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CONVERSATION

Conversazione con Giovanni Veronesi: Tutti per 1-1 per tutti racconta il fanciullino che c’è in ognuno di noi.

Il 25 dicembre su Sky Cinema va in onda Tutti per 1-1 per tutti. Del film abbiamo parlato con Veronesi

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La sera del 25 dicembre su Sky Cinema va in onda Tutti per 1-1 per tutti. Del film abbiamo parlato con il regista Giovanni Veronesi

 

Tutti per 1 – 1 per tutti ha tra le altre caratteristiche quella di riassumere temi e poetiche del tuo cinema, sia scritto che diretto. Primo tra tutti, quella di prendersi una vacanza dalla vita, nel tentativo di andare oltre i i limiti della realtà fisica ed esistenziale.

Sì, credo sia proprio così. Poi è chiaro che si tratta di un gioco con delle regole ferree che vanno rispettate, ma l’aspetto ludico rimane primario.  Fin da piccolo, quando giocavamo a cowboy e mi sparavano, io morivo e rimanevo per terra fino alla fine del gioco, perché per me anche fare il morto era una regola che andava rispettata. Sono una persona che gioca senza però venire meno alle norme.  Fare un film come  Tutti per 1 – 1 per tutti significa riferirsi a un genere, come pure avere alle spalle dei limiti da superare rappresentati da un capolavoro quale L’armata Brancaleone.  Ho valutato tutto per bene, per poi addentrarmi  in questo tipo di film che è un po’ diverso da commedie come i Manuale d’amore o L’ultima ruota del carro. Diverso perché, accostandosi al genere, bisogna rispettarne i codici e quindi crederci molto. Detto questo, penso che se fossi nato in America avrei voluto fare la serie di Harry Potter.

Rispetto all’utilizzo del cinema di genere e alla commistione tra le varie forme, tu sei stato un precursore. Basterebbe citare Il mio West per farsene un’idea.

 

Sì, se guardi tutta la mia filmografia ci trovi addirittura dei fantasy. Pensa a Silenzio si nasce, che raccontava di due feti in attesa di venire alla luce. Questo per dire che ho fatto una carriera un po’ bislacca, restando sempre nei binari della commedia monicelliana, perché è la mia formazione cinematografica. Con delle eccezioni rappresentate appunto dal tentativo di cimentarmi nel genere.  In questo caso mi piaceva molto l’idea di frequentare la letteratura per ragazzi, che poi così tanto per ragazzi non è. L’idea era quella di prendere dei miti della mia età, dei super eroi e farli invecchiare con me. Zorro lo conosciamo  sempre giovane, ma è tutt’altra cosa  vederlo a settantacinque, ottant’anni. Così ho fatto con i miei moschettieri.

“I tuoi  moschettieri” sono un po’ come il William Munny de Gli Spietati. Come lui, anche loro sono costretti a tornare in scena invecchiati e senza più avere l’abilità di un tempo.

Certo. Diciamo che tutti i canoni vengono rispettati,  ma la cosa che mi interessava di più era  metterci del romanticismo, non mieloso, ma vero, derivato dal fatto che i bambini usano la fantasia come una vera macchina del tempo, permettendosi  il lusso di scorrazzare in giro per le varie epoche con l’ausilio soltanto della propria creatività.. Ecco, reimmergersi in quel mood lì, rifarmi a quel modo di pensare mi ha fatto un gran bene!

Accennavi al romanticismo che il  film dispensa a piene mani e che mette in luce un altro tema forte della tua filmografia, sia come sceneggiatore che come regista, ovvero quello dell’amore impossibile. Qui ce ne sono addirittura tre: quello della regina e  D’Artagnan, di Buffon e Ginevra e di Portos  e Tom Tom. Senza dimenticare che, nei film scritti insieme a Francesco Nuti, i suoi personaggi si innamoravano sempre  di donne apparentemente irraggiungibili.

Sì, è un tema molto caro, sia alla commedia che a me, e mi sembrava che anche La cura di Franco Battiato fosse perfetta, perché è la canzone d’amore per eccellenza, quella in grado di chiudere il cerchio su questo aspetto del film.

