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‘Nessun posto al mondo’ intervista con la regista Vanina Lappa

'Nessun posto al mondo' in tour per l'Italia parte da Roma dal cinema Farnese dopo il 72° Trento Film Festival fino al 3 giugno al cinema Mexico di Milano

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vanina lappa

Nessun posto al mondo di Vanina Lappa è partito in tour per l’Italia martedì 7 maggio a Roma al Cinema Farnese. Il film arriva a Roma dopo il 72° Trento Film Festival.

Dopo Roma in tour fino a lunedì 3 giugno alle ore 21 a Milano con la proiezione al Cinema Mexico alla presenza della regista.

Il film in tour per l’Italia sarà presentato il 16 maggio alle ore 20.30 al Bloom di Mezzago, il 21 maggio al Cinema Terminale di Prato, il 28 maggio alle 21.15 al Cinema Truffaut di Modena e sarà proiettato in una serie di altre città che si stanno aggiungendo, fino a Milano il 3 giugno al Cinema Mexico.

Nessun posto al mondo, scritto e diretto da Vanina Lappa, è stato presentato al 64° Festival dei Popoli dove ha vinto il Premio del Pubblico come miglior documentario. Il film è anche vincitore di L’Atelier MFN 2020. Prodotto da Alessandro Borrelli per Sarraz Pictures e Vanina Lappa con la produzione creativa a cura di Serge Lalou per Les Film d’ici Méditerranée. Ha il sostegno di Les Film d’ici Méditerranée, Regione Campania, Film Commission Torino Piemonte, In Progress Milano Film Network e Atelier Milano Filmnetwor.

Antonio è un pastore dallo spirito libero che parla la lingua degli animali. Quando scende a valle, lungo gli antichi sentieri della transumanza, i compaesani lo rimproverano: i suoi cani sono senza collare, ma lui il collare ai suoi cani non lo metterà, pagandone amare conseguenze.

Per capire meglio il film abbiamo fatto alcune domande alla regista Vanina Lappa.

Nessun posto al mondo di Vanina Lappa

Ho letto che hai impiegato molto tempo a realizzare questo film e che sei entrata in stretto contatto con le persone del luogo, ti sei in qualche modo dovuta conquistare la loro fiducia. Un po’ come il rapporto tra uomini e animali. Com’è stato?

Effettivamente ho impiegato 6 anni con 4 anni di riprese. Avevo fatto un documentario in precedenza, sempre lì, nel paese di origine del protagonista, Antonio, che mi aveva comunque aiutato a entrare in contatto con le persone del posto, però diciamo che il mondo della pastorizia aveva un accesso più difficile. Il fatto di aver conosciuto Antonio mi ha aiutato ad avere un accesso più semplice perché lui mi ha introdotto al mondo dei pastori. Piano piano, cercando di capire sempre di più il dialetto e la lingua, passando anche del tempo con loro, mi sono fatta accettare. Ho cercato di passare più tempo possibile con loro per capirli meglio. All’inizio erano molto incuriositi perché non capivano molto bene cosa stessi facendo lì perché un forestiero che arriva dal nord con la telecamera all’inizio è un po’ estraniante, ma poi, non so come, si è creato, anche attraverso il cinema, un rapporto molto bello e stretto e anche le famiglie si conoscono. Il tempo è stato l’elemento che ha fatto sì che tutto questo potesse accadere. Sono persone che penso mi porterò sempre nella mia vita.

vanina lappa

Allora colgo la palla al balzo per anticipare una domanda che ti avrei fatto alla fine. Ho letto che hai intenzione di continuare a raccontare questo mondo. Hai già in programma un altro film?

Sì, ho in mente anche altri progetti che non sono ambientati lì, ma sento comunque di avere ancora qualcosa in sospeso con quel posto che mi auguro di poter approfondire come prossimo progetto. Sento di avere ancora un piede lì.

Il legame tra cielo e terra

La didascalia iniziale parla di transumanza, quindi di terra. La prima immagine che vediamo, però, è quella del cielo. Anche se con suoni che richiamano la terra. Quasi a voler sottolineare, come il titolo, Nessun posto al mondo. Sembra quasi che ci sia un collegamento tra i due, ma ci vuoi anche dire che il mondo è un po’ la casa di tutti. Sei d’accordo?

La scritta iniziale serve soprattutto per spiegare, anche perché mi rendo conto che molte persone non sanno proprio cosa sia la transumanza, mentre per me poteva essere ormai naturale perché frequentavo quei posti da tanto. Volevo che il pubblico avesse qualche nozione in più per capire cos’era, però sicuramente la transumanza mi è servita per parlare anche di altro, come per esempio del vivente, della natura, di qualcosa di più ampio. La transumanza non è solo una tradizione, ma proprio un modo di vivere la natura, il territorio, di avere un rapporto col vivente.

E infatti si può dire che il paesaggio è uno dei personaggi, dei protagonisti che ritorna molto spesso. Mi piace pensare che vada di pari passo con il protagonista, Antonio, come una formazione anche per il paesaggio stesso che cambia nel corso del documentario, come a dirci che, così come gli esseri viventi crescono e invecchiano, anche lui è soggetto a dei cambiamenti, volontari o meno, naturali o artificali, ma è destinato a trasformarsi e non rimanere identico nel tempo.

Certo. Sicuramente il paesaggio è un personaggio nel film. È come se fosse il controcampo di Antonio, ma è anche un teatro. Perché da una parte è una presenza forte che gioca un ruolo, ma dall’altra è anche il teatro in cui le cose prendono vita, il teatro in cui si consumano i suoi drammi.

vanina lappa

Mi collego a questa tua affermazione per dire che, proprio alla luce di quello che hai detto, in alcuni punti sembra di guardare un western. Nessun posto al mondo richiama, in certi momenti, proprio l’idea di questo genere dove effettivamente il paesaggio risulta fondamentale.

