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Kukla racconta ‘Fantasy’, un ideazione durata dieci anni

Un'intervista che esplora il processo creativo in un quartiere grigio e brutalista, per poi trasformarsi in una riscoperta del sè che si tinge di colore lilla. Il film é il vincitore del Trieste Film Festival

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Non chiede di essere spiegato, Fantasy: si impone come una presenza. Come il personaggio che gli dà il titolo, il film d’esordio di Kukla attraversa gli spazi e li altera, mettendo in crisi equilibri che sembravano stabili solo perché mai davvero interrogati. Scritto e diretto da Kukla, Fantasy è un coming of age obliquo e corporeo, nato dalla stessa matrice del corto Sisters e cresciuto fino a diventare un racconto stratificato su desiderio, identità e appartenenza. Presentato in anteprima mondiale al 78° Locarno Film Festival, nella sezione Filmmakers of the Present, il film é il vincitore del Trieste Film Festival.

Premi Trieste Film Festival 2026:Fantasy di Kukla è il miglior lungometraggio

Ambientato in un quartiere sloveno e interpretato da Sarah Al Saleh, Mina Milovanović e Mia Skrbinac, Fantasy segue tre amiche poco più che ventenni: Sina, Mihrije e Jasna. La loro compattezza viene scossa dall’arrivo di Fantasy (Alina Juhart), giovane donna transgender capace di far emergere ciò che ciascuna di loro tenta di reprimere.

Lavori artisticamente con il nome Kukla. Questo nome ha per te un significato particolare oppure crea una distanza tra il tuo io privato e la tua voce artistica?
In realtà Kukla viene dal macedone. I miei genitori sono macedoni, ma io sono cresciuta in Slovenia, quindi diciamo che in un certo senso è come se mi stessi riappropriando delle mie radici. E in realtà significa “bambola”. E quando ero una bambina, in Macedonia tutti mi chiamavano Kukla, perché è una specie di nome affettuoso per una bambina, in un certo senso. È così che viene usato lì.

E questa cosa mi ha davvero ispirata più avanti nella vita, perché ho sentito che in qualche modo riflette anche la condizione di una donna nei Balcani. In un certo senso, sai, giochi con una bambola e poi la rimetti sullo scaffale. Questa dualità mi ha sempre molto intrigata. E poi, siccome tutti mi hanno sempre chiamata così, il nome mi è rimasto addosso, sai. Ed è anche un modo per me di apprezzare davvero la mia privacy e la mia intimità. Quindi è così che forse posso, diciamo, prendere un po’ di distanza dal mio lavoro.
Non nel senso che mi distanzio davvero, ma nel senso che si crea questa, sorta di “persona” per lo sguardo pubblico, mentre io posso comunque mantenere una certa privacy con il mio nome personale.

Fantasy e il processo durato dieci anni

Fantasy è un film che ti porti dietro da veramente molti anni. Prima di diventare quello che vediamo oggi, come si è evoluto il processo di trasformazione? Quella da un’idea ad un film vero e proprio e quali sono statele difficoltà riscontrate?

Penso che sia iniziato come un’idea per un videoclip musicale. L’ho fatto nel 2015. E ho capito subito che, ok, questo è in realtà un film che voglio fare come lungometraggio. Ma era semplicemente troppo complicato, troppo impegnativo e difficile, perché avevo appena finito la scuola di cinema e non avevo esperienza con una forma più lunga. Così ho deciso di fare prima un cortometraggio. Ma non era una strategia festivaliera o qualcosa del genere.
Era davvero per me stessa, per esplorare il tema e in qualche modo aprire la porta al lungometraggio.

E con il corto ho già trovato le tre attrici principali. Poi la quarta, Fantasy, si è aggiunta nel lungometraggio. Ho esplorato questo campo molto a fondo e abbiamo in qualche modo creato un manifesto per queste ragazze. È stato un passaggio molto importante. E poi il film si è evoluto tantissimo, perché ho trovato molte risposte a molte domande mentre facevo il corto. A volte pensavo che qualcosa sarebbe andato in un certo modo, ma poi ha fatto un’inversione di 180 gradi ed è andato in tutt’altra direzione.

