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CONVERSATION

Terraviva Film Festival. Conversation con Alessio Cremonini. BORDER e altri confini.

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Presente in cartellone nella 1 edizione del Terraviva Film Festival, in onda dal 18 Dicembre su Mymovies Border di Alessio Cremonini presenta forme e temi di Sulla mia pelle, anticipando prima di altri  gli sviluppi del conflitto siriano già nel 2013, anno di realizzazione del film. Di Border abbiamo parlato con Alessio Cremonini alla vigilia della proiezione del film, prevista gratuitamente il giorno 18 dicembre.

Border è il tuo film d’esordio, che la prima edizione del Terraviva film Festival ci offre l’occasione di riscoprire in tutta la sua bellezza e importanza.

Va detto che chiamarlo film è molto generoso, nel senso  che  è stato girato con un budget – 40 mila euro – insufficiente a pagare un attore medio chiamato a interpretare un intero film. Invece Border è stato fatto con dei ragazzini che avevano appena finito di studiare cinema nelle varie scuole. Molte persone che vi hanno collaborato facevano altro nella vita. Abbiamo girato con spirito neorealista e cioè a bassissimo costo, avendo intenzione di raccontare cosa stava succedendo in Siria in quel momento. Calcola che al festival di Toronto siamo stati i soli a parlare di quel tema e penso  sia stato anche questa ragione a farci ritrovare in un manifestazione così importante. 

L’eccezionalità di Border sta anche nelle ragioni che hai appena detto. Io ne ho trovate altre, come ad esempio quella di fare di una storia privata un racconto morale dalle valenze universali. Tu la introduci con inserti documentari che fanno da apripista al resoconto di finzione. In questa relazione tra documentario e cinema, c’è innanzitutto la volontà di ricordare che nel tuo film il principio di realtà è fondante e dunque che si tratta di una storia realmente accaduta, all’interno del conflitto siriano. In più, mi sembra ci sia il desiderio di stabilire una gerarchia delle fonti avvertendoci che la tua è una rappresentazione della realtà mostrata nelle immagini di repertorio.

Sì, assolutamente. La storia è vera ed è stata adattata alle possibilità di stare dentro alle ristrettezze del budget. Il patto con i produttori era che il film sarebbe stato montato e finito solo se il materiale girato fosse stato all’altezza. La scommessa dunque è stata vinta puntando su un set costato solo 40 mila euro. Quindi quello che dici tu è verissimo, considerando che  il salotto dove pregano le ragazze è stato ricavato prendendo un angolo della casa dei miei genitori,  riadattato alle esigenze della storia, riempiendolo con oggetti che le persone di solito si portano per ricordo dal proprio paese. E’ chiaro che c’erano delle imperfezioni, però ci sembrava necessario partire dal fatto che in quel paese ci fosse una guerra. Ti faccio poi notare che le protagoniste del film sono due donne niqab, il che anticipa l’avvento del radicalismo fondamentalista dell’Isis, di lì a poco padrone della scena e che di quella tradizione ha fatto la sua bandiera. Non sono cose sovrapponibili, ma è evidente  la profezia a qualcosa che era nell’aria,  cioè che non si trattasse di una guerra civile tra chi voleva deporre Assad e chi invece lo voleva ancora a capo del paese.

Se le immagini d’archivio raccontano di proteste represse nel sangue, quelle di finzione, con le due donne colte in preghiera, ci dicono  che la religione è percepita non più come collante del  paese ma dell’esatto contrario.

Capisco cosa vuoi dire. In questo senso è un film molto difficile per gli occidentali, perché questi ultimi hanno un’idea del medio oriente e dell’islam estremamente semplificata, spesso non reale. Questo provoca degli errori di valutazione anche da parte della politica, rispetto al modo di rivolgersi alle problematiche di quei paesi.  Mi rendo conto che non è una traduzione facile da fare quella proposta dal rapporto tra i due tipi di immagini, però il significato è quello.

