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Gli Oscar mancati: quando l’Academy mira ma non colpisce

Tra capolavori ignorati e premi diventati imbarazzanti con il passare degli anni: quando gli Oscar sbagliano bersaglio.

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Leonardo DiCaprio Oscar

“…And the Oscar goes to…Non a Leonardo DiCaprio!”

                                                                                                 ma questo lo sappiamo già.


Una frase che dovrebbe essere il punto più alto della meritocrazia cinematografica mondiale. L’Oscar. E invece, spesso, diventa l’inizio di una piccola tragedia cinefila.

Perché mentre la statuetta vola verso il palco tra lacrime, ringraziamenti alla mamma e promesse di “continuare a fare film importanti”, milioni di spettatori, e parecchi critici, restano sul divano con la stessa espressione di chi ha appena visto assegnare il Nobel per la letteratura al libretto delle istruzioni della lavatrice.

La storia degli Academy Awards è costellata di grandi vittorie, certo. Ma anche di abbagli clamorosi, dimenticanze inspiegabili e premi distribuiti con una generosità che, col passare degli anni, ha assunto il sapore dell’errore storico.

E così accade che l’Oscar vada a qualcuno.
Ma non sempre a chi lo meritava davvero.

Quando l’Oscar guarda dalla parte sbagliata

La liturgia degli Oscar funziona più o meno sempre allo stesso modo: si apre la busta, si legge il nome, il pubblico applaude e Hollywood finge di credere ancora alla giustizia divina.

Poi però si guarda la storia del cinema e si scopre che qualcosa non torna.

Prendiamo il film internazionale. Nel 1986 l’Academy premiò The Official Story di Luis Puenzo, un film dignitoso e civile sull’Argentina della dittatura. Peccato che nello stesso periodo il cinema mondiale producesse opere di portata ben diversa, e che negli anni successivi titoli infinitamente più influenti, da La città incantata a molti capolavori europei e asiatici, abbiano dimostrato quanto spesso la categoria arrivi in ritardo rispetto alla storia del cinema.

Nel cinema d’animazione il discorso si fa ancora più curioso. Nel 2004 l’Oscar andò a Finding Nemo, gioiello Pixar impeccabile e amatissimo, diretto da Andrew Stanton. Vittoria sacrosanta? In parte sì. Ma stesso anno Tokyo Godfathers di Satoshi Kon, uno dei film animati più originali e umani dei primi anni Duemila, una pietra miliare del cinema contemporaneo, non venne nemmeno candidato.

Quando si passa alla fotografia, l’impressione è simile. Nel 2009 l’Oscar andò a Slumdog Millionaire di Danny Boyle, mentre Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, con la fotografia ipnotica di Claudio Miranda, rappresentava probabilmente un lavoro visivo più complesso e ambizioso. Vinse il film che faceva ballare il pubblico all’uscita dalla sala.

Poi arrivano le interpretazioni, e lì il teatro dell’assurdo si allarga.

Per l’attrice non protagonista, nel 1999 Judi Dench vinse l’Oscar per Shakespeare in Love con una presenza in scena di otto minuti. Otto. Minuti. La stessa categoria vedeva candidata Kathy Bates per Primary Colors, in una performance ben più articolata…Non che servisse molto altro oltre a; beh a permanere sullo schermo per più di un mero battito di palpebre. Ma evidentemente l’Academy quella sera aveva fretta.

Nel 1997 Edward Norton perse l’Oscar come miglior attore non protagonista per Primal Fear, una performance glaciale e manipolatoria che oggi viene ancora citata nelle scuole di recitazione. La statuetta andò a Cuba Gooding Jr. per Jerry Maguire, trascinato più dall’entusiasmo della catchphrase “Show me the money!” che dalla complessità del ruolo. Uno di quei casi in cui Hollywood premia il personaggio più simpatico… e dimentica quello più grande.

La categoria attore protagonista è invece il luogo dove Hollywood non può sfuggire al suo stesso meme. Leonardo DiCaprio, per esempio, ha perso negli anni interpretazioni monumentali come The Aviator, Shutter Island e The Wolf of Wall Street, per poi vincere finalmente con The Revenant. Non il suo ruolo più iconico, ma quello che ha permesso all’Academy di dire: “Ok, adesso siamo a posto con la coscienza”.

Con le attrici protagoniste non è andata molto diversamente. Glenn Close ha collezionato nomination memorabili senza mai portare a casa la statuetta; pensiamo a Fatal Attraction dove interpretava Alex Forrest, uno dei personaggi più iconici e disturbanti del cinema degli anni Ottanta: una figura ossessiva, tragica, diventata rapidamente un riferimento nella cultura pop.

