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CineCina

Il cinema di Hong Kong all’ombra del Grande Fratello

Il cinema di Hong Kong si sta dimostrando un termometro sociale particolarmente fedele del clima surriscaldato del momento. Gli scossoni socio-politici degli ultimi anni hanno chiaramente coinvolto la produzione artistica, a partire dal famoso incidente in cui è incappato Ten Years

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È un periodo delicato per Hong Kong. La transizione dalla Gran Bretagna alla Cina, all’avvicinarsi del ventesimo anniversario, sta causando un evidente dissesto nell’isola, che è apprezzabile anche in seno all’industria cinematografica.

Il cinema di Hong Kong si sta infatti dimostrando un termometro sociale particolarmente fedele del clima surriscaldato del momento. Gli scossoni socio-politici degli ultimi anni hanno chiaramente coinvolto la produzione artistica, a partire dal famoso incidente in cui è incappato Ten Years (e di cui ho largamente parlato in questo pezzo).

Perciò da una parte la produzione artistica è lo specchio di come gli hongkongesi stiano digerendo il disordine politico; e dall’altra, questo passaggio si sta imponendo con forza sulla struttura produttiva, sull’afflusso di capitali e, come poteva mancare, sul controllo dei contenuti. La Cina sta ormai assimilando sempre più questa cinematografia che per decenni è riuscita ad avere caratteri suoi originali e resistenti al mix culturale.

Non c’è possibilità che le produzioni di Hong Kong se ne freghino della distribuzione in Cina; o quanto meno, non c’è questa possibilità per produzioni ad alto budget. Il potenziale pubblico della Cina è un richiamo troppo allettante, e i capitali produttivi che possono confluire sull’isola dalla terraferma sono enormi.

D’altronde, un film partito con velleità moderate come The Mermaid, di Stephen Chow, ha raggiunto il mezzo miliardo d’incasso. Un bottino impensabile per la sola platea di Hong Kong, che per quanto costituita da amanti della settima arte, non ha i numeri per un tale vertiginoso guadagno. Si è visto che il linguaggio di Hong Kong piace ai cinesi, e lo hanno dimostrato l’anno passato seguendo in massa anche, ad esempio, Cold War 2, The Monkey King 2 e Operation Mekong. Come resistere alla tentazione di un tale guadagno?

Però, la storia è sempre la stessa: se si vuole distribuire in Cina bisogna farlo alle regole della Cina. Hong Kong è toccata particolarmente da vicino da ciò, e per come stanno andando le cose, presto o tardi entrerà a pieno titolo nel processo produttivo del cinema locale. Quindi, per un film big-budget, scendere a compromessi non è una grande sofferenza. Ma l’isola ha anche numerose produzioni che sono rivolte più alla piccola sala, al linguaggio d’autore, ai contenuti più che al biglietto.

Ecco, per loro, la musica è dissonante, stride nel dover scendere a compromessi, dal momento che ad Hong Kong su questo, non si erano mai avuti pensieri.

Di recente, il film vincitore degli Hong Kong Film Awards è stato, per il secondo anno di fila, proibito in Cina. In una escalation di ridicoli sistemi di censura, Trivisa è sparito dalle ricerche in internet in Cina, lasciando qui e là i nomi degli attori tutti soli. La premiazione non è stata trasmessa dai media cinesi, e insomma, si è fatto il possibile per dimostrare acceso dissenso nei confronti di questo gangster movie co-diretto da Vicky Wong, Frank Hui e Jevons Au e prodotto da Johnnie To e Nai-Hoi Yau.

In particolare, poiché il film ha vinto non solo come Best Picture, ma anche nelle categorie Miglior Attore Protagonista, Miglior Sceneggiatura e Miglior Montaggio, si è omesso di citarlo nelle varie categorie creando una lista premi con i buchi. Queste tecniche di censura fantozziane non si curano del grottesco risultato: le ricerche in internet sono lacunose, i servizi trasmessi vantano fantasiose circonlocuzioni per evitare di menzionare il titolo del film tabù; e, nelle forme più aggressive di censura, i messaggi scambiati dagli utenti sui social, vengono intercettati e cancellati.