Il sentimento incarnato dal bambino,  e cioè la volontà e il desiderio di andare oltre i limiti che ci vengono imposti dalle convenzioni sociali, così come di far viaggiare la fantasia,  era un mood presente nelle sceneggiature scritte per Nuti e Pieraccioni.

   Sì, per Nuti ancora di più, perché lui era un gran sognatore, mentre Pieraccioni amava state con i piedi per terra e quindi scrivevamo commedie molto concrete. Con Nuti  a volte ci siamo addentrati anche in  momenti di demenzialità in  film come  Tutta colpa del paradiso. Fatta di momenti che poi la gente si ricorda di più.  Mi piace molto rasentare i paradossi e nella comicità scendere nella farsa, potendola però fare con grandi attori, capaci di mantenerla ad alto livello. La farsa è un genere super nobile se viene fatta bene.

Nel loro spostarsi attraverso il paesaggio, i moschettieri sembrano una compagnia di figuranti e il loro viaggio una tournée teatrale con i protagonisti  pronti a fermarsi e a esibirsi in ogni paese incontrato sul loro cammino.

C’è da pensare poi che nella realtà i moschettieri erano delle vere e proprie star. D’Artagnan era come Totti: in ogni posto in cui capitava  veniva assalito da folle di ammiratori. Naturalmente, non essendoci la televisione, non tutti ne  conoscevano la faccia; però di nome tutti sapevano delle imprese di D’Artagnan e dei moschettieri. Per questo nel film li faccio beare del plauso delle persone festanti al loro passaggio ed è sempre per questa ragione che li mostro truccati con tanto di nei finti. Loro sono delle vere e proprie star.

Infatti spesso il loro viso si mostra imbiancato da trucco e cerone.

Sì, infatti.

Nella sua essenza, Tutti per 1 – 1 per tutti riprende  la  commedia picaresca a cui si rifacevano i grandi sceneggiatori della commedia italiana. Mi pare sia il modello seguito dal tuo film.

Sì, mi piace proseguire su quella strada, anche perché quegli sceneggiatori sono stati  grandissimi autori. Bisogna dirla questa cosa e cioè che quel cinema  non sarebbe stato lo stesso senza i vari Age,  Scarpelli, Donati, Benvenuti, De Bernardi, Vincenzoni, per non parlare poi di Tonino Guerra ed Ennio Flaiano. Tutte persone che, con estrema ironia, con grande cinismo e molto sarcasmo, arrivavano a trattare temi tragici, tipo la morte o la guerra, riuscendo a fare film molto divertenti con una cornice apocalittica come lo sono le guerre e la malattia. Se prendiamo La grande guerra, che è il mio film preferito per antonomasia, dentro ci si trova tutto.

In questo film si sente molto un aspetto sempre  presente nel tuo cinema e cioè un grande senso di libertà, che parte innanzitutto dalla scrittura e che poi si trasmette alla sua messinscena.

E’ una libertà che mi sono preso e facendo questi film mi si apre un cancello ancora più grosso, dato dal poter contare su una serie di rimandi e  citazioni. Ho la possibilità di  spingermi in territori un pochino meno frequentati, in virtù del fatto che il passare degli anni mi ha dato più forza nel far venire meno la paura del giudizio. Oggi mi lascio andare di più  e mi diverto molto di più anche a scrivere.

Facevo riferimento al cinema americano. Come quello, anche il tuo si apre spesso sul paesaggio, con la mdp pronta a fare entrare nel quadro più spazio possibile. Tutti per 1 – 1 per tutti è un film di ampio respiro, anche dal punto di vista visivo per l’uso di  panoramiche, dolby e carrelli.

Il grande schermo ne avrebbe valorizzato la visione, però ben venga anche la televisione, perché altrimenti non saprei che fine avrebbe fatto questo film. Dunque sono comunque molto contento.

L’ambiente e lo spazio per te non sono semplice cornice, perché sovente  nei tuoi film, e questo in particolare, si fanno contenitore di un immaginario strabordante.

