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FOCUS ITALIA

Marco Bellocchio compie 81 anni. il maestro ha dedicato la sua vita al cinema

Nei suoi film la famiglia acquista la funzione di una prigione sentimentale

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Marco Bellocchio

Oggi 9 novembre, Marco Bellocchio compie 81 anni. Un regista con una lunga carriera alle spalle e numerosi riconoscimenti. Tra cui un Leone d’argento, per La Cina è vicina e un Leone d’oro alla alla carriera ottenuto nel 2011.

Marco Bellocchio non è solo un regista, ma un vero autore. I suoi non sono solo film, ma opere nel senso pieno del termine. Con il suo stile originale non  è mai caduto nella sterile provocazione, piuttosto ha sempre realizzato una profonda riflessione intima, con conseguenze nel sociale e nella politica.

Il traditoreIl traditore film 2019.jpg

Il traditore (2019), suo ultimo film, ha trionfato alla 65° edizione dei David di Donatello, dove ha ottenuto ben 6 statuette, tra cui quella per la migliore regia e migliore attore protagonista a Pierfranceco Favino.

All’inizio degli anni ‘80, la Sicilia è divisa tra le famiglie di Cosa Nostra palermitane e corleonesi, in lotta per conquistare il controllo della droga. Durante una festa a casa di Stefano Bontate (Goffredo Maria Bruno), Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino) avverte il pericolo di una faida e decide di scappare in Brasile. Dopo poco inizia la serie di omicidi e i due figli di Buscetta vengono ammazzati, lui catturato dalla polizia brasiliana ed estradato in Italia. Il giudice Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi) gli propone di collaborare con la giustizia. Dopo un momento di esitazione, Tommaso Buscetta diventa il primo collaboratore di giustizia. Grazie alle sue deposizioni di Buscetta  vengono eseguiti molti arresti e nel 1986 inizia il maxiprocesso. I mafiosi vengono condannati e giurano vendetta a Buscetta, che viene posto sotto protezione negli Stati Uniti. Nel maggio del 1992, il giudice Falcone viene ammazzato e Buscetta decide di tornare in Italia per testimoniare contro Giulio Andreotti, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli.

Il traditore, girato tra Italia, Brasile e Germania, racconta alcune vicende cruciali della storia del nostro paese. Per certi versi, è un film atipico per Marco Bellocchio, ma in maniera diversa, il regista ripropone alcuni temi a lui cari.

Nei suoi film precedenti il regista ha raccontato la famiglia, quasi sempre, in un contesto intimo per poi traboccare nel pubblico. Ne Il traditore il processo è invertito. La famiglia di Tomasso Buscetta viene raccontata da una prospettiva pubblica, come nelle sequenze iniziali e poi il discorso si fa sempre più intimo.

Marco Bellocchio, raccontando la vita del boss dei due mondi, tocca alcuni temi spinosi, la crudeltà della mafia siciliana e le trattative Stato mafia. Il film, però, non diventa mai un freddo documentario, piuttosto l’attenzione sembra concentrarsi sui sentimenti di Tommasso Buscetta.

Il regista e Pierfrancesco Savino, che interpreta magistralmente Buscetta, pur tenendo conto della malvagità di un boss di tale statura, non nascondono di aver subito una sorta di seduzione. Fascinazione del male? Forse, ma non solo.

Il film tende a sottolineare un lato umano di Tommaso Buscetta. Il boss è amante della bella vita e delle donne, ma è attaccato ai valori tradizionali. Traditi, secondo lui, dalla nuova mafia di Totò Rina, interpretato nel film da Nicola Calì. È per questo che Buscetta non si considera un pentito.

Questo e tanto altro emerge specie nelle sequenze che Marco Bellocchio dedica al maxiprocsso. È qui che il boss accusa Rina e i corleonesi di crudeltà senza senso e non li riconosce come capi di Cosa Nostra. Il regista, ovviamente, non contrappone una mafia cattiva ad una mafia buona, ma la questione è un altra.

Il traditore non è film consolatorio, con lo scontro tra male e bene e relativa vittoria di quest’ultimo. Il regista racconta un contesto, quello mafioso, dove il male e il bene si fondono e il suo punto di vista è quello di Buscetta, un uomo, che nonostante tutto prova dei sentimenti.

