Si è chiusa a Torino la dodicesima edizione di SeeYouSound, il festival che celebra il legame indissolubile tra cinema e musica. A dominare il palmarès di quest’anno è stato “Mortician”, il lungometraggio firmato dal regista iraniano Abdolreza Kahani, capace di conquistare sia la giuria tecnica (vincendo il premio Best Feature Film) sia il cuore del pubblico, aggiudicandosi il Torinosette Audience Award.
La neve del Canada non cade mai per caso; sembra piuttosto stendere un velo bianco su tutto ciò che l’Iran ha lasciato bruciare. È in questo silenzio ovattato, fatto di vetri appannati e solitudini che si sfiorano, che respira “Mortician”, il noir dell’anima che ha scosso le fondamenta della dodicesima edizione del SeeYouSound di Torino.
Mortician Un noir militante tra esilio e melodia
Definito dalla critica come un “noir lo-fi”, Mortician è un’opera cruda e necessaria che immerge lo spettatore nelle tensioni sociali e politiche dell’Iran contemporaneo. La trama segue l’incontro tra un becchino e una cantante pop dissidente, interpretata da Golazin Ardestani. La scelta della protagonista non è casuale: Gola è una nota artista iraniana che ha vissuto sulla propria pelle la censura e l’arresto da parte del regime prima di rifugiarsi nel Regno Unito.

Il film rinuncia ai grandi artifici spettacolari per concentrarsi sulla potenza del messaggio. Attraverso una narrazione essenziale, Kahani trasforma la musica — spesso proibita o clandestina — in un potente strumento di resistenza e identità. È il racconto di “corpi negati” che cercano spazio in una realtà oppressiva, dove anche il silenzio diventa politico.
Il Rituale del Silenzio
Le mani di Mojtaba si muovono con una precisione antica, quasi sacra. Lava i corpi, li prepara al grande viaggio, restituendo loro una dignità che la vita, spesso, ha negato. È un custode della soglia, un uomo che ha imparato a dialogare con l’assenza. Ma la morte che bussa alla sua porta stavolta non è un cadavere: è una voce.
È la voce di Jana.
Jana non cerca una preghiera, cerca un patto. È una cantante che il regime ha provato a spegnere, una donna che porta addosso le cicatrici di una patria che non permette alle donne di cantare. In esilio, la sua voce è diventata un’arma troppo pesante da portare. Chiede a Mojtaba di essere il testimone della sua ultima nota, l’uomo che si prenderà cura di lei quando avrà deciso che il mondo non merita più il suo canto.
Un Cinema Nudo, un’Arma in Tasca
Abdolreza Kahani non ha usato grandi macchine da presa per raccontare questa collisione di destini. Ha usato un iPhone, trasformando l’urgenza della ripresa in una forma di resistenza. Le immagini sono granulose, intime, strette come la stanza di un rifugiato. È il “one-person cinema”: un atto di guerriglia artistica dove non c’è trucco, non c’è inganno, solo la verità sporca di chi non ha più nulla da perdere.
La macchina da presa si nasconde nei riflessi degli specchi, osserva i protagonisti attraverso le fessure delle porte, come se noi spettatori fossimo complici di un segreto pericoloso. È un cinema che non chiede permesso, che entra sottopelle con la stessa freddezza della neve che circonda la casa di Mojtaba.
La Voce che Trema ma Non Si Spezza: Gola
La colonna sonora di Mortician non è fatta di note messe su carta da un compositore a tavolino. È il respiro di Gola (Golazin Ardestani), una donna che ha trasformato il divieto di cantare in un’estasi creativa. Quando Jana canta, non lo fa per intrattenere. Ogni sua esecuzione è un rito funebre per la donna che era e un battesimo per la martire che ha scelto di diventare.

La musica è intrisa di una malinconia ancestrale, tipica delle scale melodiche persiane, ma sporcata da una produzione pop contemporanea che sa di asfalto e di pioggia. Nel film, il suono della voce di Gola è trattato quasi come un elemento fisico, qualcosa che può rompere i vetri o riscaldare le mani gelate del becchino. È il contrasto supremo: il silenzio della morte (il mestiere di Mojtaba) contro il rumore della vita che non accetta di essere spenta.
La motivazione della giuria
La giuria ha premiato l’opera sottolineandone la “maestria nella gestione di tutti gli aspetti cinematografici con efficacia, economia e una forte visione artistica”. In un panorama dove il cinema musicale spesso indugia nel biopic tradizionale, Mortician si distingue per la sua capacità di farsi testimonianza nuda delle proteste iraniane, mescolando sapientemente la malinconia dell’esilio con una voce di libertà che non si lascia zittire.
A Torino, tra le mura del cinema Massimo che ha ospitato SeeYouSound, il film ha vinto perché ha saputo trasformare il dolore dell’esilio in una ballata noir. Ha vinto perché ci ha ricordato che anche quando una voce viene soffocata, il suo eco continua a vibrare nel buio, aspettando solo qualcuno che abbia il coraggio di ascoltarlo.
Mortician non è solo un film sulla morte. È il racconto di come si possa restare vivi, ostinatamente vivi, anche quando tutto ciò che resta è il rumore di una canzone che nessuno può fermare.
Un festival che “fa rumore”
Il successo di Mortician si inserisce in un’edizione di SeeYouSound particolarmente ricca, che ha visto premiare anche documentari come “Pauline Black: A 2-Tone Story” di Jane Mingay (miglior documentario) e talenti locali con “Falene” di Ivan Cazzola (miglior film italiano).
Con oltre 6.000 presenze e una selezione di 68 pellicole, il festival torinese si conferma un osservatorio privilegiato non solo per gli appassionati di musica, ma per chiunque cerchi nel cinema uno sguardo profondo sulle complessità del presente. Mortician ne è il simbolo perfetto: un film che non si limita ad accompagnare le immagini con una colonna sonora, ma che fa della musica il battito vitale di una lotta civile ancora apertissima.