Si ipotizza che sia stata la presenza del regista Jevons Au, che aveva già partecipato a Ten Years con il suo cortometraggio Dialect, ad innervosire la Cina continentale. Infatti la storia di Trivisa, nata nel 2011, a detta di chi l’ha scritta, non aveva intenzione di annoiare nessuno. Ambientato nel 1997, il film racconta di tre gangster dalle storie diverse che tramano di approfittare del passaggio di Hong Kong alla Cina per organizzare un colpo storico. I tre fuorilegge sono interpretati da Jordan Chan, Richie Jen e Ka Tung Lam, e quest’ultimo ha vinto come Miglior Attore Protagonista. Ma al di là della storia, sono altri i dettagli che fanno escludere che Trivisa puntasse in qualche modo, anche involontariamente, a scontentare i piani alti in Cina: tra cui il fatto che Jordan Chan è politicamente attivo a favore della Cina e che Johnnie To ha una lunga tradizione di collaborazione con la mainland.

Tuttavia, la società hongkongese (e così l’organo censorio cinese) è probabilmente molto più sensibile a certi temi in un momento dove c’è grande fermento sociale e politico. Oppure, in formula inversa, è il momento che alimenta la stesura di sceneggiature che riportano spigolose trattazioni politiche e sociali. Non importa la direzione in cui si voglia leggere l’andamento delle cose: il punto è che Trivisa, come una certa critica aveva già fatto notare dopo la presentazione alla Berlinale, a suo modo ragiona sia su quella certa stagnazione che affligge Hong Kong da dopo la Rivoluzione degli Ombrelli, sia sui traffici illeciti che quotidianamente attraversano il confine con la Cina. Quindi sì, insomma, a voler spolverare un po’ il primo strato di significanti, qualche lettura impegnata la si trova sempre.

E’ chiaro a questo punto che per quanto Trivisa sia il vincitore del festival più prestigioso dell’isola, e non solo, ma anche il detentore del premio più importante conferito dalla Hong Kong Film Critics Society, non valicherà il confine. La sua storia distributiva iniziata ad aprile ad Hong Kong, non avrà un dopo “cinese”.

Di questa produzione di Johnnie To si può notare come si inscriva in una nuova ondata di film che rilevano la temperatura sociale, come si diceva in principio. Altri titoli si sono dedicati a raccontare questa insoddisfazione. Il primo titolo è The Mobfathers, diretto da Herman Yau: è in ballo uno scontro tra gangster per la successione al padrino. Dietro questo gangster movie – commedia, si nasconde in realtà un’allegoria sulla sempre attuale battaglia per il suffragio universale dei rappresentanti del popolo di Hong Kong, che il regista ammette senza timidezza. Ancora più esemplare è il caso di Robbery, dove i personaggi si trovano bloccati dentro un convenient store e danno sfogo alla loro rabbia repressa. Il regista Fire Lee ammette di essersi ispirato alla violenza che i suoi concittadini hanno mostrato da Occupy Central in poi.

Da una parte queste recenti produzioni hanno rispolverato e ringiovanito il genere a cui il già citato Johnnie To fa un po’ da fratello maggiore: quelle storie di polizia corrotta, gang di fuorilegge, sparatorie e inseguimenti ambientante nell’underground di Kowloon, o di incontri illeciti presso le rive di Causeway Bay. L’altra faccia della medaglia è che è la stessa realtà di cui i filmmaker locali stanno facendo esperienza, ad aver conferito questa iniezione di idee e spunti emotivi. Non c’è da stupirsi se questi raccontano di violenza, quella acida, sanguinaria. E non c’è da stupirsi neppure nel trovare nuovamente un pubblico locale che segue questi film, in cerca forse di un transfer psicologico che lo aiuti ad affrontare la realtà, dove questa rabbia è da reprimere e non fa che aumentare.

Rita Andreeeti

Trailer di Trivisa
Trailer di The Mobfathers
Trailer di Robbery

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