Bella addormentata

Marco Bellocchio nella sua filmografia più volte ha toccato temi di attualità, come l’eutanasia. È il 2012 e il regista realizza Bella addormentata con Toni Servillo e Alba Rohrwacher. Il film è stato presentato alla 69° edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

Durante l’ultima settimana di vita di Eluana Englaro, si raccontano i punti di vista di diverse persone sul tema dell’eutanasia. Rossa (Maya Sansa), una tossicodipendente, che ha deciso di farla finita. Una famiglia di attori sconvolta dal coma della figlia. E la storia del senatore Uliano Beffardi (Toni Servillo) e di sua figlia Maria (Alba Rohrwacher) in contrasto per la diversa opinione sull’eutanasia.

Bella addormentata non è un film sul caso di Eluana Englaro, ma viene usato come pretesto per raccontare tanti casi simili. Marco Bellocchio ripropone, anche per questo film, il suo tema familiare. Quella del rgista non è una famiglia felice. Piuttosto questo è il luogo dove nascono e si sviluppano i contrasti.

È la famiglia motivo di sofferenza per Federico (Brenno Placido), un giovane attore, con la sorella in stato vegetativo. Il giovane soffre anche per sua madre, costretta a lasciare il teatro. Ma la famiglia è per Federico causa di altri problemi, come lo scontro con suo padre (Gianmarco Tognazzi).

Allo stesso modo, i turbamenti di Uliano nascano per causa delle sue vicende familiari. Sua moglie è stata in coma vegetativo. Ora si trova a votare una legge che non condivide, per sottostare alle gerarchie di partito. Ma è soprattutto lo scontro con sua figlia a turbare maggiormente il senatore.

Come spesso accade nei film di Marco Bellocchio, però, i personaggi soffrono a causa della loro famiglia ma da questa non riescono a fuggire. A ritrovare una serenità famigliare sono solo Uliano e sua figlia. I due attraverso l’amore, riescono a dare un altro significato alla loro esistenza.

I pugni in tascaPugniintasca-1965-cast.png

La famiglia è per Marco Bellocchio una prigione sentimentale. È questo concetto è ben espresso in I pugni in tasca (1965), sua opera prima. Il film venne rifiutato dalla Mostra di Venezia, ma vinse il Premio Città di Imola.

Augusto (Marino Masè) è il fratello maggiore di una famiglia disastrata. Una madre cieca (Liliana Gerace), una figlia egoista Giulia (Paola Pitagora) e due fratelli epilettici, Alessandro (Lou Castel) e Leone (Pier Luigi Troglio). Augusto decide di sposarsi, ma da qui nascono i conflitti con i suoi fratelli.

L’esordio cinematografico di Marco Bellocchio avviene a metà degli anni ‘60, nel pieno della stagione del cinema d’autore. Il neorealismo è ormai passato e nuovi cineasti iniziano a muovere i primi passi. Damiano Damiani, Florestano Vancini, Ugo Gregoretti e Nanni Loy, sono solo alcuni di questi. I loro, sono film innovativi dove non manca quasi mai il messaggio politico.

Marco Bellocchio, invece, per il suo esordio cinematografico, preferisce raccontare una vicenda più intima, per l’appunto famigliare. Ma quella di I pugni in tasca non è una famiglia felice, tutt’altro. L’atmosfera è cupa, la villa dove si svolge l’azione è un luogo claustrofobico e malsano. Tutti i personaggi sembrano avere il desiderio di scappare, ma senza riuscirci.

L’amore non esiste, tutto sembra essere visto con gli occhi dell’egoismo. Con la morte della madre, i figli, soprattutto Alessandro e Giulia, sembrano aver conquistato la libertà. I due iniziano a bruciare i vecchi mobili e gli oggetti usati dalla povera cieca, ma è solo un’illusione.

In I pugni in tasca la famiglia non protegge i più deboli, ma li elimina perché sono un fardello carico del passato, che non permette di realizzare il presente e il futuro. Non ci sono vincitori, non c’è la conquista della libertà. Tutti sembrano morire in quella casa, a tutti gli effetti una vera prigione.

La Cina è vicina

La politica, rimasta fuori in I pugni in tasca, diventa il tema principale, in chiave grottesca, de La Cina è vicina (1967), secondo film di Marco Bellocchio. La pellicola, tratta dall’omonimo libro di Enrico Emanueli, vinse il Leone d’argento.

