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IN SALA

Locke

Un film che si regge, oltre che sull’interpretazione del protagonista (Tom Hardy), su una sceneggiatura ed una regia perfette, che consacrano Steven Knight fra quei talentuosi artisti che hanno capito i veri, indispensabili ingredienti del buon cinema

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Anno: 2013

Durata: 85’

Genere: Drammatico/Thriller

Nazionalità: USA/Regno Unito

Regia: Steven Knight

 

Secondo molti è uno dei film-rivelazione della Mostra 2013, ed è un peccato che sia stato inserito nella sezione Fuori concorso. L’etichetta di ‘thriller’ non è precisa, in quanto Locke, del regista e sceneggiatore Steven Knight (Piccoli Affari Sporchi, La Promessa dell’assassino), travalica i generi ma, certamente, è in grado di mantenere alta la tensione per 85’ che sembrano volare ed oscilla fra il dramma psicologico ed il thriller etico, se tale definizione può aver senso.

Il fatto straordinario è che l’intero film si svolge nell’abitacolo di una macchina, quella del capo-cantiere Ivan Locke, un uomo rispettato da tutti, gran lavoratore, marito e padre di famiglia premuroso, che decide una sera di non tornare a casa a vedere la partita (i figli lo attendono con birra e salsicce) ma, giunto allo stop, cambia direzione e con essa il corso della sua vita: andrà a Birmingham,  per assumersi le responsabilità di un casuale ‘errore’ (la relazione di una notte durante una trasferta, in cui era ubriaco e vulnerabile) da cui sta nascendo un figlio, non desiderato ma ‘suo’. Le telefonate nella macchina si susseguono a ritmo serrato e lo spettatore rimane col fiato sospeso per sapere cosa succederà: la moglie, i figli, la donna che partorirà quella notte, il datore di lavoro (Bastard è il nome con cui Ivan ha registrato il numero del suo capo sul telefono) ed il collega di Ivan, tutti chiamano ripetutamente, in un’alternanza di vita privata e lavorativa che trascina a poco a poco la vita del protagonista nel caos. Infatti, per non farsi mancare nulla, il povero Ivan Locke è in seri guai lavorativi poiché all’alba del giorno dopo è prevista la più vasta colata di calcestruzzo della sua azienda, alla cui realizzazione Ivan ha lavorato in prima persona e che richiederebbe l’ attenzione e la perizia di un esperto capo cantiere: ma lui non ci sarà, non andrà al lavoro il giorno dopo (per senso di responsabilità impartisce istruzioni al suo vice che obbedisce controvoglia e nel panico), così come non sa se tornerà mai a casa. Ha fatto la sua scelta, giusta o sbagliata che sia. Anche ‘quel’ figlio conoscerà suo padre; Locke non vuole che, come accaduto a lui stesso (il padre lo abbandonò alla nascita, né si fece mai più vedere) un figlio suo nasca senza conoscere il padre, anche se dovrà pagare, per questo, un prezzo molto alto. Senza che accadano eventi esterni eclatanti (giusto qualche sirena o ambulanza che fanno capire come fuori si dipanino altre storie di altre persone), sono le espressioni del magnifico Tom Hardy, unico, bravissimo attore del film (a parte le voci degli altri), in grado di trasmettere emozioni e pathos, senza mai fermare l’automobile, che fende la notte più buia di un uomo qualunque e della sua tragedia personale, mentre in sottofondo suona struggente la musica di Dickon Hinchliffe.

Un film che si regge, oltre che sull’interpretazione del protagonista, su una sceneggiatura (originali e credibili i dialoghi) ed una regia perfette, che consacrano  Steven Knight (il quale ha parlato di video-installazione per le sue scene notturne, ma tutto è molto naturale) fra quei talentuosi artisti che hanno capito i veri, indispensabili ingredienti del buon cinema.

Elisabetta Colla

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