile (Nanni Moretti, 1998); Fame chimica (Antonio Bocola, Paolo Vari, 2003); Il divo (Paolo Sorrentino, 2008); Belluscone (Franco Maresco, 2014); Loro 1/2 (Paolo Sorrentino, 2018).

Gli anni Duemila (tra immigrazione e precariato)

Gomorra (Matteo Garrone, 2008). Garrone porta sullo schermo il libro di Roberto Saviano realizzando un film suddiviso in cinque storie e compiendo un viaggio nella criminalità organizzata che estende il suo dominio non solo nel Mezzogiorno ma nell’intero paese. Nel 2014 è stata mandata in onda Gomorra – La serie, anch’essa ispirata al best-seller di Saviano.

Diaz – Non pulire questo sangue (Daniele Vicari, 2012). La “macelleria messicana” della scuola Diaz, durante il G8 di Genova (così definita dal vicequestore Michelangelo Fournier), viene raccontata in questo film di grande impegno civile. Vicari non è stato il primo a raccontare quei giorni, che avevano portato alla sospensione dello Stato di diritto e all’uccisione di Carlo Giuliani;  è stato, tuttavia, il primo a farlo mediante una fiction.

Tutta la vita davanti (Paolo Virzì, 2012). Il regista livornese porta sullo schermo il mondo del precariato e dei call center. Con i toni della commedia Virzì traccia un ritratto amaro del mondo lavorativo per i giovani, nell’Italia degli anni duemila.

Fuocoammare (Gianfranco Rosi, 2016). Documentario sul dramma dei migranti a Lampedusa, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino. Figura centrale è Pietro Bartolo, medico dell’isola testimone del dramma che vivono queste persone.

Per approfondire

Carlo Giuliani, ragazzo (Francesca Comencini, 2002); Il posto dell’anima (Riccardo Milani, 2003); Giorni e nuvole (Silvio Soldini, 2007); Biutiful cauntri (Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio, Peppe Ruggiero, 2007); Morire di lavoro (Daniele Segre, 2008); La fabbrica dei tedeschi (Mimmo Calopresti, 2008); Draquila – L’Italia che trema (Sabina Guzzanti, 2010); Io sono Li (Andrea Segre, 2011); Terraferma (Emanuele Crialese, 2011); La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013); Anime nere (Francesco Munzi, 2014); Sono tornato (Luca Miniero, 2018).

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