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CINECINA

Ten Years: come un film indipendente può far male al Governo Cinese

Ten Years, un piccolo film, il suo lavoro l’ha già fatto; anzi, lo sta ancora facendo. Probabilmente non sarà un successo planetario, ma è sicuramente una storia che fa luce su quello che la popolazione di Hong Kong sta passando in questa delicatissima fase di transizione

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È possibile che un film agisca come una profezia che si auto-avvera? È possibile che le paure di una generazione, raccontate in una pellicola distopica, possano spaventare ancor di più il Governo della Grande Cina?

Gli ultimi mesi per l’isola ancora indipendente di Hong Kong, sono stati momenti particolarmente travagliati, dove quel confine segnato dal one country two systems è stato valicato dal Governo cinese in diverse occasioni. Proteste in piazza e sui social, sono state seguite, cliccate e…represse; cinque famosi librai della penisola, paladini della pubblicazione libera che per tanti anni hanno aiutato cittadini della Cina continentale nell’importazione (illegale) di stampa (libera), sono magicamente scomparsi dalla piazza. Lasciandosi alle spalle una scia di dichiarazioni dubbiose e spiegazioni insostenibili.

Ecco, in questo panorama di libertà vacillante, è spuntata una pellicola co-diretta da cinque teste e prodotta con poco meno di 60.000 €, che ha tramortito il sistema di controllo della Cina continentale, che non si aspettava certo che Ten Years potesse materializzare in un solo colpo, tutte le paure del popolo di Hong Kong. Per questa ragione, al film non è stata concessa lunga vita; ma tanto è bastato affinché il film, nella distribuzione della sola Hong Kong e in non più di dieci sale, superasse Star Wars e si portasse a casa circa 700.000 € di vendite al botteghino. Tuttavia, non sono i numeri a rendere la reale portata di Ten Years, che è presto diventato un fenomeno sociale.

La storia di Ten Years nasce nel 2013 dall’ispirazione che il regista Ng Ka-leung ha pensando al futuro incerto della sua patria; raccogliendo spunti dalla gente, si rende conto che ha a cuore soprattutto questa speranza mista a rabbia che ha trovato nei pensieri della gente. Da lì nasce Local Egg, uno dei cinque cortometraggi che compongono il film che racconta dell’autocensura che prende possesso della vita quotidiana. I cinque film brevi sono tutti ambientati in una Hong Kong del futuro, nel 2025 appunto, e, per ironia della sorte, sono stati capaci di anticipare sia i fatti legati alla sparizione dei librai che quelli delle proteste realmente accadute l’8 febbraio, giudicate come tra le più violente dopo quelle degli anni Sessanta.

Chow Kwun-wai ha diretto Self-Immolator: la sua preoccupazione va alla nuova generazione che sta lentamente scivolando in una direzione filo-cinese, per cui presto sarà capace di rivoltarsi contro i propri genitori, lasciando la tradizione hongkongese vittima dello strangolamento del Governo centrale di Pechino. In effetti è esattamente quello attraverso cui sta passando, sotto gli occhi della platea mondiale, il Tibet. Non a caso, l’episodio di Chow Kwun-wai è uno dei più toccanti, ed esordisce con una scena già vista in sede diversa: un uomo si dà fuoco di fronte all’ambasciata inglese in segno di protesta. Ogni riferimento è intenzionale.

La lingua è al centro della riflessione di Au Man-kit, che racconta di un possibile scenario in cui il cantonese sparisce del tutto soffocato dall’uniformizzazione linguistica richiesta dal governo centrale. E’ l’episodio Dialect, ma ad essere sinceri la realtà a cui si riferisce è già quella dei giorni nostri perché tante professioni richiedono rigorosamente il cinese mandarino. La stessa cinematografia ha lasciato l’unicità del cantonese nella scrittura per avvicinarsi ai fondi provenienti dai produttori cinesi.

L’episodio di Kwok Zune, Extras, sebbene pecchi di debolezza rispetto agli altri tre episodi, racconta di due gangster arruolati di nascosto dal Governo per scatenare un attacco terroristico e far sì che la popolazione appoggi una delicata revisione della legge.

“If people weren’t terrified, who would give a damn about the national security law?”

Infine, l’episodio Season of the End, potrà forse essere di interesse per gli amanti dell’horror. Il regista Wong Fei-Pang sceglie di non dare caratteri nettamente hongkongesi alla sua storia, lasciando la libertà al pubblico di ambientarla altrove, dove le ingiustizie seguono lo stesso corso.

L’evento generato da Ten Years, l’affluenza massiccia nei cinema, il ping pong sui social network, ha indispettito il Governo di Pechino che è intervenuto nella penisola, violando una parte della libertà ancora garantita dall’accordo con l’ex-madrepatria britannica. Ten Years è sparito dai cinema, i cinque registi sono stati soprannominati “commercianti di paura” mentre il film “virus della mente”. Il recente premio della Hong Kong Film Critics Society, ma soprattutto la nomination agli Hong Kong Film Awards come Miglior Film, non ha fatto altro che peggiorare le cose: la diretta streaming dell’evento, tutti gli anni in programmazione anche su suolo cinese, è già stata cancellata, nel tentativo di sollevare un muro di omertà e silenzio attorno al film. In realtà, alcune avvisaglie c’erano già state in fase di produzione: certi attori hanno declinato la partecipazione giudicando il soggetto troppo sensibile. Impensabile su suolo hongkongese una tale autocensura fino a qualche anno fa: sintomo di una transizione che non aspetterà probabilmente dieci anni come vorrebbe il film, ma che è già in corso.

Tuttavia Ten Years, quel piccolo film, il suo lavoro l’ha già fatto; anzi, lo sta ancora facendo. L’attenzione attirata su di sé non si è che amplificata per le cure (quasi smisurate) dedicategli dal Partito. Probabilmente non sarà un successo planetario, ma è sicuramente una storia che fa luce su quello che la popolazione di Hong Kong sta passando in questa delicatissima fase di transizione. Tanti sono stati gli apprezzamenti pubblicati sui social, gli inviti a far arrivare il film in Cina continentale per permettere a tutti di poterlo visionare. Perché per i cinefili locali, la scelta in questo periodo varia tra Ip Man 3 e Kung Fu Panda 3: non che non si tratti di film rispettabili, ma se si cerca la profondità dei contenuti, non c’è alternativa. Il meglio che è di recente arrivato dalla ex colonia britannica è stato un film quasi demenziale con retroscena di storia romantica, dal titolo Mermaid. Una pellicola codarda senza neanche la forza di denunciare con vigore la questione ambientale che è al centro della sceneggiatura.

In definitiva, la prospettiva futura, secondo la visione di Kwok Zune, Wong Fei-Pang, Au Man-Kit, Chow Kun-Wai e Ng Ka-Leung, non è sicuramente di un incontro pacifico e rispettoso della identità (e delle libertà) della Hong Kong che conosciamo. Però c’è da dire che l’episodio di chiusura Local Egg, è un messaggio di speranza e costanza lanciato alla popolazione, affinché non smetta di tenere vivo lo spirito e l’anima della città.

Ten Years verrà proiettato al Festival di Osaka in questi giorni, ed è già sold out. Poi, fortunatamente, proseguirà la sua esistenza grazie all’acquisto da parte di Golden Scene, distributore di Hong Kong. Mi auguro valichi molti confini.

Rita Andreetti

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