Un pezzo importante di storia della musica italiana nelle parole e nella testimonianza di Mauro Pagani. Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco di Cristiana Mainardi è un film da vedere e da ascoltare. Del film abbiamo parlato con Cristiana Mainardi.
Distribuito da Fandango Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco dopo una serie di anteprime in giro per l’Italia (10 febbraio al Teatro Fiesole di Fiesole, il 12 al cinema Sivori di Genoa, il 13 al cinema Reposi di Torino, il 16 al Multicinema Galleria di Bari, il 17 al cinema Rondinella di Sesto San Giovanni) è in uscita nelle sale come evento speciale il 16, 17, 18 febbraio.

Il film di Cristiana Mainardi
Nella prima sequenza di Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco l’associazione delle immagini – il cielo nuvoloso, l’edificio che si specchia nei Navigli e la barca ormeggiata nel molo – rimanda a una condizione di stasi che è un po’ quella in cui a un certo punto si è ritrovato Mauro Pagani costretto ad aspettare che i ricordi tornassero a galla.
Era importante dare un contesto di partenza, simbolico e reale: Milano e il Naviglio su cui si affacciano le Officine Meccaniche, luogo iconico creato da Pagani, riflesso nell’acqua che scorre e che definisce contorni sfumati all’edificio. Anche quando il tempo sembra fermo sotto un cielo grigio e apparentemente per un attimo la vita s’interrompe, qualcosa attorno a noi e dentro di noi è comunque in movimento.
In questo senso l’immagine finale con Pagani e la moglie che prendono il largo in un mare illuminato dal sole è una conclusione poetica destinata a chiudere il cerchio con quella iniziale.
Esattamente. Il mare porta naturalmente lo sguardo alla linea dove si incontra con il cielo, un orizzonte inafferrabile, infinito, concetto per Mauro Pagani ricorrente, sia in senso esistenziale sia artistico. Un viaggio perenne, di libertà e avventura.

Il mare inteso come viaggio verso un altrove sconosciuto era il tema attorno a cui ruotava Crueza De Ma. In questo senso la sequenza conclusiva mi sembra una sorta di omaggio al lavoro che ha segnato la collaborazione con De Andrè.
Potrei scommettere che nel sangue di Mauro Pagani c’è anche acqua di mare. Forse era così anche per Fabrizio De André. Il repertorio di Creuza De Ma è intriso di salsedine. Nella struttura del film, le immagini di ieri tornano vive con quelle dell’oggi – si sovrappongono, si intrecciano – e ho cercato di mettere in dialogo i due autori come se non ci fosse un passato e un presente: Creuza è un’opera immortale, potente e seducente, che esprime il coraggio e il talento di due artisti che si sono pienamente consegnati all’atto creativo, senza mediazioni.
Due direzioni
A perdere la memoria non è solo Pagani a causa dell’ictus che lo ha colpito ma anche la sua generazione che come dice lui stesso non ricorda quale sia l’oggetto della sua nostalgia. Per come è stato concepito il racconto del film va in queste due direzioni, quella privata e quella collettiva.
Pagani ha vissuto un’epoca in cui si credeva di poter costruire un mondo migliore, anche con il proprio mestiere di artista. Ha lasciato la PFM all’apice del successo, giovanissimo. Ha rifiutato la distanza che può crearsi tra la rock star e la realtà, perché ne soffriva come essere umano. E l’umanità si nutre di svariate dimensioni, sollecitazioni, contaminazioni, anche di quotidianità. Il palco è una dimensione naturale e necessaria per un musicista, ma per vivere non basta, o almeno non bastava a lui, figlio del mondo, sinceramente interessato al destino del prossimo, ricercatore infaticabile, tanto che poi si è dedicato all’esplorazione e alla conoscenza della musica dei popoli. Trovo sia un tema oggi dirompente, che ho cercato di mettere in risalto: come individui possiamo davvero incidere solo se in relazione agli altri.

