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Interviews

Intervista a Kim Taeyang, vincitore del Far East Film Festival 2024

Con la sua opera ‘Mimang’ ha conquistato il Gelso Bianco alla Migliore Opera Prima

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MIMANG di Kim Taeyang

Mentre scriveva la prima parte del film, che sarebbe poi diventata il cortometraggio Snail, Kim Taeyang non pensava che avrebbe dovuto aspettare che una pandemia mondiale gli permettesse di riprendere il filo del discorso. Eppure, questa attesa di quattro anni, è riuscito a renderla parte integrante della sceneggiatura, avvicinando così la realtà alla finzione nella sua opera di esordio, Mimang. Un’opera che è appena stata presentata a Udine, dove durante il Far East Film Festival, ha vinto il Gelso Bianco alla Migliore Opera Prima.

Leggi la recensione di Mimang di Kim Taeyang

Troupe di Mimang

La Troupe di ‘Mimang’ – su concessione del regista Kim Taeyang

Il film è la storia di due amici (Ha Seong-guk lui e Lee Myeong-ha lei) la cui relazione, anche se non espressamente detto, sembra piuttosto ambigua. O quanto meno, ha degli aspetti irrisolti e mai esplorati.

La loro vita è raccontata in tre momenti diversi, a distanza di anni, mentre sullo sfondo la metropoli di Seoul cambia e si evolve. Il racconto si culla sul concetto peculiare e culturalmente radicato della parola del titolo: mimang, che può avere significati diversi, a seconda di quale carattere cinese si voglia selezionare. Potrebbe essere “vagare”, come i protagonisti fanno nelle strade del quartiere di Jongno; oppure “incapace di dimenticare”, com’è per il protagonista, che conserva un posto speciale per l’amica lontana. O ancora, mimang può essere sinonimo di “ricerca ampia e lontana”.

La poesia con cui Kim Taeyang è riuscito a condensare la sua opera delicata, plana con moderazione sulla città e nelle vite dei personaggi, facendoci respirare in-yeon, così come ci aveva concesso Past Lives. E sulla scia di altri egregi precedenti, Kim Taeyang ci racconta di un’opera concepita e vissuta nella sua Seoul.

Kim Taeyang, l’intervista

Ciao Taeyang, grazie per essere qui. Vuoi raccontarci come è nata l’idea del film, dal cortometraggio Snail al lungometraggio che abbiamo visto?

Stavo effettivamente studiando disegno, come il protagonista del film, e stavo camminando per le stesse strade viste nel film, quando la protagonista mi ha toccato la spalla, proprio come succede nella storia. Siamo amici da molto tempo e abbiamo fatto due chiacchiere. Mi ha chiesto dove stavo andando e mi ha detto che lei era diretta al Seoul Cinema [che è stato recentemente demolito nella sua forma originale, n.d.r.].

Questa è stata effettivamente la genesi del film, un episodio reale. Questa prima parte è stata scritta e realizzata e, in questa forma, è stata distribuita prima come cortometraggio, Snail, e poi come primo capitolo delle tre parti di Mimang.

Nel momento in cui ho deciso che avrei voluto trasformare Snail in un lungometraggio, è arrivo il COVID. Quindi ha ritardato tutto il processo e in quel tempo, ironicamente, Seoul ha continuato a cambiare, malgrado quello che stava succedendo attorno. Così in quei tre anni, quel cantiere che appare nella prima parte è diventato un edificio. E, da qui, il tema della città in evoluzione perché c’è stata una trasformazione reale, così come i personaggi nel film.

Da una prospettiva più “italiana”, poiché culturalmente tendiamo a difendere la storia e preservare il passato il più a lungo possibile, sembra che il cambiamento non abbia sempre un’accezione positiva. Cosa pensi tu al riguardo di queste città che mutano così in fretta?

Sì, mi ritrovo in quello che dici e credo che sia parte dell’identità di Seoul. Il film in sé incorpora alcune di queste emozioni, come la nostalgia di quello che si è perso o che si è lasciato indietro; di quello che è cambiato e del tempo che ci separa. Ma credo che sia una questione di identità sociale di alcune mega-città come New York o Tokyo per cui quest’idea risuona. Mentre ci sono luoghi diversi, come Udine in Italia, in cui sono appena stato. Forse Seoul è più come Toronto [il film ha esordito al Toronto International Film Festival, a cui il regista fa riferimento, n.d.r].: dove c’è una folle e rapida evoluzione. Quando in quel contesto ho incontrato il pubblico, in quel luogo questa idea risuonava di più.

Personalmente, non credo ci sia rimpianto o alcun sentimento negativo legato a questo. É più una questione di nostalgia e desiderio di quello che si è lasciato. Ma non che il cambiamento in sé possa essere negativo.

