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Approfondimenti

Le forbici del censore: la censura al cinema

Da Tempi Moderni di Chaplin a Full Metal Jackets di Kubrick, passando per Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci, tutti i film passati sotto le forbici del censore in Italia. Un secolo di censura cinematografica in Italia.

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Nel corso degli anni cinema e censura hanno stabilito un rapporto molto stretto che risale, di fatto, agli albori della settima arte. Perlomeno da quando il cinema, con i primi film di finzione dei vari Méliès in Francia o Porter negli Stati Uniti, si evolvette dai filmati dei fratelli Lumière, lasciando le fiere paesane per trasferirsi nelle prime sale appositamente allestite per la proiezione di film.

Le origini della censura al cinema

Con l’aumentare del numero delle sale cinematografiche crebbe anche il numero dei detrattori del cosiddetto “cinematografo”. Vere e proprie crociate furono intraprese sui maggiori quotidiani dell’epoca. In Italia la “Gazzetta del Popolo” e il “Corriere della Sera” si scagliarono contro quella che definirono una “deplorevole associazione di immagini” e i film “romanzi per analfabeti, effimeri come la loro breve durata”. Attentati alla moralità pubblica per le frequenti scene di adulteri, tresche lascive, furti, suicidi, ecc.!

In tutti i paesi la censura è stata, da sempre, strumento politico in mano alle classi dominanti. Pensiamo al regime fascista da noi o all’Ufficio per l’Informazione di Guerra negli Usa che, nel 1943, in pieno conflitto mondiale, visionava preventivamente, col beneplacito di tutti i maggiori studios di Hollywood (tranne la Paramount), i copioni per valutare se avrebbero o meno promosso l’onore degli alleati impegnati oltreoceano.

Non c’è dubbio che l’Italia, sotto questo punto di vista, fu piuttosto precoce. Già nel 1913, una Circolare ministeriale istituzionalizzava la censura preventiva che permetteva o vietava la circolazione delle pellicole. Creando poi, qualche anno dopo, vere Commissioni di censura per il cinema.

La censura al tempo del fascismo

In epoca fascista la censura al cinema si inasprisce con l’ingresso, nella commissione di censura, di rappresentanti del Partito Nazionale Fascista e di vari altri soggetti: Istituto Luce, Ente nazionale per la cinematografia, le madri di famiglia e, successivamente, i cattolici con la creazione del Centro cattolico cinematografico.

Erotismo e temi sociali che parlassero delle fasce deboli della popolazione erano banditi, mentre venivano privilegiati film che inneggiavano alle imprese coloniali e alla politica imperialista del regime.

L’azione censoria in questo periodo si abbatté come un maglio su un’infinità di opere italiane e straniere.

Fra i numerosi titoli colpiti dalla censura fascista ritroviamo film di generi vari. Opere pacifiste provenienti da oltreoceano come All’ovest niente di nuovo (Lewis Milestone, 1930) (che in Italia venne sdoganato solamente nel 1956!) o Addio alle armi (Frank Borzage, 1932). Film del neorealismo francese quali Il porto delle nebbie (1938) e Alba tragica (1939) entrambi di Marcel Carné. Capolavori italiani come Ossessione (Luchino Visconti, 1942). Lo stesso Charlie Chaplin ebbe problemi con il suo Tempi moderni (1936): Mussolini volle visionarlo personalmente, così come aveva fatto con i capolavori della cinematografia sovietica. Ma a differenza di questi, che vennero vietati, con Chaplin il Duce, timoroso di adottare un provvedimento impopolare, si limitò a tagliare la scena in cui Charlot assume, inavvertitamente, cocaina.

La censura al cinema dal dopoguerra agli anni Sessanta

Terminata la guerra, in Italia arrivarono numerose pellicole americane, sovietiche, francesi, ecc. sino ad allora sconosciute da noi. Quello che non mutò fu la pratica di sottoporre i film al giudizio preventivo. Già nel 1947 venne approvata una legge che, di fatto, ereditò dal fascismo la materia e che permise a molti censori già attivi durante il regime di continuare la loro opera, varando un “nuovo corso” che, nei fatti, di nuovo aveva ben poco.

