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Damien Chazelle, uno Swing da sogno hollywoodiano

Con l'uscita di "Babylon", riviviamo i dodici anni cinematografici del promettente regista americano

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Hollywood, la Mecca del cinema. Così luminosa e affascinante nei sogni dei cineasti, così grande e unica da vivere nella realtà. L’incarnazione più scintillante del grande sogno americano.

Dopo aver vissuto la sua golden age tra le luci e le musiche degli anni ‘60, essere cambiato drasticamente con la New Hollywood degli anni ’70 e attraversato l’epopea blockbusteriana degli anni ’90, ora, in questo periodo di grande cambiamento per il medium, grazie alla diffusione dello streaming, il cinema hollywoodiano ricerca nuovi idoli della macchina da presa, nuovi rappresentanti dell’attuale generazione artistica e industria filmica.

E, fra tutti, si fa sentire il nome di un giovanotto di Providence, grande amante della musica jazz e col sogno di diventare batterista jazz;  non abbastanza bravo però da avere successo come tale. Ma la sua altra passione è il cinema, e i suoi lavori smuovono non poco l’attenzione delle major.

Sia per il grande riguardo e rispetto che nutre per i film che lo hanno formato e a cui rende omaggio continuamente, generando l’affetto di Hollywood stessa, sia per le sue innovative visioni, figlie di un cinema ritenuto morto che rivive in storie di desideri soppressi, sogni infranti, sacrifici, vite portate all’eccesso, solitudine e grandi successi.

Damien Chazelle , in sala ora col suo Babylon, ha tutte le carte in regola per essere il simbolo di un nuovo cambiamento hollywoodiano.

Ecco i Film più rappresentativi del regista prima di Babylon.

Guy and Madeline on a Park Bench (2010)

Sin da ragazzo, Chazelle vive di due luci: il cinema, passione che diverrà lavoro ed espressione di lui stesso, e la musica. Come musicista non è troppo capace, ma per il Jazz in particolare prova un amore sconfinato, con un costante bisogno di esternarsi in qualsiasi modo. Ha la possibilità di farlo nel 2007, col suo primo lungometraggio, che includerà nella sua tesi di laurea ad Harvard e con il quale vincerà il premio della giuria del Torino Film Festival 2009, Guy and Madeline on a Park Bench.

Il film racconta la vita di Guy (Jason Palmer) e Madeline (Desiree Garcia), un trombettista di colore e una ragazza di New York in cerca di lavoro, ormai fidanzati da tempo. Un giorno Guy conosce Helena (Sandha Khin), con la quale tradisce la sua ragazza. Dopo essersi ritrovati su una panchina a rimanere in completo silenzio, Madeline decide di lasciare Guy e tornare a New York. Da lì, le vite dei due protagonisti si separano e si riallacciano ancora in una spirale di incontri fortuiti, jam sessions, e momenti da musical di grande impatto.

In questa sua opera prima, Chazelle è ancora giovane e pieno di idee e, come tutti, sperimenta. Con stile cassavetesiano, lavora con camera a mano e pellicola per raccontare il quotidiano. Cerca di dare al vérité godardiano un sapore diverso mescolandoci il concetto di musical realista di Von Trier (Dancer in The Dark) e raccontando una Boston fredda fuori, ma vivace ed energica dentro ai suoi locali. Il regista è un fiume in piena, non ha paura di provare, anche mettendo in mostra diverse lacune tecniche e strutturali.  Ciò che non sfigura è il suo grande entusiasmo, coadiuvato da un talento ancora grezzo.

Nota da sottolineare: a collaborare nella composizione delle musiche, fondamentali perché, come dice il regista, “le strade di Boston sanno comunicare solo attraverso la musica”, c’è Justin Hurwitz, grande amico di Chazelle già al college e con cui lavorerà negli anni a venire.

Whiplash (2014)

Dopo il suo primo piccolo successo di critica, Chazelle cerca di emergere nella fagocitante realtà di Hollywood. Partecipa alla scrittura di due lungometraggi, The Last Exorcism – Liberaci dal male e Il Ricatto, ma nel frattempo la sua mente continua a macinare musica visiva. Nel 2013 realizza un cortometraggio con una stella mai osannata di Los Angeles, J.K Simmons. Il corto è un successo, vince il premio della giuria al Sundance Film Festival 2013, e viene portato alla Blumhouse Productions (Split, Get Out) che ne produce un lungo.