Quell’anno però la statuetta andò a Cher per Moonstruck.

Per carità ha collezionato altre vittorie, dignitosissime, sia chiaro, sembrano oggi più figlie del momento che della storia del cinema.

E poi naturalmente c’è la regia, quella categoria in cui l’Academy dovrebbe dimostrare di capire davvero il cinema. Dovrebbe. Perché basta scorrere l’albo d’oro per accorgersi che Stanley Kubrick, uno dei registi più influenti della storia, non ha mai vinto un Oscar per la regia. Non uno. dopo aver insegnato a tutti noi come si fa il buon cinema.

Segno che Hollywood sa riconoscere il genio.
A volte.
Con qualche decennio di ritardo, ma non basta per rifarsi una verginità.

Ridley Scott Oscar

Ridley Scott agli Oscar

Leggi anche: Oscar 2026 le nomination

Miglior film: la categoria dove gli errori diventano leggenda

Se c’è una categoria in cui gli Oscar riescono a scontentare tutti con una certa regolarità, quella è Miglior Film.

La storia recente offre già qualche indizio. Nel panorama contemporaneo non mancano opere che sembrano destinate a diventare classici e che invece rischiano di restare fuori dalla conversazione dell’Academy. Film come Nosferatu di Robert Eggers o Eddington di Ari Aster (che non è stato nemmeno preso in considerazione per la corsa di quest’anno, per esempio), incarnano un cinema autoriale ambizioso che raramente trova spazio nella litania hollywoodiana del consenso.

Ma basta tornare indietro di qualche decennio per trovare casi ben più clamorosi.

Nel 1977, per esempio, Taxi Driver di Martin Scorsese, verso il quale è impossibile non sentire un piccolo senso di appartenenza, non vinse l’Oscar come miglior film. Non lo vinse nonostante fosse uno dei ritratti urbani più disturbanti e lucidi della storia del cinema. Non lo vinse nonostante Robert De Niro avesse appena consegnato al mondo uno dei personaggi più iconici del Novecento.

L’Oscar quell’anno andò altrove.
Il tempo, invece, è andato decisamente dalla parte di Travis Bickle.

E poi c’è il caso diventato quasi proverbiale: Brokeback Mountain di Ang Lee.
Nel 2006 era il film di cui tutti parlavano, il racconto sentimentale più potente e coraggioso uscito da Hollywood da anni. Sembrava una vittoria annunciata.

Poi l’Academy aprì la busta e premiò Crash.
Un film dignitoso, certo. Ma che oggi sopravvive più come curiosità statistica che come grande opera cinematografica.

È uno di quei momenti in cui la storia degli Oscar e la storia del cinema prendono strade diverse.

I film premiati che il tempo ha quasi cancellato

C’è però anche il rovescio della medaglia: i film che hanno vinto tutto… e poi sono lentamente scivolati fuori dal pantheon.

Uno dei casi più citati resta proprio lo stesso Crash. All’epoca sembrava il racconto definitivo sulle tensioni razziali dell’America contemporanea. Oggi appare come un film didascalico, quasi schematico, che il tempo ha ridimensionato senza troppe cerimonie.

Un destino simile è toccato a Shakespeare in Love, vincitore nel 1999. Un film sostenuto da una campagna promozionale leggendaria. Ma che ebbe la sventura di battere un certo Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg. Con il passare degli anni, il confronto è diventato sempre più impietoso.

E poi ci sono quei premi che sembrano figli del loro tempo, più che del cinema. Pellicole celebrate in un momento storico preciso, quando Hollywood aveva bisogno di raccontare una certa storia o di premiare un certo clima culturale. Film che hanno vinto tutto e che oggi vengono ricordati soprattutto per l’anomalia della loro vittoria: Green book, Il paziente inglese etc.

Non è una colpa, naturalmente.
Ma è una prova piuttosto eloquente di quanto anche l’Academy, ogni tanto, sia vittima delle mode del momento.

Martin Scorse agli Oscar

Martin Scorse agli Oscar

Dove sono finite le statuine?

Gli Oscar restano la celebrazione più spettacolare del cinema mondiale. Una grande festa, un rito collettivo, una macchina narrativa perfetta.

Ma la storia del cinema, per fortuna, non la scrivono le buste dorate.

La scrive il tempo e quella strana alchimia che trasforma alcuni film in classici mentre altri evaporano nel giro di pochi anni.

E così capita che un film perda l’Oscar…
ma vinca la storia.

E a volte, a pensarci bene, è la statuetta che ci rimette.