Sì, il paesaggio è molto importante e nel bambino c’è tanta roba mia. Certe frasi vengono proprio dalla mia infanzia. Mi ricordo che, quando pensavo a giocare e quindi mi immaginavo gli indiani che venivano da dietro il muro di casa, oppure su, dall’argine del Bisenzio, non vedevo quello che avevo di fronte, ma immaginavo il grande river delle praterie e le mitiche montagne rocciose. La mia fantasia galoppava verso quegli scenari, per cui, quando ho avuto la possibilità di inquadrare degli spazi altrettanto  ampi e così emozionali, l’ho fatto.

Nel film vai a fondo anche in termini di temi esistenziali: dicevamo della canzone di Battiato, bellissima e poeticissima, ma anche profondamente evocativa.  In Tutti per 1 – 1  per tutti si parla anche di perdita della fede,  della ragion di stato opposta a quella del cuore  e dell’importanza di conservare un po’ del bambino che c’è in noi.

Sì, e anche di come nella vita si possa  cambiare idea. Non è detto che, se si è vissuti con una convinzione, poi non la si possa cambiare. E’ necessario comprendere che il mondo si trasforma in modo veloce  e se tu non cambi con lui rimani indietro e non capisci più chi sei. Mi piace l’idea di questa crisi esistenziale dei moschettieri, che gettano i mantelli e si fanno trasportare da questo vento repubblicano che manco sanno  cos’è, ma che sentono essere qualcosa di nuovo. Un’idea destinata  a diventare protagonista degli eventi della storia.

Ho apprezzato il lavoro sul linguaggio, a cui hai applicato il medesimo principio di libertà e fantasia, con Mastandrea, Favino e  Papaleo  pronti a mescolare i rispettivi idiomi a quelli di matrice straniera.

Ho pensato che ognuno nella sua vita ha la cadenza del luogo dove abita e mi sembrava normale che i miei personaggi se la portassero dietro. Non capivo il motivo per cui nel film si dovesse parlare un italiano perfetto, che esiste solo in letteratura, ma non nella realtà. Ognuno  quando parla si porta dietro le proprie radici sempre, a meno che non si sforzi di essere apolide per forza. Mi piaceva l’idea che questi soldati alla fine non avessero un linguaggio tutto preciso, ma fossero sporchi, perché lo saranno stati di sicuro. Tutt’al più si saranno un po’ sforzati davanti alla regina, come fanno i miei. Ma D’Artagnan era un guascone, veniva dalla Guascogna ed era un mezzo contadino, quindi avrà parlato sicuramente una lingua forse peggiore di quella che gli faccio parlare io.

Nel film metti insieme una squadra di attori, ognuno dei quali rappresentativo di un diverso immaginario. Addirittura Favino che della commedia è una sorta di neofita.

Avere a disposizione questi attori così ricchi di talento, capaci di passare con naturalezza dal comico al drammatico e con tutti i tempi a disposizione, mi dava la possibilità di giocare con una gamma di possibilità molto più vaste. Se prendi l’attore drammatico tout court  o al contrario quello abituato a lavorare nel comico, ti fermi lì. Da Manuale d’amore ho incominciato a prendere attori che fanno anche ridere, ma devono essere completi, avere tutti i tempi. Favino che fosse così comico l’abbiamo scoperto insieme nel primo film sui moschettieri, perché prima non aveva mai frequentato il comico vero e invece abbiamo visto che possiede dei tempi meravigliosi. Mi piace quando gli attori possono passare, nell’arco di pochi secondi, all’interno della stessa scena, dal drammatico al divertente, al grottesco. Significa che puoi viaggiare sul filo del rasoio, sulla cresta dell’onda, per fare quel percorso rischioso, ma molto efficace, che ti sei prefisso. Lo puoi fare solo se hai a disposizione il materiale giusto.

Hai contribuito a scoprire  Elio Germano, hai fatto recitare in italiano Bowie e De Niro. Esordienti o star, ti sei permesso tutto, e l’hai fatto funzionare bene.