Andrew Neiman (Miles Teller) frequenta il primo anno di batteria Jazz nella migliore scuola di New York e viene notato dal professor Fletcher (J.K. Simmons), famoso direttore d’orchestra, entrando nella sua classe come secondo batterista. Neiman scopre che il metodo didattico di Fletcher è brutale e spietato, e ne rimane attratto e respinto al tempo stesso. Si esercita fino a farsi sanguinare le mani e diventa il primo batterista. Ma la fame di rispetto e successo porterà gravi conseguenze nella vita di entrambi.

Whiplash è il grande exploit di Damien Chazelle nell’industria cinematografica americana. Un crescendo costante di tono, suspense e frenesia, montato ed orchestrato con grande classe. Il rapporto tra Neiman e Fletcher, tra allievo e maestro, a tratti tra padrone e schiavo, è contorto, stratificato, unico. In certi momenti fisico e violento, in altri folgorante e sensibile.

Un legame intensificato dalla musica jazz, perno del film, che ne rappresenta la frenesia, la volontà di scoppiare, di superarsi e di sentirsi realizzati. Un ritmo scandito come un pezzo di Charlie Parker che non accenna a calare di tono. Insieme, Chazelle e Hurwitz intrecciano egregiamente il visivo e il sonoro, guidando il pubblico in questa prova d’orchestra graffiante e caustica.

Sontuose le prove attoriali di Miles Teller e, soprattutto, di J.K Simmons, che ha vinto un Premio Oscar, un Golden Globe e il riconoscimento che tanto meritava, il J.J Jameson di Hollywood.

La La Land (2016)

Whiplash, manco a dirlo, è un successo di critica e pubblico. Nella testa del regista, però, c’è già l’idea del suo prossimo film, rimasta ferma per parecchio tempo. Infatti, nel 2010 la sceneggiatura di La La Land è già completa, ma risulta troppo audace per un cineasta novello.

Nel 2012 sembra che Focus Features voglia sostenerne la produzione, ma le numerose modifiche da parte dello studio a elementi che Chazelle ritiene fondamentali per la trama bloccano ancora il progetto. Gli anni passano, i tentativi (e rifiuti) crescono, ma il figliol prodigo di Providence non demorde.

Solo dopo la conferma internazionale di Whiplash e la collaborazione di più case di produzione indipendenti (Black Label MediaGilbert FilmsImpostor PicturesMarc Platt Productions), si realizza il sogno di Damien Chazelle.

I protagonisti sono Mia (Emma Stone), aspirante attrice che lavora in un bar interno agli studi hollywoodiani in attesa del provino giusto, e Sebastian (Ryan Gosling), musicista jazz che suona nei piano bar. Dopo un incontro casuale, tra i due nasce il grande amore hollywoodiano che tutti sogniamo e la loro relazione si sviluppa nell’arco delle quattro stagioni – inverno, primavera, estate, autunno – con i due protagonisti che continuano a inseguire i loro sogni, si incoraggiano e si sostengono a vicenda. Tutto questo fino a quando le tanto attese opportunità arrivano e li mettono di fronte a scelte importanti.

 

“Dedicato ai folli e ai sognatori”

 

La tagline del film mette a nudo subito l’intenzione principale di Chazelle. Un film creato per coloro che non hanno mai smesso di lottare per raggiungere il proprio posto, coloro che hanno seguito un’idea, un’illusione fino a quando diventa realtà.

E il regista, consapevole del suo percorso cinematografico e musicale, costruisce un sogno fatto e finito. Dentro  la città dei sogni per antonomasia, viviamo tutto il suo mondo sollevati da terra, leggeri come l’aria. Respiriamo ogni sensazione, ogni impulso fino al viverne la piena purezza. Ci sentiamo liberi di piangere, ridere, gioire, stupirci di ogni singolo passaggio.

Dentro queste due ore e mezza ci si lascia andare al candore dei sentimenti, trasportati da una favola musicale limata e modellata alla perfezione. La fotografia di Linus Sandgren, le melodie di Hurwitz e Pasek, le scenografie di David Wasco e la sinergia attoriale tra Gosling e Stone. Ogni aspetto di questa prodigiosa coreografia filmica trasforma La La Land nell’opera massima di Damien Chazelle.

Un piccolo uomo che conosce, più di ogni altro, la gioia e la sofferenza dell’inseguire le proprie follie, e che, per questo, è uno dei pochi in grado di raccontarne soavemente la natura, proprio con un musical sui folli e sui sognatori.

Nel 2017, La La Land riceve quattordici candidature ai Premi Oscar, eguagliando il primato di film come Eva contro Eva e Titanic e vincendone sei, tra cui quello per la miglior regia, di cui Chazelle diviene il più giovane vincitore.

Non vince, però, l’Oscar al miglior film, andato invece a Moonlight di Barry Jenkins in una premiazione ancora surrealmente comica.