Vittorio Gordini Malvezzi (Glauco Mauri), professore e politico trasformista, si appresta a diventare assessore ed assume come suo collaboratore Carlo (Paolo Graziosi), giovane militante del Partito Socialista. Carlo ha modo di entrare in intimità con la sorella di Vittorio, Elena (Elda Tattoli). La donna resta incinta e cerca di abortire, ma Carlo non vuole e fa un patto con Giovanna (Daniela Surina), sua ex fidanzata è attuale segretaria e amante di Vittorio. Dopo una serie di intrighi, il film termina con un doppio matrimonio.

Marco Bellocchio in questo caso parla di politica, ma il suo interesse, ancora una volta, è posto nel raccontare la vicenda di una famiglia. Questa volta l’atmosfera non è cupa, come in I pugni in tasca, ma i personaggi appaiono lo stesso cinici ed egoisti.

Il personaggio di Elena è molto interessante. Marco Bellocchio riesce, perfettamente, a tratteggiare il profilo della nuova femminilità. È l’epoca della rivoluzione sessuale, la donna conquista sempre più potere e libertà. Elena cura i beni della famiglia ed è emancipata sessualmente. La donna non cerca marito, ma solo avventure.

Il regista non tralascia di lanciare un’accusa d’ipocrisia al mondo della politica, in particolar modo ai partiti della sinistra moderata. Questi di larghe vedute, ma solo a parole, poi nel privato appaiono molto bigotti. Come Vittorio che s’indigna per il comportamento disinvolto della sorella e Camillo, il fratello più giovane, che considera l’aborto una vergogna per Elena.

In La Cina è vicina non ci sono personaggi positivi, non c’è l’eroe duro e puro. Carlo e Giovanna, a differenza di Vittorio ed Elena, sono dei piccoli borghesi, forse proletari, ma per questo non sono meno cinici. Il loro desiderio di avere un figlio non nasce dall’amore, piuttosto dal desiderio di entrare a far parte di una delle famiglie più ricche e potenti della città.

Sbatti il mostro in prima pagina

È forse Sbatti il mostro in prima pagina (1972) il film più riuscito di Marco Bellocchio. La pellicola s’ispira vagamente ad un vero fatto di cronaca ed è interpretata da Gian Maria Volontè e Laura Betti.

Il film racconta gli stretti legami fra stampa, politica e forze dell’ordine. Giancarlo Bizanti (Gian Maria Volontè) è il direttore di un importate quotidiano e riesce a manipolare le informazioni, per ottenere consensi elettorali per la sua parte politica. A farne le spese sono un giovane rivoluzionario e Roveda, un giornalista alle prime esperienze.

Marco Bellocchio per alcune sequenze di questo film decide di usare un taglio documentaristico. Come l’inizio dove usa delle immagine di repertorio di un comizio di un comitato anticomunista e l’oratore è un giovanissimo Ignazio La Russa.

Ma poi il film entra nel vivo e racconta come il potere della stampa possa ingannare e guidare l’opinione pubblica. Notevole è l’interpretazione di Gian Maria Volontè, non certo estraneo al cinema di denuncia politica.

Il film tratta temi di scottante attualità a cavallo degli anni ‘60 e ‘70. Ma Sbatti il mostro in prima pagina è apprezzabile anche per una regia molto efficace. Marco Bellocchio, con questo film, si inserisce a pieno titolo nei capolavori del cinema d’autore degli anni ‘70.

Il rumore delle stampatrice del giornale, in alcuni momenti, è assordante. Marco Bellocchio, come tanti altri cineasti, da spazio al rumore delle macchine, per evocare il mondo delle fabbriche. Alcuni dialoghi vengono quasi coperti dal rumore delle stampatrici. Sembra quasi che il regista volesse rendere omaggio a Deserto Rosso (1964) di Michelangelo Antonioni.

Il concetto di famiglia, come prigione sentimentale, torna in parte in Marcia trionfale (1976), con Michele Placido e L’ora di religione (2002), con Sergio Castellitto.

Altri film sono; Nel nome del padre (1972), Salto nel vuoto (1980), Gli occhi, la bocca (1982), Enrico IV (1984), Diavolo in corpo (1986), La condanna (1991) e Buongiorno, Notte (2003).

Marco Bellocchio compie 81 anni. il maestro ha dedicato la sua vita al cinema