È stato un processo molto trasformativo, non solo per il film, ma anche per tutti noi coinvolti. Per le attrici, per esempio, è stato qualcosa che è andato oltre il film, perché è stata un’esperienza di crescita molto profonda, crescere insieme a questo progetto. Quindi sì, è cambiato ed evoluto davvero tantissimo nel corso degli anni.

Che bello. Quindi anche la troupe, non solo le attrici, era la stessa del corto?

Sì. Le tre attrici, Sarah Al Saleh, Mia Skrbinac e Mina Milovanović, sono le stesse. E poi Alina Juhart, che interpreta Fantasy, si è unita a noi durante la preparazione del lungometraggio. E solo Mia Skrbinac era al tempo un’attrice professionista. Per tutte le altre era la loro prima esperienza.

L’importanza linguistica: le cinque lingue rappresentate

E com’è stato il processo di ricerca di tutte loro? Anche perché la presenza di cinque lingue nel film riflette un’area culturale molto complessa. Dunque quanto è stato difficile ed impegnativo il casting, nel trovare attori che potessero muoversi naturalmente tra lingue diverse?

In realtà la storia è un riflesso diretto della mia realtà e della mia crescita, perché, come dicevo, sono una immigrata di seconda generazione in Slovenia. Sono cresciuta in un ambiente in cui mescolavamo cinque lingue, in cui tutti celebravano festività diverse, e sapevamo: ok, tu festeggi il Natale ora, io lo festeggio più tardi. E la nostra terza amica non festeggia nemmeno il Natale. Volevo rappresentare tutto questo nel film. E in un certo senso cercavo persone reali.

Ero molto aperta a trovare non-attori o attori alla prima esperienza, perché sapevo che stavo cercando l’essenza di una persona. Non stavo cercando solo talento attoriale, ma non necessariamente abilità tecniche. Sapevo, per esempio, che Mia avrebbe interpretato Jasna, e ho scritto il personaggio per lei perché sapevo che solo lei poteva farlo. Il casting è stato impegnativo e faticoso, ma anche molto divertente. È stata una delle parti del filmmaking che ho preferito, perché ho incontrato tantissime persone.

Abbiamo fatto street casting, casting tradizionali, casting su Instagram. È stato un processo davvero interessante. E mi è capitato di trovare persone molto simili ai personaggi, con sincronicità molto specifiche e con l’essenza giusta. Tutti vengono da ambienti simili a quelli del film. Quindi tutte le lingue sono naturali, tranne per Mihrije. Lei è interpretata da Sarah Al Saleh, che è metà croata e metà siriana. Non parlava albanese prima del film, quindi lo ha imparato apposta, e ha fatto un lavoro straordinario. Ma per me andava bene così, perché volevo anche mostrare come la diaspora cambia la lingua. Non è mai una versione perfetta della lingua originale. Non parliamo mai perfettamente, ma abbiamo la nostra versione, proprio a causa di tutte queste mescolanze linguistiche.

L’importanza dei colori nella regia di Kukla

Un processo davvero interessante. Volevo poi chiederti qualcosa sulla palette cromatica. Mi sembra che si muova tra il realismo e qualcosa di più emotivo o onirico, questa è stata la mia percezione vedendo il Fantasy. Questo contrasto rappresenta una riflessione della vita interiore dei personaggi? O volevi mostrare il loro inconscio? Qual era l’idea dietro l’uso dei colori?

I colori sono sempre molto importanti per me nel mio cinema. Credo che possano rappresentare stati diversi. Possono anche essere politici. E sento che la vita è troppo colorata per smorzare una palette cinematografica. Qui il pensiero visivo principale era passare dal grigio al lilla, per mostrare la trasformazione dei personaggi in modo sottile. Vivono in questo quartiere grigio, concreto, brutalista. Indossano tute grigie. Cercano davvero di negare la loro femminilità o qualsiasi forma. In un certo senso interiorizzano gli edifici. Diventano come edifici. Poi incontrano Fantasy, che non ha paura di vivere la vita fino in fondo. La sua casa è molto colorata, luminosa, visivamente interessante.

Quando entrano nel suo appartamento, si vede chiaramente che loro sono i blocchi, gli edifici grigi. E man mano che parlano, che si confrontano, che vengono messe in discussione, i colori iniziano lentamente a entrare.
Abbiamo lavorato molto tutti insieme: direttore della fotografia, scenografo, costumista, truccatrice. I colori sono in relazione tra loro e tutti questi reparti si completano a vicenda.