L’influenza dei cattolici – e della Democrazia Cristiana – crebbe a dismisura, grazie anche alla fitta rete di sale parrocchiali che copriva capillarmente il territorio nazionale. In questo contesto il Centro Cattolico Cinematografico assunse un ruolo preminente nel decretare l’ammissibilità o meno di una pellicola.

Personaggio chiave fu l’allora giovane sottosegretario Giulio Andreotti.

Convinto sostenitore della tesi che non è sufficiente l’azione censoria per moralizzare il cinema – essendo questa una pena – ma che è necessario sostenere una “produzione sana, moralissima e, nello stesso tempo, attraente”. Che era come dire che lo Stato avrebbe concesso finanziamenti all’industria cinematografica solo se questa avesse “moralizzato” i suoi prodotti.

Secondo Andreotti, che nella Chiesa aveva contatti molto potenti, bisognava esercitare una pressione nei confronti dei registi scomodi come Rossellini, Visconti, De Sica che, con i loro film neorealisti, rischiavano di elevare il livello culturale degli italiani mostrando, allo stesso tempo, ciò che realmente accadeva nel Paese.

Ecco, quindi, che a cadere sotto le forbici del censore furono film quali, ad esempio, Il sole sorge ancora (Aldo Vergano, 1946) o le opere di Vittorio De Sica: Sciuscià (1946), Miracolo a Milano (1951), Umberto D (1952) e successivamente, Il grido (Michelangelo Antonioni, 1957) e Le notti di Cabiria (Federico Fellini, 1957).

Anche Totò venne colpito dalla censura.

Totò e Carolina, film del 1953 di Mario Monicelli (con soggetto di Ennio Flaiano), venne accusato di ridicolizzare le istituzioni delle Repubblica e, per questo, sottoposto alla non indifferente cifra di 82 tagli!

Tra i film stranieri che in quel periodo attirarono le attenzioni del censore vanno citati Duello al sole (King Vidor, 1946) e Manon (Georges Clouzot (1949). Altri vennero bloccati e poi liberati in anni successivi, quando la morsa censoria sembrava essersi allentata. È il caso di Dies Irae (Carl Theodor Dreyer, 1943), Nodo alla gola (Alfred Hitchcock, 1948), La ronde (Max Ophüls, 1950).

Ma l’apparentemente minore pressione della censura ebbe durata breve. Già a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta si ebbe una recrudescenza dell’attività censoria. A farne le spese furono molti film di spessore. Fra tutti La grande guerra (Mario Monicelli, 1959) e, soprattutto, La dolce vita di Fellini e Rocco e i suoi fratelli di Visconti, entrambi del 1960.

Addirittura, la prima del film di Fellini a Milano venne interrotta da esagitati che, al grido di “Viva l’Italia”, accusavano l’opera di indegnità e falsità. Contro La dolce vita si scagliarono anche l’Osservatore romano e numerose associazioni cattoliche. Tale gazzarra non fece altro che attirare un gran numero di spettatori incuriositi, placando così il clamore sollevato e salvando il film da possibili tagli.

Ben più grottesca fu la vicenda di Rocco e i suoi fratelli, per il quale il Procuratore della Repubblica di Milano, dopo aver visionato il film, chiese che venissero apportati vari tagli alla pellicola. In particolare a urtare i censori furono le scene dello stupro di Nadia da parte di Simone e dell’uccisione della ragazza.

Visconti, che si rifiutò di apportare le correzioni richieste, venne messo sotto inchiesta per aver realizzato una pellicola gravemente offensiva del senso del pudore.

Si inasprisce l’azione censoria

L’accanimento nei confronti di Rocco e i suoi fratelli fu solo la prima di una lunga serie di azioni nei confronti di pellicole ritenute, a vario modo, offensive per la moralità degli italiani.

Un breve e non esaustivo elenco di film più o meno censurati impressiona, in negativo, chiunque abbia anche solo una minima conoscenza di cinema. Kapò (Gillo Pontecorvo, 1959); L’avventura (1960) e La notte (1961) entrambi di Michelangelo Antonioni; La fontana della vergine (Ingmar Bergman, 1960); La ragazza in vetrina (Luciano Emmer, 1961); La notte brava (1959) e La giornata balorda (1960) di Mauro Bolognini.