Delle volte ha funzionato di più, altre meno, ma è sempre colpa mia, perché evidentemente ho saputo sfruttare poco quello che avevo a disposizione. Un mio amico produttore dice che i film costano quello che hai, perché se lo vuoi fare sei tu che devi adattarti Io nella mia vita mi sono adattato sempre a quello che avevo e per fortuna i miei film sono andati sempre abbastanza bene, per cui ho potuto farne un altro senza troppi sacrifici. In questo caso devo dire che Indiana e Sky mi hanno dato veramente una grande mano, lasciandomi davvero libero di fare come volevo. Quindi in questo caso, più che nel primo, perché nel primo mi controllavano di più, non sapendo bene che cosa andavo a fare,  era proprio un esperimento, una prova generale; in questo invece si sono fidati totalmente e sono riuscito a metterci dentro tutta l’emozione che volevo, tutta l’anima dei personaggi che avevo in mente. Questo è un grande vantaggio, un grande privilegio per chi fa il mio mestiere.

Ti permetti di mettere Cyrano contro D’Artagnan, un po’ come succede nei fumetti Marvel, quando fanno combattere Thor contro Spiderman.

Sembra un invenzione, ma non lo è. La vicenda che ho raccontato prende spunto dalla realtà: lo è il racconto della bambina ispirato  al viaggio in Olanda della figlia di Carlo I, andata in sposa a un principe Orange per mischiare le due monarchie. Tra l’altro il matrimonio ha dato vita alla dinastia da cui, trecento anni dopo, è nata la regina Vittoria. Il periodo vittoriano, che è tra quelli di massimo  splendore per ‘Inghilterra e a favorirlo  è stata la genealogia di quella bambina, che nel 1631 andò a  sposare un principe.

Cyrano e D’Artagnan erano da tutti reputati i più grandi spadaccini di Francia, ma nessuno sapeva chi dei due fosse il migliore, perché nella vita non si erano mai incontrati. Quando capitò, Cyrano nella sua biografia racconta di essere entrato in una locanda e di aver intuito che l’uomo attorniato da belle donne doveva essere D’Artagnan, ma decise di non provocarlo perché aveva molto rispetto di lui. Quella è l’unica volta che si sono sfiorati. Io invece nel film li faccio proprio combattere, però questa è una mia fantasia derivata  da un supposto reale e documentato.  Mi piace sempre affondare i piedi in  fondamenta precise e solide.

Tra tanti personaggi, e nel film ce ne sono moltissimi,  quello che mi ha più colpito è stato Tom Tom, interpretato al meglio da Giulia Michelini.  il suo sembra un personaggio uscito fuori mescolando la Pris di Blade Runner con un randagismo da corte dei miracoli. E’ fortissima!

Credo che Giulia Michelini sia l’unica attrice italiana che poteva fare questo ruolo. Lei così piccola, svelta,  atletica, con questi occhi furbi, con questa faccetta intelligente, con questa fisicità giusta per stare in collo a Porthos come una specie di marsupiale, però con queste potenzialità di veggenza straordinarie. È il personaggio che piace più di tutti anche a me e ringrazio veramente tanto Giulia, perché ha saputo interpretarlo proprio come volevo.

La domanda di rito tocca anche a te: si parla del cinema che ti piace da spettatore, ma anche come regista.

La mia tradizione, la mia provenienza, la mia formazione è la commedia all’italiana. Il mio punto di riferimento è Mario Monicelli con La grande guerra e poi naturalmente tutti gli altri, ovvero Ettore Scola, Dino Risi etc.  Però Monicelli diciamo è quello che mi ha segnato più di tutti, anche perché siamo diventati amici quando ormai lui era vecchio e me lo sono portato fino alla fine, cercando di cullarmelo sintanto che ho potuto. Il mio punto di riferimento per quanto riguarda il cinema italiano è Monicelli. Certo che, se fossi nato in America, non ti nego che a quest’età avrei fatto il cinema fantastico, anche pieno di effetti come potrebbe il Batman di Tim Burton, che è stato una delle più belle cose che ha fatto nella sua vita. E poi Nolan ed Harry Potter. Questi sono film di fantasia, ma anche di grande tecnica e sentimento: componenti queste che bisogna saper dosare, altrimenti il pubblico non l’agganci mai.

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  • Anno: 2020
  • Durata: 90
  • Distribuzione: Vision Distribution
  • Genere: commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giovanni Veronesi
  • Data di uscita: 25-December-2020