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Approfondimenti

Quando lo sceneggiatore diventa regista

8 brillanti esempi di sceneggiatori che hanno tentato la sorte passando alla regia.

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“Ho sempre visto, e vedo tuttora, il regista come un’estensione dionisiaca dello sceneggiatore, ovvero … come colui che rifinisce il lavoro in modo tale da rendere invisibili le fatiche del lavoro tecnico. Io sono approdato alla regia a partire dalla sceneggiatura, e per me il mestiere di regista era una felice estensione di quello di sceneggiatore …” 

Queste sono le parole di uno che di sceneggiature ne ha scritte, e ne ha scritte parecchie. È un classe 1947, è nato a Chicago, è stato nominato due volte al premio oscar e ha vinto il premio Pulitzer. Queste, sono le parole di David Mamet. 

Spesso si sente dire che “un film si scrive sempre tre volte: la prima volta in sceneggiatura, la seconda sul set e la terza al montaggio.” Assodato ciò, è più che lecito che ad uno sceneggiatore che si rispetti, presto o tardi, sopraggiunga la curiosità – per non dire il bisogno – di voler andare oltre la prima fase della scrittura. D’altronde, una sceneggiatura è come un figlio, e per un padre – lo scrittore – non c’è niente di peggio che vedere suo figlio venirgli strappato dalle mani e venire modificato sotto i suoi stessi occhi.

Ecco, dunque, 8 valorosi esempi di sceneggiatori che hanno tentato la sorte passando alla regia. 

1. David Mamet

Dopo averlo citato, non si poteva non iniziare da lui. Sceneggiatore, scrittore, drammaturgo, e saggista… Se vi viene in mente un qualcosa che c’entra con la scrittura, state pur certi che Mamet ci ha già messo la sua impronta. Tra le sue sceneggiature più famose si ricordano Il verdetto (S. Lumet, 1982) e Sesso & Potere (B. Levinson, 1998), con cui è stato nominato agli oscar, ma anche l’indimenticabile pellicola targata De Palma, Gli Intoccabili (1987). Come regista, Mamet ha all’attivo 10 lungometraggi, realizzati nell’arco di circa un ventennio. La casa dei giochi (1987), Oleanna (1994) e Il colpo (2001) sono solo alcuni di questi. 

2. Richard Curtis

Se cercate le commedie romantiche inglesi uscite tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, difficilmente ne troverete una che non riporti il nome di Richard Curtis alla sceneggiatura. Tanto per citarne alcuni: Quattro matrimoni e un funerale (M. Newell, 1994), Notting Hill (R. Michell, 1999), Il diario di Bridget Jones (S. Maguire, 2001) e Che pasticcio, Bridget Jones (B. Kidron, 2004) … Insomma, Curtis ce l’ha nel sangue la commedia. E l’ha capito bene Rowan Atkinson – alias Mr. Bean – dal momento che la stragrande maggioranza delle sue avventure le ha scritte proprio Curtis. Sono tre, per ora, i lungometraggi diretti da Curtis: I due film corali  Love Actually (2003) e I love Radio Rock (2009), e la commedia dalle tinte fantastiche About Time (2013).

3. Aaron Sorkin 

Avete presente la celeberrima scena in cui Tom Cruise e Jack Nicholson si urlano addosso nell’aula di un tribunale? Quella scena è tratta da Codice d’onore (R. Reiner, 1992), la cui sceneggiatura, oltre a fare scuola in probabilmente qualsiasi corso legato alla scrittura filmica, è anche la prima firmata da Aaron Sorkin. Su Sorkin c’è poco da dire. Considerato che è l’unico sceneggiatore americano in attività ad avere una clausola contrattuale che impedisce alla produzione di licenziarlo e che gli sono bastate solo poche sceneggiature per far sì che si iniziasse a usare l’aggettivo sorkiniano, forse basterebbe dire che è lo sceneggiatore più bramato e acclamato del momento. Vincitore del premio oscar nel 2011 per la sceneggiatura originale di The Social Network (D. Fincher, 2010), Sorkin è approdato alla regia nel 2017 con Molly’s Game, per poi ritornarci l’anno scorso con Il processo ai Chicago 7. 