Border  prima, Sulla mia pelle poi, ci dicono che il tuo cinema parte sempre dal dato reale e dal suo documento. A differenza di molti autori italiani che hanno la tua stessa vocazione, tu arrivi al cinema di finzione senza passare attraverso il documentario.

Sì, rientro nella grande e magnifica tradizione di questo paese. Parlare della realtà è la cosa più difficile che si possa fare. I documentari presuppongono un altro modo di scrivere per cui non mi sento portato, anche se nulla è asettico, perché anche lì il piazzamento della mdp presuppone una presa di posizione. Nel cinema di finzione c’è un (totale) allestimento che nel documentario è solo parziale. Da Caravaggio a Pasolini, passando per De Sica e Zavattini, i geni italiani  hanno detto che raccontare la realtà non è cosi semplice, perché questa è scandalosa come uno specchio davanti al quale si sta  senza poter mentire. Dunque i film sulla realtà sono molto difficili, perché tutti noi vorremmo dimenticarcela. Al contempo, metterla in scena è l’unica maniera per crescere, per essere problematici e non infantili. Questo è il tipo di cinema che con grande difficoltà riesco a fare. Una predilezione che parte da lontano, ricordando la mia collaborazione alla sceneggiatura di Private di Saverio Costanzo, al quale devo la conoscenza di una questione come quella mediorientale, poi diventata oggetto della mia indagine.

Border parla prima di tutto di un confine geografico, quello che separa la Siria dalla Turchia, verso cui si mettono in viaggio i protagonisti.  Ma non solo, perché ce n’è anche uno di tipo culturale, rappresentato dalla porta della casa in cui abitano le due protagoniste e che a livello simbolico, oltreché materiale, segna il confine che separa gli uomini dalle donne. Infine, c’è quello del loro accompagnatore, che entra ed esce dalla legalità a seconda della convenienza.

Hai perfettamente ragione e ti ringrazio per aver notato queste cose. Un’altra ancora, che a me interessava molto e che svilupperò nel mio prossimo film, era dato dal confine fisico imposto dal niqab e dunque dalla possibilità di mostrare o meno il viso e il corpo. Nel confine fisico individuato dalla rete separatoria, c’è un buco: Morando Morandini me lo fece notare e ho trovato che, nella sua enorme saggezza,  con quella frase aveva capito tutto il film.

Certo, perché il buco sta a indicare che il confine è stato passato.

Esattamente, aveva capito quello che hai capito tu chiedendomi del confine. Entrambi con una propria lettura, com’è naturale che sia, e capendo che il tema del film è proprio quello, inteso però nel senso più ampio del termine. Se ci pensi, anche oggi il confine ha una sua attualità. Basti pensare all’idea di Trump di costruire il muro per separare gli Stati Uniti dal Messico.  I confini sono dei muri reali e simbolici: nel mio film è una rete di metallo, che però sempre quello rappresenta.

Ma è proprio per questo che Border merita di essere rimesso in circolazione. Al di là delle sue qualità, continua a proporre un discorso molto attuale. Il suo  passaggio al Terraviva Film Festival è l’occasione buona per recuperarlo. 

Perché purtroppo il tentativo di erigere dei muri è connaturato al comportamento umano.  Il confine rappresentava un po’ questa idea del mondo. Per essere un film cosi piccolo, penso che Border abbia un suo senso. Peccato non sia mai uscito nelle sale italiane  e abbia trovato il mondo di circolare solo in qualche tv mediorientale o piattaforma araba a cui è stato venduto  piattaforma araba o in alcune emittenti  dell’est Europa.

 

Border è una storia vera che però tu scegli di raccontare con una struttura archetipica. Dunque si tratta di un racconto reale e privato, che però assume significati che lo rendono universale. Basterebbe citare il contrasto di caratteri, con la fermezza delle sorelle che si oppone all’ambiguità del loro accompagnatore. La drammaturgia prodotta da questo rapporto vale da sola l’intero film.