Avevamo una palette molto definita: per esempio il blu rappresenta simbolicamente qualcosa nel film. Tutti coloro che fanno parte del sistema patriarcale ed eteronormativo sono vestiti di azzurro chiaro. Il rosso passionale appare a volte in piccoli dettagli come una possibile via d’uscita.
Abbiamo usato i colori in modo molto consapevole. Ci sono anche molti elementi da videoclip musicali, perché io e il direttore della fotografia veniamo entrambi da quel mondo.

Cercavo uno spazio ibrido tra videoclip e cinema. Volevamo entrare in stati onirici e inconsci in modo più efficace di quanto avrebbe permesso un linguaggio cinematografico convenzionale. Era una ricerca continua della poetica del concreto, del realismo magico del cemento.

Il significato che si cela dietro a Fantasy

Ci sono anche molti paesaggi che sembrano quasi fantastici e riprendono poi proprio l’idea di fantasia stessa. Volevo infatti chiederti del doppio significato di “Fantasy”: il personaggio, ma anche il titolo del film. Come convivono queste due dimensioni?

Ho giocato intenzionalmente con il significato di “fantasy”, anche perché il suo nome è Fantasy. Sono stata ispirata da persone reali, per esempio una donna straordinaria slovena, transgender, che si chiama Salome. È un nome che si è scelta lei, un nome artistico, ed è bellissimo.

Perché Fantasy? Perché credo che una donna, in qualunque forma nasca, oggi sia una fantasia di donna. Tutte siamo fantasie di donna. E credo che ogni donna debba trovare la propria fantasia. La nostra identità è stata intrappolata per così tanto tempo, modellata da altri, dai sistemi, dai sistemi oppressivi.

Volevo giocare con questa dualità della fantasia: da un lato come fuga dalla realtà, dall’altro come qualcosa che però non è la vita reale. Quando Fantasy se ne va, Mihrije si chiede se se la sia inventata. Volevo esplorare il primo amore fantastico, ma anche la perdita. Anche innamorarsi è una fantasia: ti innamori della persona o dell’idea che hai di lei? Volevo porre queste domande a me stessa e agli spettatori.

Anche la chimica tra le attrici sembra molto organica. Quanto tempo avete passato durante questi anni a costruire fiducia e familiarità prima delle riprese?

Dato che abbiamo fatto il corto Sisters, presentato nel 2021, con le tre ragazze abbiamo costruito davvero una sorellanza. È per questo che dico che per noi va oltre il film. È stato molto specifico, non credo che lavorerò sempre così. Ma questo progetto ne aveva bisogno. Siamo cresciute insieme, siamo diventate amiche, quasi sorelle.

Abbiamo passato anni insieme, discutendo, a volte anche animatamente, perché siamo molto diverse. Ma questo ha aiutato il film. Quando Alina si è unita, è stato come se il film accadesse anche nella vita reale. Abbiamo passato molto tempo insieme, sfidandoci, conoscendoci come persone e poi come personaggi. Ho usato molti metodi diversi. Con attori alla prima esperienza devi creare uno spazio sicuro, dare loro libertà di espressione. Volevo persone che vivessero la propria verità. Abbiamo co-creato la sceneggiatura. Era fondamentale che sentissero di avere spazio e sicurezza. È stato un processo intenso ma molto arricchente.

Il percorso dei personaggi nel mondo difficile odierno

L’arrivo di Fantasy interrompe l’equilibrio del trio. Mentre due delle ragazze resistono e rifiutano di conformarsi, Sina sembra muoversi nella direzione opposta, adattandosi a ciò che la società si aspetta da lei. Perché era importante per te rappresentare questa divergenza e cosa rappresenta per te la scelta di Sina?

Perché Sina è un nome che, nelle lingue balcaniche, significa letteralmente “figlio”. In un certo senso, lei è come una versione femminile di un figlio maschio. Nei Balcani, quando sei una donna e i tuoi genitori ti chiamano Sina, è come se ti chiamassero “figlioletto”. Questo, per me, era già un riflesso molto profondo.

Sento che attraverso la sua voce parlano generazioni di padri. Sina è fortemente sotto l’influenza dei valori tradizionali della famiglia e non riesce ad accettare alcune parti di sé. Credo che porti con sé anche molta omofobia interiorizzata, perché non riesce ad accogliere quegli aspetti di sé che non sono eteronormativi.