Cristiana Mainardi e le diverse generazioni
Se quella di Pagani è una generazione colpita dall’Alzheimer, Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco vuole essere una sorta di spinta verso un afflato che riguarda non solo i coetanei di Pagani, ma anche i più giovani come dimostrano gli interventi di Arisa, Mahmood, Mengoni.
Avere la capacità di vedere l’altro, averne il desiderio. E restare con la mente aperta, pronti a farsi sorprendere dalla bellezza, dal talento altrui, dalla musica nuova che sta nascendo. C’è tanta consapevolezza nel suo percorso, ma mai nostalgia verso il passato, il bagaglio dell’esperienza non è ingombrante – anzi – è slancio per nuove intuizioni. Lo sguardo, anche del film, è sul futuro.
Nel film il rapporto tra arte e vita è molto stretto. In Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco la narrazione sembra nascere non solo dalla volontà di realizzare un documentario su una grande personalità del panorama musicale ma soprattutto dall’urgenza dello stesso protagonista di ripercorrere gli anni della sua vita per consolidarne il ricordo.
Il film non poteva essere un riassunto delle cose fatte – tantissime e in più ambiti – sarebbe stato impossibile, ma soprattutto non interessava a lui, e neppure a me. La mia aspirazione era, con il linguaggio del cinema, cercare il significato più autentico e profondo di questa esistenza straordinaria, estrarne gli atti salienti e le emozioni, per farne un racconto universale. Mauro ha permesso che guardassimo insieme nelle pieghe più profonde della sua vita, affidandosi. Mi ha fatto un dono inestimabile, la mia gratitudine non sarà mai espressa abbastanza.

Presente e passato
Il film si muove su più linee temporali con le tappe salienti della carriera di Pagani intersecate dalle azioni intraprese dalla comunità artistica che si stringe attorno al protagonista. Attraverso il montaggio il presente sembra ispirato dall’evocazione di quel passato.
Ringrazio Sabina Bologna alla fotografia e Matteo Mossi al montaggio. E anche Lionello Cerri e Lumiére, per aver sostenuto una produzione di ricerca. Da subito, l’idea era di un film che procedesse per associazioni, per rimandi, anticipazioni. Che fosse libero dalla gabbia temporale, come sempre è stato libero il percorso di Pagani. Era più un’ambizione, un desiderio, che la certezza di poterlo davvero realizzare così. Spero che ci siamo riusciti: a far parlare il repertorio dell’oggi, a riportare l’oggi a valori sedimentati nel vissuto, a restituire l’autenticità non solo di sodalizi artistici, ma di relazioni umane profonde che non sono solo testimonianza, ma dialogo aperto.
Il dualismo tra le due nature di Pagani, quella mite e quella da fuggiasco, è risolta nel film con la scelta di fargli indossare in alcuni momenti una giacca psichedelica destinata a rimarcare l’invito al viaggio che ha scandito la vita del musicista. È così?
Ci siamo attenuti al cinema del reale, abbiamo girato molto e in svariati momenti, e Mauro non ha mai indossato un costume. Lui ha scelto quella camicia in quel momento del racconto, e non poteva fare scelta migliore, ancora una volta.

Lo studio di registrazione protagonista
Per Pagani la musica è stata sempre un mezzo per comunicare con gli altri. La scelta di fare dello studio di registrazione uno dei protagonisti del film per quello che rappresenta, ovvero una sorta di comunità legata dai medesimi intenti, va in questa direzione.
Le Officine Meccaniche appartengono alla storia della musica, hanno una dotazione strumentale e tecnica forse unica in Europa, e nelle sue sale, i più grandi artisti contemporanei hanno realizzato e realizzano la loro opera. Perfino i Muse e Lady Gaga. Pagani ha creato questo luogo trasformando quello che era già uno studio di registrazione – frequentato tra gli altri da Tenco, Mina, Celentano, Duke Ellington – e con Silvia Posa continua un lavoro fedele nella sua identità, ma totalmente accogliente verso il nuovo. Ogni cosa, tra quelle mura, ha vita e spessore. Ogni cosa è racconto. Sono anche un posto dell’anima: ha creato questo studio dopo la fine del rapporto con De André, come a cercare riparo da una perdita, e portano il nome dell’officina paterna, quel padre che lo ha iniziato al violino ma che non voleva un figlio musicista. Sono crocevia di storie, incontri, sogni e destini.

Il criterio di Cristiana Mainardi
Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco è un film in cui i sentimenti sono importanti quanto la musica. Questo ha evitato il rischio di costruire una ritratto auto celebrativo del suo protagonista. Qual è stato il criterio che hai adottato per riuscire a farlo?
La prima garanzia era Pagani stesso, un materiale umano immenso e di rara qualità, ma anche una persona refrattaria a mettersi in mostra, priva di un ego da soddisfare. Dal mio punto di vista, l’artista non era scindibile dall’uomo, e anche a lui non interessava uno sguardo totalmente concentrato sulla sua carriera, seppur straordinaria. Ha accettato di intraprendere un ennesimo viaggio, per mia fortuna un viaggio insieme. Nell’anima, dandosi con fiducia e generosità, lasciando una libertà che dimostra ancora di più la sua grandezza. Andando dove non so è il titolo che stava sui primi appunti di lavoro. Abbiamo tenuto il timone puntato in quella direzione, sia con il mare agitato sia con il mare calmo.