Tutto il macabro della civiltà umana in un moto lento, fatto di scampoli di lettere. Quelle che danno senso e titolo a Cartas Do Absurdo del brasiliano Gabraz Sanna, presentato in concorso alla 61ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.
È un diario, un lamento, il reportage di un’apocalisse ormai ultimata in questa modernità delle grandi distanze. Il mare diventa uno spazio invalicabile, animato dalle voci dei nativi brasiliani del diciassettesimo secolo, che rievocano simboli e storie della loro civiltà, sfregiata dai coloni bianchi.
Inizia tutto dall’immagine del fuoco. Quanto più lontano dalla fiamma di Prometeo, allegoria del sapere, qui ha tutta l’aria di una minaccia fatta di spiriti che attraccano su barche maestose per governare la vita lungo le buie amazzoni. “Mio padre fu preso e costretto a lavorare nelle miniere” sussurra un cantastorie, nativo di quella foresta brasiliana che porta ancora le cicatrici del passato coloniale.
Anzitutto nel linguaggio del popolo indigeno, sradicato da quello portoghese, che sin dal ‘500 vi aveva piantato lessico e cultura sopprimendo quelli dei nativi. Solo che “il portoghese potrà uccidere il nostro linguaggio ma non il nostro silenzio, possiamo comunicare anche senza parole”, rivendica il cantastorie in una frase che è la sentenza e il manifesto del film di Gabraz Sanna.

Cartas Do Absurdo, il silenzio delle immagini
Perché Cartas Do Absurdo è un mosaico silenzioso di immagini ancestrali che non hanno un gran bisogno di parole per pronunciare la loro ribellione, ma soltanto il lentissimo movimento di un piano sequenza. È lì che risiede il reenactment del trauma popolare: la terra ferma vista da un piroscafo che si fa sempre più vicino, proprio come le barche che secoli fa arrivarono nelle terre indigene, per annullare una civiltà reale e inaugurarne una (solo ingannevolmente) ideale.
“Non c’erano bianchi prima, ora stanno dappertutto. E filmano ogni cosa”, lamenta il cantastorie nel cuore del film, che dà inizio alla Mostra di Pesaro con un’idea di cinema quanto mai cerebrale. Perché Gabraz Sanna con il suo Cartas Do Absurdo fa ritorno al trauma di una civiltà lungo un discorso filmico che crede ancora nella forza curativa delle immagini.