4.  Paul Schrader

Se, negli anni, Sorkin è riuscito a diventare un modello di forma e di stile, Schrader ci è riuscito per il suo immaginario e le sue atmosfere. Perno della new Hollywood; erede di Ozu, Bresson e Dreyer; Schrader ha dato vita a personaggi rimasti nella cultura popolare e a storie che hanno dato – e danno tuttora – voce a intere generazioni. I suoi personaggi vivono nella più assoluta solitudine e disillusione, sono freddi, traumatizzati, e costituiscono il più impeccabile esempio di anti-eroe americano. Tra i suoi lavori più importanti da sceneggiatore: Taxi Driver (M. Scorsese, 1976), Toro Scatenato (M. Scorsese, 1980), First Reformed (2017). Proprio grazie a Taxi Driver, che gli fruttò una somma da capogiro, Schrader approdò alla regia. Tuta blu (1978) è il primo di un sfilza di pellicole che è ancora destinata a crescere, come ha da poco dimostrato la Biennale di Venezia, dove Schrader si è presentato con The Card Counter (2021). 

5. Charlie Kaufman

Oscar alla miglior sceneggiatura originale per Se mi lasci ti cancello (2004), Kaufman si è distinto negli anni per la sua spiccata originalità e un tipo di cinema che si prende gioco della mente. A tratti comici e a tratti thriller, un po’ biografici e un po’ onirici… I drammi di Kaufmann sono unici e inimitabili. Dopo capisaldi come Essere John Malkovich (S. Jonze, 1999) e Il ladro di Orchidee (S. Jonze, 2002), era solo questione di tempo prima che decidesse di spiccare il volo, andando a firmare anche la regia. Finora lo ha fatto con 3 film, di cui l’ultimo, Sto pensando di finirla qui (2020), è un vero gioiellino.

6. Steven Knight 

Senza perdersi in fronzoli inutili, Steven Knight è lo sceneggiatore di La promessa dell’assassino (D. Cronenberg, 2007), Allied (R. Zemeckis, 2016), Piccoli affari sporchi (Stephen Frears, 2002) e del recente Spencer (P. Larrain, 2021), nonché il creatore e lo sceneggiatore di Peaky Blinders (2013 – in corso). Ciò significa che chiunque – anche se ha cercato a tutti costi di evitarlo – si è imbattuto nelle sue opere almeno una volta. Da regista ha concluso ad oggi tre lungometraggi. Dimenticando l’ultimo, Serenity (2019), che non si può certamente definire riuscito, gli altri due, Locke (2013) e Redemption (2013) hanno dimostrato che Knight si trova ampiamente a suo agio anche dietro la cinepresa, oltre che davanti al foglio bianco.

7. Leigh Whannell

Un caso diverso da tutti quelli precedenti. Leigh Whannell è sì uno sceneggiatore, ma è anche un attore, ed è stato anche un critico. Il suo passaggio alla sceneggiatura avviene nel 2003, quando inizia a sviluppare assieme all’amico James Wan la saga di Saw. È l’inizio di un viaggio, che lo porterà nel giro di tre anni, dal 2003 al 2006, a scrivere tre lungometraggi (Saw, Saw II e Saw III) e ad appassionarsi al genere dell’horror. Nel 2010 rincara la dose, scrivendo, sempre per Wan, la sceneggiatura di Insidious, di cui scriverà anche il sequel nel 2013. Poi però qualcosa cambia. Scatta qualcosa, e cioè la volontà di sondare l’unica strada che non aveva mai sperimentato, quella della regia. Nel 2015 scrive e dirige Insidious 3 – L’inizio, scoprendo di poter gestire – e con successo – entrambe le realtà, quella della scrittura e della regia. Come Kaufmann, Whannell ha all’attivo 3 lungometraggi. Oltre al già citato Insidious 3, Upgrade (2018) e L’uomo Invisibile (2020).

8. John Hughes 

John Hughes è un caso anomalo, nella misura in cui, se la prassi è nascere come sceneggiatore per poi approdare alla regia, Hughes fa l’esatto opposto: nasce come regista-sceneggiatore e da un certo punto in poi decide di limitarsi alla sceneggiatura. Viene da pensare che abbia capito la sua vera vocazione, perché di fatto Hughes è uno sceneggiatore, e non un regista. Come scrittore, è infatti riuscito a gettare la basi di un intero filone – la commedia generazionale – e a dettar legge per quasi un decennio in America. Vi basti pensare ad alcune delle sue firme: Sixteen Candles (1984), The Breakfast Club (1985), Mamma ho perso l’aereo (1990) e The Great Outdoors (1988).

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