Quest’ultimo sceneggiato da Pier Paolo Pasolini che, a sua volta, venne colpito dalla censura per numerosi film, fra i quali Accattone (10961) e La ricotta (1963), per il quale l’intellettuale friulano venne dapprima condannato a quattro mesi di reclusione con la condizionale e, successivamente, prosciolto.

Ma l’elenco non si ferma qui. Fra gli anni Sessanta e Settanta, fra tagli e sequestri, a far le spese dell’ottusa azione censoria furono, tra gli altri, Non uccidere (Claude Autant-Lara, 1961); L’assassino (Elio Petri, 1961); Blow-Up (Michelangelo Antonioni, 1966); Il Decameron (Pier Paolo Pasolini, 1971); La grande abbuffata (Marco Ferreri, 1973); Portiere di notte (Liliana Cavani, 1974); Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976).

Lo stesso Bertolucci, in precedenza, era stato oggetto di uno fra i più paradossali e impressionanti casi di censura mai avvenuti: il sequestro e la condanna alla distruzione di tutte le copie di Ultimo tango a Parigi (1972).

L’accusa di oscenità: un tarlo che perseguita l’Illustre Signor Censore

Dopo la tragica morte di Pasolini esce postumo e pesantemente censurato Salò o le 120 giornate di Sodoma (1976). Non è difficile immaginarne il motivo.

Già sottoposto a numerosi tagli prima dell’uscita nelle sale, venne sequestrato tre giorni dopo la prima da parte del Procuratore della Repubblica di Milano. Il produttore del film, Aurelio Grimaldi, venne condannato a due mesi di reclusione, con l’accusa di aver realizzato, a scopo di lucro, una pellicola costituita unicamente da scene di sesso e da un linguaggio osceno.

Di sequestro in sequestro, dopo vari ricorsi e numerose modifiche, il film venne definitivamente scagionato, tornando visibile solo nel 1991.

Ma ad essere accusati di oscenità furono anche numerosi altri film, più o meno validi dal punto di vista artistico. Fra questi numerosi porno soft – che in quegli anni andavano per la maggiore – come, ad esempio, Emanuelle – Perché violenza alle donne? (1977) di Aristide Massaccesi in arte Joe D’Amato, ma anche pellicole autoriali quali Spostamenti progressivi del piacere (Alain Robbe-Grillet, 1974); Al di là del bene e del male (Liliana Cavani, 1977); Porci con le ali (Paolo Pietrangeli, 1977).

Gli anni Ottanta

Il 1980 è un anno particolarmente significativo per la storia della censura al cinema in Italia. Vengono sequestrati e condannati una quantità impressionante di film. Viene condannata a quattro mesi di prigione Ilona Staller, in arte Cicciolina. “Rea” di aver realizzato Cicciolina, amore mio (Amasi Damiani e Bruno Mattei). Film per altro molto discutibile, non tanto perché Cicciolina si mostra più o meno senza veli, quanto perché viene asserito che la colpa degli stupri è delle donne in quanto non si concedono.

Inoltre, il 1980 è l’anno in cui va in pensione, dopo una lunga carriera, il Procuratore Generale di Catanzaro Donato Massimo Bartolomei; “punta di diamante” della censura italiana, sotto le cui grinfie sono passati numerosissimi registi e produttori. Fra questi anche Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo e Roberto Benigni per Il Pap’occhio (1980), ultima vittima del nostro, prima del meritato riposo.

La fine della censura al cinema

Con gli anni Ottanta e, soprattutto, nel decennio successivo, l’azione censoria diventa meno pressante.

A essere censurati, per motivi diversi, sono Querelle de Brest (1982), ultima opera di Rainer W. Fassbinder e Je vous salue, Marie (Jean-Luc Godard, 1982), contro il quale si scaglia anche Papa Wojtyla, ritenendolo un film offensivo della religione cattolica e, soprattutto, della Madonna. Manco a dirlo, il film di Godard viene sequestrato, ricevendo pure gli strali del Cardinal Martini di Milano.