Volevo esplorare questa traiettoria perché mi sembrava un’opzione molto più realistica. Il percorso di Sina non è eroico, ma è profondamente umano. Anche nelle scene intime si percepisce che lei non è davvero presente: è come se si mettesse in posa, come un oggetto. Ha un bisogno così forte dell’approvazione della famiglia da essere disposta ad andare contro i propri valori.

Allo stesso tempo, però, sono felice che esplori il desiderio, il suo desiderio di essere desiderata. Fantasy tocca qualcosa in tutte loro: quelle parti di sé che vengono represse più a fondo. Alla fine, Sina ritorna alla sua forma originaria. Indossa di nuovo la tuta grigia. E quando Jasna se ne va, lei versa dell’acqua sul pavimento. Nei Balcani è una tradizione molto antica: le nonne lo fanno per augurare buona fortuna, ma anche per far sì che la persona torni. Quindi, anche nella sua scelta di conformarsi, rimane una forma di rispetto e di cura verso le amiche.

Mi sarebbe sembrato troppo idealistico aspettarsi che questi personaggi risolvessero tutto facilmente. Sono ribelli, sì, ma non conoscono la teoria di genere o il linguaggio “woke”. Conoscono solo ciò che sentono, ma non hanno ancora gli strumenti per contestualizzarlo. Accettare Sina significherebbe anche accettare le parti di sé che più li spaventano.

Quando Fantasy entra nelle loro vite, si vede chiaramente quanto sia difficile, per tutte, affrontare davvero chi sono. E penso che questa difficoltà sia qualcosa di molto universale. Inizialmente avevamo invece pensando che tutte si infatuassero di Fantasy. Ma poi abbiamo capito che così la narrazione funziona meglio.

Il background di Kukla

Il tuo approccio alla regia è molto attento ai dettagli emotivi, ed è una cosa che ho davvero apprezzato. Ci sono dei maestri cinematografici o dei registi che hanno influenzato il tuo modo di guardare al cinema?

Sicuramente si possono riconoscere influenze come Andrea Arnold, Céline Sciamma e Mathieu Kassovitz. Sono anche molto ispirata dai videoclip musicali, e nel film ho inserito alcuni omaggi: per esempio a un video dei The Knife, Pass This On.

Quello che amo profondamente di questi artisti è la loro sensibilità e l’attenzione che riservano a persone spesso trascurate o invisibilizzate. Sono i filmmaker che sento più vicini. Allo stesso tempo, per me era importante rendere omaggio anche a registi dei Balcani, come Ena Sendijarević o Karpo Godina, per mostrare da dove vengo. Sono molto grata a tutti loro, perché mi hanno mostrato che un altro modo di fare cinema è possibile.

Per concludere, vieni anche da un background legato ai videoclip musicali e ad altre pratiche artistiche. In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo approccio a Fantasy?

Non uso questo background come una stampella, ma gli lascio spazio. A volte tratto la musica come se fosse un personaggio aggiuntivo. Non serve solo a rappresentare uno stato emotivo, ma può anche interromperlo o diventare un commento sociale e politico. Alcuni dei brani che utilizziamo parlano in modo molto diretto della società balcanica.

Ho lavorato con un grande compositore, Relja Cupić, e abbiamo utilizzato anche musica originale. Volevo esplorare uno spazio ibrido tra videoclip e cinema, usare la musica in modo attivo, lasciarle libertà, permetterle di essere intensa, persino eccessiva. Non ne avevo paura.

Volevo davvero che il pubblico si godesse il film. Non mi offendo se qualcuno dice che sembra un lungo videoclip: in realtà mi piace, perché dal punto di vista sonoro si può ottenere moltissimo. Allo stesso tempo, era importante trovare un equilibrio tra momenti molto rumorosi e momenti di silenzio. Questo contrasto mi sembra molto fedele alla vita.

Amo profondamente i videoclip musicali e non li considero una forma minore rispetto al cinema. In passato erano i film a influenzare i videoclip; oggi vedo sempre più il linguaggio dei videoclip entrare nel cinema contemporaneo, e ne sono felice. Mi piace quando le forme diventano ibride e iniziano a dialogare tra loro.