First Man – Il Primo Uomo (2018)

La La Land consacra Damien Chazelle come uno dei registi più promettenti della Hollywood contemporanea e gli occhi delle major sono fissi su di lui. Arrivano richieste e proposte da chiunque: Paramount, Warner Bros., Netflix, Universal. Tutti vogliono il prodigio degli Oscar 2017.

Proprio la Universal propone al regista, ad inizio 2017, un progetto precedentemente posseduto dalla Warner e affidato a Clint Eastwood, ma mai andato in porto. Si parla della trasposizione cinematografica della biografia First Man: The Life of Neil A. Armstrong.

Chazelle accetta l’offerta, richiama Ryan Gosling ad interpretare Neil Armstrong, gli affianca i talentuosi Claire Fox (Elisabetta II in The Crown) e Jason Clarke, e nasce First Man – Il Primo Uomo.

Il film si incentra sulla persona di Neil Armstrong, cogliendone relazioni, vita quotidiana, apprensioni, paure, ansie. Il “Primo Uomo” viene spogliato della sua scintillante tuta da astronauta e messo a nudo di fronte alla macchina da presa, e, con lui, la sua famiglia ed i suoi colleghi ed amici.

Damien Chazelle, all’età di trentatré anni, vuole ancora provare altre strade, sperimentare nuove sonorità. In First Man torna alla camera a mano con effetto pellicola, dando quel taglio semi-documentaristico già visto nelle sue prime opere.

L’inquadratura sta sempre sui volti dei personaggi, non concede un attimo di respiro, lasciandoli in una bolla in cui l’aria diminuisce sempre di più. La paura cresce, l’ansia prende il sopravvento, il terrore è palpabile, ma la calma che viene dopo risulta ancora più assoluta di quanto sia immaginabile.

Il regista non parla più di sé stesso, e si sente. Il jazz mood delle precedenti colonne sonore di Hurwitz (ancora lui) scompare per far posto a composizioni austere, drammatiche e trionfali solo in rari momenti. Qualcosa di mai provato dal cineasta, ma che porta con sé anche una certa freddezza registica, inusuale per lui.

Il film riscuote un buon successo di critica e pubblico, vince un Oscar 2019 per gli effetti speciali e un Golden Globe 2019 per la colonna sonora, ma lascia un po’ l’amaro a quelli che si aspettavano una nuova magia cinematografica di Damien Chazelle.

The Eddy (2020)

Nel frattempo, Netflix offre al regista di origini canadesi una miniserie sulle variopinte vite di un gruppo di jazzisti parigini proprietari di un club, “The Eddy”, per l’appunto.

L’idea iniziale è quella di farla dirigere interamente a Chazelle, in collaborazione con lo showrunner e sceneggiatore Jack Thorne, ma, alla fine, Damien si occupa solo dei primi due episodi e viene parzialmente coinvolto nella produzione.

Non possiamo, quindi, definire la miniserie come la creatura figlia di un solo genio cinematografico, ma è indubbio come si rispecchi molto del suo cinema e di ciò che ci ha saputo raccontare fino ad ora.

In The Eddy vediamo le prime tracce di un Damien Chazelle maturo, le cui mille ispirazioni, dapprima interessanti ma, a tratti, contrastanti tra loro, si posizionano ordinatamente all’interno di pentagramma visivo sporco, ma ricco di sfumature.

Il cinema verità si fa predominante, le vite della band non vengono mai raccontate in maniera spettacolarizzata. Tutto è nudo, crudo e di poche speranze.

I tempi sono reali e dilatati, permettendo alla serie di dare spazio alla riproduzione completa delle canzoni, a volte in un “take” singolo per mostrare anche la reazione del pubblico. In quei momenti, il potere che la musica ha su queste persone e l’amore che provano per essa diviene il centro nevralgico dell’opera.

Chazelle fatica a lasciare il Jazz, compagno di una vita, fuori dai suoi racconti e, quando ha la possibilità di inserire questa   relazione passionale, lo fa sempre con enorme dedizione.

Se Guy and Madeline on a Park Bench può essere visto come un primo banco di prova, The Eddy è il sunto di anni di fatica ed esperienza che hanno forgiato il suo talento, fino a ridefinirlo, forse, in maestria.

A due anni dal suo ultimo progetto è ora al cinema il suo Babylon, con cast stellare (Margot Robbie, Brad Pitt ed Tobey Maguire). Damien Chazelle ci ha saputo trattare bene negli anni e l’hype è alto per la sua nuova  jam session cinematografica.

Tutto su Babylon il nuovo film di Damien Chazelle

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