Altre vittime illustri furono Stanley Kubrick con il suo Full Metal Jacket (1987), che uscì col divieto ai minori di 18 anni, poi ridotto ai 14 e Martin Scorsese con L’ultima tentazione di Cristo (1988).

Nel 1990 la “Legge Mammì” regolamenta la programmazione televisiva prevedendo, fra l’altro, il divieto assoluto di messa in onda di pellicole vietate ai minori di 18 anni e la programmazione di quelle vietate ai minori di 14 anni solamente in “fascia protetta”.

Tutto ciò porterà alla progressiva produzione di film in funzione della televisione, col rispetto delle regole imposte per il piccolo schermo e la conseguente riduzione del numero di film che finiscono sotto giudizio.

Fra i pochi titoli censurati in questo periodo troviamo Totò che visse due volte, film del 1998 di Daniele Ciprì e Franco Maresco, l’ultimo a essere bloccato dalla censura che ne vieta l’uscita al cinema. L’accusa è quella di essere “degradante per la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, oltre a essere offensivo del buon costume e a mostrare disprezzo verso il sentimento religioso. Il divieto dura pochi giorni, poi anche il film dei due registi siciliani può essere distribuito.

Due casi particolari di censura al cinema: Ultimo tango a Parigi e Il leone del deserto

Nel dicembre 1972 esce nelle sale Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci con Marlon Brando e Maria Schneider (e Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di François Truffaut). Il film ci regala unì e l’indimenticabile colonna sonora del jazzista argentino Gato Barbieri.

Pochi giorni dopo il Sostituto Procuratore della Repubblica Nicolò Amato ne ordina il sequestro su tutto il territorio nazionale ritenendolo “osceno e privo di contenuto artistico”.

Regista, produttore, sceneggiatore e interpreti vengono rinviati a giudizio e poi assolti in primo grado. Il film può tornare nelle sale dove ottiene un grande successo di pubblico.

Tuttavia, la sentenza di secondo grado ribalta quella di assoluzione, condannando il film e ordinando il sequestro di tutte le copie della pellicola.

Un’ulteriore sentenza condannerà Bertolucci, gli sceneggiatori e gli interpreti a due mesi di reclusione con la condizionale.

Infine, nel 1976, l’ultima sentenza in Cassazione condannerà il film al divieto di circolazione e alla confisca e distruzione di tutte le copie della pellicola.

Riapriranno il caso undici anni dopo. Un gruppo di esperti giudicherà il film come “uno dei più lucidi documenti realizzati dal cinema italiano negli ultimi vent’anni”, di fatto assolvendolo. Potrà così tornare in circolazione permettendo a milioni di persone di poter vedere questa splendida opera, manifesto della disperazione e della solitudine dell’uomo.

Il caso Il leone del deserto

Diverso il caso de Il leone del deserto del regista siro-americano Moustapha Akkad, film del 1980 interpretato da attori di fama quali Anthony Quinn, Rod Steiger, Irene Papas, Oliver Reed, Raf Vallone, Gastone Moschin.

Il tema è quello dell’occupazione coloniale italiana in Libia negli anni Venti e della lotta del popolo libico contro gli invasori guidata dal leader Omar al-Mukhtar.

Di fronte alla strenua difesa della resistenza libica, Mussolini decise di inviare il colonnello Rodolfo Graziani. Questi per sedare le rivolte iniziò una spietata repressione; avvelenando i pozzi, distruggendo le colture e uccidendo e deportando in campi di concentramento decine di migliaia di civili. Anche Omar al-Mukhtar, alla fine, viene catturato e impiccato.

Film dalla ricostruzione storica attendibile, Il leone del deserto, non piacque alle autorità italiane, tanto che Giulio Andreotti lo definì “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Ne venne, pertanto, vietata la distribuzione per il timore che potesse ledere l’immagine dell’Italia coloniale dal volto umano. In pratica smascherare il mito degli “italiani brava gente”.

Il film è rimasto, per un lungo periodo, un mistero. Anche se si è potuto assistere a qualche proiezione non ufficiale. Sino a quando, nel 2009, in occasione della visita ufficiale del leader libico Muhammar Gheddafi, Sky lo mandò in onda sui suoi canali. Ponendo così fine a un assurdo veto durato oltre vent’anni.

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