E’ assolutamente vero. Nelle guerre l’ambiguità è data dal fatto che cerchi di salvarti. Anche le donne cercano di farlo, non venendo però mai meno al loro ideale, che per me è qualcosa di incomprensibile e però assolutamente rispettabile. Quando incontrai la sorella sopravvissuta al viaggio, mi disse che in fondo per loro il velo era come per le nostre madri mettersi la minigonna. Mi voleva far capire che il loro sessantotto era consistito nel ritornare a un certo tipo di Islam. Il ragazzo invece è uno che ha visto l’orrore e vuole fuggirne in tutti i modi.

Sono due posizioni lecite.

Più che lecite, inevitabili. Come in tutte le guerre c’è chi soccombe e chi sopravvive e non è detto che i morti siano sempre quelli peggiori. Le guerre ti fanno fare cose inenarrabili, a cui mai avresti pensato. Per questo bisognerebbe evitare di intraprenderle. Con esse la gente si trasforma. Guarda quello che è successo nella guerra dei Balcani, in cui persone che il giorno prima andavano d’accordo hanno di colpo incominciato a spararsi.

Mi è piaciuta la scelta di privilegiare piani sequenza a camera fissa, in cui è evidente il lavoro di composizione fatto all’interno dell’inquadratura. Nel farlo riprendi l’idea di certo cinema mediorentale che nasceva alla stessa maniera, e cioè con pochi mezzi e con troupe piccole e leggere. Penso per esempio ad Abbas Kiarostami che girava con tre persone, anche lui privilegiando il piano sequenza. La riuscita del film si deve anche al fatto che questa forma richiama quella con cui abbiamo imparato a conoscere il Medioriente attraverso il cinema di questi grandi autori.

Sì. infatti è stata fatta cosi anche per questo motivo, solo che in pochi l’hanno notato. Poi sai come succede, nei festival ci sono tanti film da vedere e al critico possono sfuggire certe cose. Devo dire che nessuno ha avuto l’arguzia di notarlo come invece hai fatto tu e questo mi fa enormemente piacere Volevo alludere a quel tipo di  cinema, che, se vuoi, potremo definire “lento”.

In questa essenzialità ci sono delle scene  addirittura poetiche e mi riferisco a certi campi lunghi, dove i viandanti attraversano prati che in quel momento raccontano non solo la piccolezza dei protagonisti nei confronti di quegli avvenimenti.  Il verde in cui sono immersi sembra risanarli almeno per un attimo dalle loro sofferenze, una sorta di Eden in mezzo all’inferno.

Sì, guarda, questo è verissimo. Ci dovevamo incontrare sette anni fa, mannaggia, perché un critico cinematografico che capisce queste cose avrebbe fatto molto bene al film. Sono comunque contento che avvenga oggi, perché per me è uno dei regali di quest’anno. Mi fa piacere ancora di più perché arriva da un critico colto con cui non avevo parlato prima. In questo senso se ci pensi Sulla mia pelle, anche se è un film diverso, va nella stessa direzione per l’uso della macchina fissa e dei piani sequenza. Anche lì non c’è mai una steadycam.

Infatti,  volevo rivendicare che, al di là del fattore economico, in soli due film hai definito una forma cinematografica presente in entrambi i lavori.

Sì, hai ragione ed è perché son attratto dagli opposti. A me le cose muscolari sono piaciute sempre poco. Nel senso che realizzare un piano sequenza funambolico per far vedere come sono bravo non mi interessa.  Magari mi piace vederlo come spettatore, ma non come regista. Secondo me, dal punto di vista tecnico, un autore ha il compito di trovare insieme al direttore della fotografia il punto di vista giusto per comunicare quello che gli preme dire. Ancora più difficile farlo muovendosi poco all’interno della scena. Bergman e Kubrick erano dei miti che si muovevano poco facendolo solo quando c’era la necessità. Io nella mia piccolezza cerco di andare in quella direzione. Tra l’altro, la trovo una sfida più affascinante. Il grande ritmo non ti fa molto pensare mentre per me il cinema lo deve fare. Il ritmo parossistico è bellissimo e affascinante, però io preferisco parlare anche alla testa e non solo allo stomaco.

