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CHARLIE KAUFMAN: il cinema dello sfaldamento

IL cineasta newyorkese è adesso su Netflix con il suo STO PENSANDO DI FINIRLA QUI: ecco un breve compendio del suo cinema e delle sue ossessioni

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Tutti amiamo Charlie Kaufman.

Anche se non lo sappiamo.

Anzi, anche se non lo sappiamo a livello conscio.

Perché parte integrante del cinema dello sceneggiatore, regista e produttore newyorkese, sono gli sviluppi delle sue storie su più livelli, con aspetti e suggestioni legate alla mente e alla psicoanalisi – e non come semplici citazioni, bensì come parte integrante del suo universo e della messa in scena. Anche a discapito della comprensione (vedi il suo ultimo capolavoro, STO PENSANDO DI FINIRLA QUI), ma sempre e comunque per un coinvolgimento dello spettatore, anzi dell’utente, che si trova avviluppato dalle sue trame labirintiche che si sedimentano nel fondo e poi te le ritrovi lì, senza accorgertene, mentre stai vivendo (vedi SE MI LASCI TI CANCELLO).

charlie kaufman

È fondamentale dire e sottolineare che lo stesso Kaufman, indifferentemente come regista o come sceneggiatore -con dietro la macchina da presa i fidati Spike Jonze o Michael Gondry, adatti a scomparire come comodi alter ego, senza alterare lo script-, pone sé stesso nelle sue opere come motore immobile dell’azione: in ogni suo film, l’azione parte da una ricerca interiore di un IO narrante invisibile, un’affannosa ricerca che trasforma la materia e rielabora il racconto a seconda delle sue esigenze.

Come è più lampante nel sincero e immediato LADRO DI ORCHIDEE, e più ermetico e di difficile lettura nel citato STO PENSANDO DI FINIRLA QUI, lo scambio metatestuale avviene abbattendo la quarta parete e sostituendo, in maniera fluida e mai schematica, personaggio principale e autore della storia, inserendo in questo rapporto simbiotico anche lo spettatore che interagisce in maniera preponderante nella lettura di ciò che vede, in quanto la narrazione assume contorni così sfuggenti e slabbrati da far rientrare ogni tipo di declinazione soggettiva.

È stato Freud a dire che la mente è come un iceberg, nel quale ci sono parti emerse e visibili e parti invisibili in quanto sommerse nel profondo: nel cinema di Kaufman l’iceberg si scioglie, e parti visibili, percepibili e nascoste si confondono inesorabilmente, confondendo quindi conscio e inconscio. È con questo meccanismo sottile e intellegibile a livello sintattico-cinematografico che il rimosso si scontra con il razionale, ed è proprio questo lo stile inconfondibile di questo autore unico.

Abbiamo citato SE MI LASCI MI CANCELLO (tremenda traduzione italiana di ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, regia di Gondry

, Kaufman produttore), e lo affianchiamo a ESSERE JOHN MALKOVICH (BEING JOHN MALKOVICH, regia sempre di Jonze, qua Kaufman anche sceneggiatore): in tutti e due i film, Kaufman mette al centro due personaggi dal subconscio fragile, che rende il filtro al conscio particolarmente agevole e chiaro. Riaffiorano allora le pulsioni sessuali e i ricordi.

Al fianco dei personaggi c’è, in entrambe le opere, una società (circostanza strettamente collegata alla professionalizzazione del mestiere della psicoanalisi).

charlie kaufman

Altro film, citato, IL LADRO DI ORCHDEE (ADAPTION, sempre di Jonze, Kaufman doppia veste di produttore e sceneggiatore) va invece in coppia con ANOMALISA (id., regia di Charlie): qui la mente non è il luogo dove avviene lo scambio tra conscio e inconscio -come nei film di prima- ma il motore della storia, anzi il suo malfunzionamento.

In ADAPTION -titolo polivalente, come “adattamento filmico” e “adattamento floreale”- il disturbo di personalità si fa addirittura carne e impersona il fratello gemello di Nicholas Cage; mentre nel film del 2015, il personaggio principale vede tutti gli individui con lo stesso volto e la stessa voce, esternando così il suo disturbo ma sempre rendendolo materico, reale, visibile.

Anzi, l’hotel luogo dell’azione si chiama Leopoldo Fregoli che non solo è un grande trasformista, ma è anche il nome di una sindrome psichiatrica nella quale il paziente si sente perseguitato da una persona che nel suo delirio assume il volto delle persone che lo circondano.

charlie kaufman

Tutti questi esempi per rendere chiaro quanto detto all’inizio: il cinema di Kaufman ha un’attenzione particolare e anzi centrale nei confronti del funzionamento della nostra mente, ma non nella solita forma narrativa dell’introspezione, bensì come vero e proprio luogo di messa in scena.

charlie kaufman

Un sentiero e un modo di pensare il cinema che continua anche nella sua nuova opera da regista, STO PENSANDO DI FINIRLA QUI (I’M THINKING OF ENDING THINGS), superbo adattamento dell’omonimo romanzo di Ivan Reid, dove il minimo comune denominatore continua ad essere la mente, dove realtà e surrealtà si confondono e l’introspezione viene superata da una messa in scena visionaria e allucinata.

Ed anche qui, come in SYNECDOCHE, NEW YORK (regia di Kaufman), l’autore costringe ad un livello di attenzione ben oltre il consueto mentre invece la narrazione si colloca in una dimensione tra il sogno e la veglia: ad esempio, il verso “The child is father of the man” è tratto da William Wordsworth. E va collegato al momento in cui il fidanzato chiede a Lucy (Lucia, Louisa) se le piaccia Wordsworth perché aiuta a decrittare la qualità della relazione, giocando con le identità, le proiezioni e lo sfaldamento del soggetto.

STO PENSANDO DI FINRLA QUI in un certo senso riassume il cinema di Kaufman e ne mostra limiti e pregi, ma soprattutto qualità e caratteristiche: un universo cinematografico e identitario che si traduce in un viaggio surreale e brechtiano, dove i personaggi si confondono uno nell’altro, uno con l’altro, neanche uguali a sé stessi da una sequenza all’altra. Sempre immerso nei dedali della mente, forse a volte autoreferenziale, ma sempre e comunque attento a non far scendere l’attenzione, sempre intento a costringere il suo pubblico ad abbandonare la passività intellettuale in cui fin troppo cinema indulge oggi.