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CINECINA

Benvenuto straniero! Ovvero, la faccia oscura della Legge sul Cinema entrata in vigore in Cina

Secondo il SAPPRFT (State Administration of Press, Publications, Radio, Film and Television), esiste un elenco di cosa devi evitare di mettere nei film, ma non è ancora a disposizione di chi scrive e produce in Cina e per la Cina. No, non è una barzelletta

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C’è chi sostiene che era attesa da almeno dieci anni. C’è chi pensa che è cambiato poco. E chi invece, si è messo le mani nei capelli.

Da quando la nuova Legge sul Cinema è entrata in vigore il 1° marzo in Cina, gli operatori del settore sono divisi. E un grande abisso è tra coloro che fanno cinema fiction da dare in pasto alla sala, e tutti gli altri; quelli per cui parole come “indipendente”, “d’essai”, “arthouse”, “documentario” sono molto più adatte.

Certamente: regolare questo opulento mercato, era necessario. Fino a dieci anni fa al di là di Zhang Yimou e Jackie Chan, dalle nostre parti, Cina era riso in bianco e occhi a mandorla. Adesso sono i milioni. Insomma, ora che si è passati dall’avere una vaga idea di cosa fosse cinematograficamente, ad una vera e propria corsa all’oro, i troppi buchi neri legislativi erano da tappare.

In un precedente articolo ho già illustrato quale futuro è previsto per i filmakers indipendenti cinesi. Poiché il mercato è proteso verso l’estero, toccano cambiamenti significativi anche a chi, da fuori, ha intenzione di collaborare.

Ecco dunque, passiamo in rassegna rapidamente le novità della legge per conoscere come funzionerà e per capire quanto di questo nuovo documento ufficiale interessa agli stranieri.

Per iniziare, e facendo nuovamente menzione di quanto detto in altra sede, il procedimento di approvazione di una sceneggiatura sottoposta al visto di censura, avverrà localmente, ovvero regionalmente. Il Governo ha nuovamente ignorato il diffuso appello di redigere un sistema di rating in stile americano. Ha fatto piuttosto riferimento ad una serie di indicazioni “da rendersi pubbliche” alla quali le sceneggiature dovranno attenersi. Ecco, questa preziosa lista di ammessi e non concessi, NON è stata resa pubblica.

Riformulo: secondo il SAPPRFT (State Administration of Press, Publications, Radio, Film and Television), esiste un elenco di cosa devi evitare di mettere nei film, ma non è ancora a disposizione di chi scrive e produce in Cina e per la Cina. No, non è una barzelletta.

Secondo punto: il 1° marzo è nata una politica di promozione sociale dell’industria cinematografica: non solo il Governo garantirà la diffusione delle sale anche nelle zone più remote (ricordo qui che la Cina ha superato gli Stati Uniti per numero di grandi schermi); ma, soprattutto, implementerà dei programmi per favorire la frequentazione anche a chi non se lo può permettere. E, obiettivamente, c’è una larghissima fetta della popolazione che non ha alcuna possibilità di fruire di questi servizi. Non solo per una questione economica, ma anche perché il modo più conveniente è, ad oggi, l’acquisto online. E dubito che i vecchietti delle campagne siano tanto agili nel navigare tra le mille App di online ticketing.

A proposito della distribuzione nelle sale, qui è stato apportato un giro di vite particolarmente severo visti i numerosi e ripetuti scandali dell’ultimo anno. I dati del box office, dai quali di fatto dipende l’affluenza di richiamo del pubblico, sono stati più volte truccati: da una parte per mostrare risultati inesistenti di film che magari anelavano a maggior risonanza; e dell’altra per accedere a contributi di ritorno garantiti ai film di particolare successo.

Passiamo ad altro. Chi può far produzione è solo quella compagnia regolarmente iscritta al registro delle aziende; e questo è un punto fondamentale a livello finanziario per il sistema cinese, perché consente a tutte le realtà di uscire dall’anonimato e di godere di una esistenza fiscale, ovviamente ottemperando allo stesso tempo ai doveri del bravo contribuente.

Per quanto riguarda le produzioni straniere: finalmente il Governo dice “benvenute”. Almeno così sembra. Ma chi, realmente, è benvenuta?

Soltanto quelle compagnie che vorranno registrarsi in Cina, mettendo il proprio capitale, certificando almeno due anni di attività e, punto cruciale, mostrando una “fedina offese pubbliche alla Cina” linda e immacolata. In altre parole, in curriculum niente collaborazioni scomode o precedenti film su temi delicati. Saranno inoltre ben accette quelle case di distribuzione autorizzate alla distribuzione in Cina. Chiaramente, in entrambi in casi, deve esserci una collaborazione con realtà locali, anche in join venture.