Dal punto di vista fotografico il passaggio da Border a Sulla mia pelle è all’insegna della discontinuità. Se nel primo privilegi la luce naturale, nel secondo c’è una ricerca espressionistica data anche dal magnifico lavoro di Matteo Cocco.

Matteo è un grandissimo e adesso ha pure vinto il premio EFA per la migliore fotografia. Avrebbe dovuto vincere già per Sulla mia pelle, pensando che ai David di Donatello non entro neanche nella cinquina finale. Matteo è uno che farà una strada straordinaria e che già adesso è ai vertici del settore. E’ molto di più che bravo: ha un’idea di cinema molto vicina alla mia e mi dispiace che nel  mio prossimofilm  non ci sarà perché impegnato su un altro set. Il cinema è luce, per cui la sua collaborazione è stata fondamentale in una direzione che, come dici tu, è stata di tipo espressionista.

Parlando di poetica si può dire che, sia in Border che  Sulla mia pelle, dai voce a persone che sono vittime del sistema.

Rossellini diceva che non gli interessava il cinema in sè ma il cinema utile. Può sembrare una cosa da poco, invece è fondativa di un autore per me significativo. Come lo è Ken Loach. Come spettatore sono onnivoro, come regista ho una chiara direzione che, come dici, è quella di dare voce alle vittime.

Nei tuoi film riprendi corpi e facce di persone realmente esistite. Anche in relazione a questo ti chiedo che metodo hai per dirigere gli attori e per ottenere da loro performance così efficaci e premiate come quella di Alessandro Borghi.

Parlando di Border, il ragazzo avrebbe dovuto continuare a fare l’attore, perché oltre a essere un bel tipo – il che non guasta mai – aveva anche delle potenzialità interpretative che meritavano di essere approfondite. In generale penso che l’attore vada aiutato a mettersi nella posizione che gli è più congeniale. Quindi, quando un regista  sceglie un attore, è come il selezionatore della nazionale di calcio perché chiamato a trovare quello giusto per una determinata parte. Cosi facendo, il cinquanta per cento del lavoro è fatto. Alessandro Borghi ha fatto un lavoro straordinario, considerando che cercavo qualcuno non somigliante a Stefano Cucchi, nonostante ci fossero attori che lo potevano ricordare molto bene. Borghi, oltre ad essere un lavoratore indefesso e un raro talento dotato di recitazione antiretorica, doveva guadagnarsi l’interpretazione perché era del tutto differente dal suo personaggio sotto il profilo  fisiognomico.  Ha dovuto fare tutta una serie di ascesi: si è dovuto torturare dimagrendo molto e guarda caso Cucchi  era statosuo tempo picchiato. Borghi non è Cucchi e, proprio perché non lo abbiamo in alcun modo truccato, è stato costretto a entrare nell’essenza di quel ragazzo al punto che, pur non assomigliandoli, guardandolo ti sembra lui.

Per Border, il lavoro è stato prendere persone giuste per poter fare quella cosa li. Io sono stato assistente di  Ettore Scola sul set de  La cena e mi ricordo che lui passava molto tempo a parlare con gli attori, specialmente con Stefania Sandrelli, ma anche con gli altri. Con loro si metteva al tavolo e rimaneva a parlare anche mezz’ora. Capivo che in quel momento lui era la mamma, il papà, lo zio, l’amico, il regista. Era in definitiva il fatto di prendere una persona per mano, aiutandola a lavorare nel miglior modo possibile. Come Ettore anche io non sto vicino al monitor ma preferisco affiancare l’operatore perché  li c’è anche l’attore, che per questo si sente aiutato. Il cinema di Ettore per me è una sorta di nume tutelare. Mi chiedo sempre cosa avrebbe fatto lui ogni volta che devo affrontare certe situazioni. Mi ricordo la Sophia Loren, di Una giornata particolare, quando si metteva la calza rotta sotto il piede per non farla vedere. Anche se faccio un cinema differente, a questi grandi geni chiedo sempre soluzioni ai problemi del mio mestiere.   

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Border di Alessio Cremonini

  • Anno: 2013
  • Durata: 95
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: italia