Esatto! Concordo.

Il modo di filmare di Vanina Lappa

Un elemento sul quale volevo riflettere e che, secondo me, colpisce del documentario è il modo in cui filmi. Quando il protagonista parla con gli animali c’è un approccio che è diverso dal modo in cui lo filmi con le persone che, in parte, non vengono mostrate (nella scena in auto, per esempio, ci sono primi piani molto ravvicinati che tagliano i volti e non ci mostrano in maniera chiara l’interlocutore). Sembra evidenziare il suo diverso modo di dialogare e comunicare con animali ed esseri umani.

In quella specifica scena di cui stai parlando per me della persona che è al suo fianco più che del volto mi interessa ciò di cui è rappresentativo, nel senso che lui rappresenta una delle voci della comunità e volevo evidenziare quello.

Poi a un certo punto delle riprese mi sono resa conto che filmavo gli animali, gli alberi e gli uomini allo stesso modo, nel senso che facevano parte dello stesso paesaggio come se fossero organi di uno stesso macro organismo. Quindi, a un certo punto, per me filmare una capra o una cane aveva la stessa importanza di filmare un pastore, un paesano o lo stesso Antonio. Per me erano tutti sullo stesso piano, anzi direi da subito.

Un documentario che… documenta

Sono d’accordo con quello che dici e, in questo senso, vorrei sottolineare come questo tuo documentario abbia il potere, più di altri, di documentare letteralmente. La sensazione che si ha guardandolo è che non racconti, ma mostri. Si capisce che c’è un viaggio (la transumanza appunto), ma quella che vediamo è la quotidianità del protagonista e la sensazione di un futuro soggetto sempre più a cambiare, non si sa se in bene o se in male.

Sì, ci interessa stare con lui. Per me è un film che va al di là del documentario ed è un modo per avere uno sguardo su quel posto, per stare con loro e con le cose che succedono senza avere un giudizio o una pretesa narrativa.

Rimanendo sull’importanza di osservare, vorrei chiederti qualcosa a proposito di una scena che mi ha colpito e che, secondo me, è emblematica. Mi riferisco alla scena dell’entrata degli animali in strada, che avviene dopo il dialogo che Antonio ha con alcune persone della comunità che gli impongono di mettere il guinzaglio ai cani. A me ha dato quasi la sensazione di una scena da film apocalittico, come se gli animali si impossessassero di tutto e come se ci volessi mostrare quello che ci aspetta se andiamo in una certa direzione.

Per me quella scena, quando l’ho vissuta, è stato qualcosa di veramente molto potente. Vedere una fiumana di vacche che invade il paese, che tra l’altro è vuoto (perché non ci sono più gli uomini, ma ci sono loro che si riprendono un po’ questo spazio), è stato incredibile.

Poi mi sono resa conto, in montaggio, soprattutto dopo la scena in cui lui ha questo conflitto molto forte con la comunità, che quella sequenza aveva una valenza simbolica. Non diventava più solo transumanza, ma aveva una valenza che andava al di là dell’immagine che stava rappresentando.

Il suono

Un elemento importante, oltre al paesaggio, è anche il suono e mi sembra che i due siano strettamente collegati. Lasci parlare molto il paesaggio e la natura. A un certo punto il protagonista dice “guarda come ti inganna il suono”. Ci sono molti silenzi che accompagnano le immagini, immagini che cambiano e si evolvono perché si tratta di una vita destinata inevitabilmente a cambiare. Penso sia anche uno degli scopi del documentario.

Se la parola è il modo che usano gli umani per esprimersi, i suoni sono il modo che ha il paesaggio per parlare. Per me è stato molto importante. Abbiamo fatto tutto un lavoro di spazializzazione sul suono con il sound designer, Luca Leprotti. Ci siamo resi conto che solo con l’immagine bidimensionale è più difficile far percepire ciò. Il suono dà una spazializzazione e una tridimensionalità che quei posti hanno perché sono sconfinati e che l’immagine e basta non rende. In questo modo, invece, il suono aiuta proprio a capire cosa c’è nel fuoricampo. I suoni sono qualcosa con cui il protagonista comunica con i suoi animali: ore e ore di fischi e urla di Antonio sono il suo modo di esprimersi con i suoi animali, cosa che non riesce a fare con gli uomini.

E, invece, quel fischio finale è un ritorno alla realtà e un fischio anche di speranza.

Sì, assolutamente perché è proprio quello che gli rimane, nel senso che dopo tutti questi conflitti, questa sua esigenza di libertà si esprime, rimane con questi versi che fa. Quindi è assolutamente un grido di libertà; è l’unica cosa che gli rimane per avere il suo posto nel mondo.

Antonio è un eroe?

Si può considerare Antonio, secondo te, pur non trattandosi di un film di finzione, un eroe positivo?

Secondo me sì, nel senso però che è un po’ un antieroe perché non è il vincente. Tra l’altro lui ha un percorso all’interno del film, ma rimane sempre lui. Quello che è importante è che lui, invece di farsi abbattere da tutti questi conflitti, urli e gli rimanga questo tipo di libertà che alla fine gli resta nel rapporto che ha con la natura. Quindi, in questo senso, è vincente, se vogliamo vederlo vincente: è un personaggio che, nel bene o nel male, riuscirà sempre a mantenere un rapporto vitale e di libertà col paesaggio che vive.

Il futuro di Vanina Lappa

Altri progetti futuri oltre a quelli che hai anticipato all’inizio?

Questo è il mio secondo film in Cilento e si dice non c’è due senza tre (ride, ndr). Non spoilero niente perché sono progetti sempre un po’ difficili da realizzare.

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

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