Tutto il resto del mondo, sia esso azienda o persona fisica, senza occhi a mandorla e passaporto locale, non è autorizzato in alcun modo a fare riprese o raccogliere materiale visivo in Cina. Insomma, tu, straniero, che volevi farti il tuo documentario indipendente, non lo potrai fare se non collabori con una realtà locale. Oppure, lo puoi fare, a tuo rischio e pericolo.

Se fai cinema e non sei registrato, sei un fuorilegge. Perciò, se vuoi far cinema, ti devi registrare. Se vuoi che la tua richiesta di registrazione sia accettata, devi mostrare di essere bravo e non fare arrabbiare il Governo, aprire un’azienda e ottenere così il drago rosso. Per ottenere il drago rosso però, devi raccontare solo quello che è concesso. Ma quello che è concesso non è stato ancora chiaramente elencato, e sta alla tua esperienza relativa alla morale e la mercato cinese, indovinare di che si tratta.

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Andiamo oltre. Parliamo ora di come la questione della morale riveste un ruolo fondamentale in questa nuovo paradigma legislativo che è entrato in vigore il 1° marzo.

Tutti quegli attori e lavoratori dello spettacolo che mostreranno di mantenere una condotta libertina o contraria all’etica, saranno penalmente perseguiti e allontanati dall’ambiente. Il documento, nello specifico, indica che essi “devono possedere un’eccellente integrità morale…e avere una buona immagine pubblica.”

Questo è il risultato di una presa di posizione che già da qualche anno si è diffusa in Cina, dove diversi personaggi dello spettacolo, beccati in flagrante o colpevoli di comportamenti libertini e amorali, sono stati completamente esclusi dalla piazza. Per estensione di significati, o per proprietà transitiva, anche coloro che hanno appoggiato il Movimento degli Ombrelli di Hong Kong – tanto per citarne uno – si sono visti licenziare in tronco. E così quelli che hanno simpatie per il Dalai Lama – ecco ci spieghiamo perché Richard Gere non avrà mai successo, anzi per meglio dire, non avrà mai accesso al mercato cinese.

In sostanza, quella che è definita “integrità artistica e morale” per i personaggi in vista, ha delle accezioni che vanno ben oltre il suo primo livello di significati. La nuova legge ha aiutato a chiarire questa vaghezza? Non del tutto, al punto che, a suo modo, c’è ancora sufficiente spazio di manovra per condannare le prese di posizione politiche controcorrente al pari dello sfruttamento della prostituzione o l’uso di droghe pesanti. Questo aspetto, inteso come “diversità di punti vista” indubbiamente interessa anche gli stranieri.

Chi altro poi verrà additato come disertore? Tutti coloro che si azzarderanno a distribuire il proprio film (e con questo si intende anche la partecipazione ai festival) in assenza del sigillo del Drago Rosso, che non è altro, per ribadirlo, del visto di censura. Questi saranno soggetti a multe dai 50.000 ai 500.000 Yuan e all’esclusione dall’ambiente cinematografico per dieci anni. Amen.

Tirando le somme, si può notare come l’interesse dello Stato è quello di diffondere una propria gamma di valori e non dipendere più da quelli importati dall’Occidente. Hollywood ormai guadagna una buona fetta di incassi dalla Cina, quindi l’umore del botteghino cinese ha una valenza notevole. E’ evidente che questa legge colpisce la produzione globale sin dal principio, dalla stesura delle sceneggiature, le quali d’ora in avanti dovranno tenere conto della sensibilità più che del pubblico cinese, dell’organo di approvazione sociale e morale. Per questo molti artisti cinesi si sono lamentati della poca chiarezza della legge, che rende la situazione ancora molto, troppo, dipendente dalla volontà dei senzavolto che siedono nella stanza dei bottoni.

Inoltre, velatamente, la Nuova Legge ha dato un categorico avviso anche agli avventori stranieri: ci sono dei binari precisi che si devono percorrere e le iniziative devianti da questi sono, dal 1° marzo, oggetto di condanna. Se i filmakers e le compagnie straniere pensavano di poter entrare in Cina a raccogliere un po’ di quello e di quell’altro materiale, di seguire quell’interessantissimo personaggio o svelare alle platee occidentali i segreti di questa fetta di Asia, adesso dovranno completamente rivedere i loro piani: la Cina è stata molto più chiara su questo punto che in tutto il resto. Non si arriva neppure a parlare delle tematiche: lo stop cioè, arriva alla partenza, cosicché si possa esercitare un controllo diffuso non più sulle produzioni finite, ma sui cervelli in ingresso.

Che sorte attende quegli artisti locali che già da prima viaggiavano nell’anonimato e tra le fila dei mai approvati? Forse continueranno a viversi come prima la loro militanza artistica; o forse smetteranno del tutto di prendersi il rischio di mandare i propri film all’estero in cerca di un riconoscimento. Di certo, non c’è nulla che ha semplificato loro il lavoro.

Anzi, pare piuttosto un dichiarato tentativo di gassare l’indipendente cinese.

Rita Andreetti

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