Prove_Mimang

‘Mimang’, foto di backstage – su concessione del regista

Questo è un momento molto fertile per le storie introspettive coreane sulla scia di Past Lives. Ci sono somiglianze con il tuo film? Che cosa ti premeva inserire nel film che senti appartenere alla tua cultura di origine?

Come sai Past Lives ha questo concetto di “destino”, di “incrocio”, che contraddistingue la relazione. Questo è un primo tema. Ma una seconda parte è relativa all’essere un immigrato in una società diversa.

Nel mio film certo c’è una somiglianza, uno stesso elemento di destino e connessione: il tornare sempre alle stesse relazioni profonde, alle stesse persone. Ma c’è una differenza: io volevo mostrare i cambiamenti che sono in corso in Corea, i cambiamenti che sono in corso localmente. La società muta continuamente e ad un ritmo così rapido che mi interessava rappresentarlo.

Come ha realizzato il film

Tornando alla modalità con cui hai girato gli episodi seguenti: a distanza di anni, hai richiamato gli attori e ritrovato con loro il medesimo percorso. Ci puoi raccontare come hai lavorato con i protagonisti?

Poiché abbiamo girato per le strade di Seoul, tanto per cominciare alcune cose erano impossibili da controllare. Come ad esempio i semafori, o le auto che passavano, oppure i colpi di clacson, o una persona per strada. Quindi per forza abbiamo dovuto essere flessibili in un certo senso: lasciare che le cose accadessero e poi includerle nella storia. Un po’ come vorrebbe Hong Sang-soo.

Un esempio di quel tipo di flessibilità è stata la pioggia: quando è iniziato a piovere, la pioggia è diventata parte della storia. Oppure un semaforo al passaggio pedonale che non è diventato verde in tempo. Quindi, i protagonisti hanno finito per pronunciare le battute anziché mentre attraversavano, mentre erano fermi. Ecco, abbiamo dovuto accettare i cambiamenti.

Ma, per tornare al metodo di lavoro con gli attori, ancora prima di mostrare loro la sceneggiatura, ho camminato con loro per lo stesso tragitto della storia. Ho chiesto loro della loro vita, dei loro interessi e su quello, poi, ho scritto la sceneggiatura. Una parte della sceneggiatura è stata modellata su di loro. Poi abbiamo fatto una prima lettura insieme e da lì ho giudicato se il personaggio calzava su quell’attore o attrice.

A quel punto ho considerato la sceneggiatura definitiva e non abbiamo più fatto modifiche.

Come avete gestito la registrazione dell’audio del film? Siete stati costretti a doppiare qualche porzione di film?

Gli attori erano microfonati e il boom era nascosto da qualche parte nel tragitto. Abbiamo avuto solo qualche problema con la pioggia, quindi circa cinque minuti sono stati ritoccati in post-produzione.

Hai citato Hong Sang-soo e sicuramente si può trovare una somiglianza tra Mimang e il suo cinema. E così anche con la trilogia Before di Richard Linklater o i film ad episodi di Jarmush. Quali sono i tuoi modelli?

Sì esattamente, rispetto quegli autori e sono d’accordo. Molta gente ha trovato somiglianze con Hong Sang-soo,  Linklater e il mio film. Sono tutti miei maestri ed era mia intenzione partire da lì per trovare la mia strada e realizzare un film diverso. Ma ho preso ispirazione anche da Wong Kar-wai, Kurosawa, Edward Yang e Tarantino, tra gli altri. E credo che sia molto naturale.

Ah, e mi piace molto anche Alice Rohrwacher!

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‘Mimang’, foto di backstage – su concessione del regista

Puoi spiegare il concetto di tempo e spazio che hai incluso nel film?

Ottima domanda. Personalmente non credo che il tempo cambi: non è stato un elemento così importante nella realizzazione del film. O meglio, mi riferisco al tempo come una promessa costante che i personaggi si fanno. Chiaramente diventiamo più vecchi, ma il tempo è una costruzione, è un concetto che usiamo al fine di aggiungere valore a qualcosa. E per me quel qualcosa è più connesso allo spazio, alle persone o alle memorie.

Quindi una parola chiave del film è “ricordare”: e questo è più connesso allo spazio che al tempo. Se pensi alle tue memorie di bambina, le vedi contestualizzate nella tua vita. Ma per questo film e per me, è davvero nello spazio fisico che occupiamo e nelle esperienze che abbiamo in quegli spazi che si schiude l’idea di memoria.

Grazie mille per il tuo tempo Taeyang.

Mimang di Kim Taeyang è al momento in concorso al Jeonju International Film Festival, dove l’intervista è stata effettuata.

Ha Seongguk,Park Bongjun, Lee Myeong Ha e il regista Kim Taeyang

Ha Seongguk, Park Bongjun, Lee Myeong Ha e il regista Kim Taeyang – su concessione del regista

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