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Il processo ai Chicago 7: la recensione del film di Aaron Sorkin

Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin racconta uno degli episodi più controversi della storia americana del secolo scorso. Con un ottimo lavoro di sceneggiatura e di direzione degli attori, Sorkin accosta la storia al presente, rimarcando il sentimento di rabbia e la spinta alla lotta. Disponibile su Netflix

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Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

Il processo ai Chicago 7 prodotto da Cross Creek PicturesDreamworks Pictures e distribuito in Italia dal 16 ottobre su Netflix é un film di Aaron Sorkin.

Da anni considerato, soprattutto con The Social Network di David Fincher, uno tra i migliori sceneggiatori americani del ventunesimo secolo, Aaron Sorkin continua la sua avventura da regista. Dopo l’esordio con Molly’s Game nel 2017, torna dietro alla macchina da presa, e ovviamente anche alla scrittura, con Il processo ai Chicago 7, uscito il 30 settembre nelle sale cinematografiche e il 16 ottobre su Netflix. Un film che affronta la storia degli Stati Uniti proiettandosi, come spesso accade, anche nel presente. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane.

Trama di Il processo ai Chicago 7

Racconta il processo, svoltosi realmente, che vide coinvolti sette attivisti che parteciparono e organizzarono manifestazioni per richiedere la fine della guerra nel Vietnam. Le proteste si svolsero durante la Convention del Partito Democratico del 1968 e portarono a scontri tra i manifestanti e la Guardia Nazionale. Il Governo federale accusò di cospirazione e istigazione alla violenza sette delle manifestazioni e il processo si svolse tra il 1969 e il 1970.

Recensione

Film processuale, vicenda biografica, racconto sociale e politico degli Stati Uniti, Il processo ai Chicago 7 contiene molti dei topoi ricorrenti nelle sceneggiature di Sorkin. Scrittura caratterizzata soprattutto dalla centralità della parola, che modella e plasma il ritmo della narrazione tramite dialoghi brillanti e dinamici, andando a definire fulgidi personaggi. Un film che è rimasto a lungo in cantiere, scivolato quasi nel dimenticatoio e che Sorkin ha voluto fortemente, tanto da dirigerlo egli stesso. La sceneggiatura gli fu commissionata, infatti, nel 2006 da Steven Spielberg, che seguì la stesura in prima persona, pronto ad impegnarsi come produttore e regista. Il progetto però non si concretizzò e rimase in standby per più di dieci anni, fino a quando Aaron Sorkin, avendo esordito come regista con Molly’s Game, ha deciso di curarne la regia.

Il film pone le radici in uno dei periodi più importanti e delicati della storia degli Stati Uniti, la fine degli anni ’60. Anni caratterizzati dalla Guerra del Vietnam, dall’avvento del Presidente Nixon, dal movimento controculturale giovanile che animò il paese con frequenti manifestazioni e non solo. Proprio le manifestazioni di quel periodo sono al centro della vicenda di Il processo ai Chicago 7, che ricostruisce il processo, realmente svoltosi, nei confronti di sette attivisti di sinistra, in seguito ad alcuni scontri tra manifestanti e la Guardia Nazionale durante la Convention del Partito Democratico nel 1968. Un processo che sin da subito mostrò la sua tendenziosità sia nella scelta degli accusati che nello svolgimento, condizionato da motivazioni politiche inerenti all’insediamento di Nixon.

Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

Il legame con il presente e il lato comedy

Il focus è dunque rappresentato dal processo, ma emerge anche il sottotesto e il contesto legato al periodo, fatto di manifestazioni sedate con la violenza e di politica capziosa. Un clima che caratterizza fortemente quella fase storica, ma che non può che ricondurre anche al presente americano. Non è un caso, probabilmente, che il film sia uscito poco prima delle elezioni presidenziali statunitensi.

Sorkin caratterizza il film facendo ampio ricorso a toni da commedia, come già in altri suoi lavori e seguendo la tendenza di un certo cinema biografico e di riflesso sociale americano contemporaneo. Ricorre a dialoghi sferzanti e talvolta ironici ed i mattatori, in tal senso, sono i due yippies, Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin, realmente istrionici. Il lato comedy, però, non offusca la rilevanza storica e sociale dell’evento narrato e soprattutto non prende il sopravvento in un film che passa con efficacia attraverso svariati registri.

La musicalità e il ritmo della sceneggiatura

Pur non essendo possibile trattare in modo totalmente esaustivo, in un film di due ore, un processo così lungo e un periodo così denso come quello attorno al ’68, Il processo ai Chicago 7 sviluppa bene sia l’evento centrale che gli accenni all’ampio contesto. Sorkin sceglie di comunicare la sensazione di rabbia, di impotenza che ha suscitato quell’evento, che ha caratterizzato quel periodo e che si ricollega spesso anche al presente. Oltre a raccontare l’anima della lotta, così viva e fremente. Allontanandosi quindi da una fredda e nozionistica ricostruzione. In determinati momenti si palesa in modo netto una sfumatura enfatica e manichea, ma più che nella sceneggiatura di Sorkin è intrinseca all’evento stesso e al sentimento che ha suscitato.

Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

Aaron Sorkin si conferma ottimo sceneggiatore, capace di dosare la sceneggiatura come un vero e proprio spartito musicale. Fa della Parola il nucleo basilare, giocando e plasmando attorno ed a partire da essa. Dosando in modo estremamente preciso i ritmi tra rallentamenti e crescendo, orchestrati tra i momenti del processo e i flashback. Varia i registri con efficacia, passando dalla leggerezza dell’ironia alla tensione e al dramma, gestendo sapientemente gli attacchi. Nel contesto, i personaggi sono inseriti come strumenti musicali. È un film corale, senza un protagonista specifico, e quasi tutti hanno il proprio assolo, pur ancorati ed integrati nell’ensemble.

Brillano le interpretazioni

I personaggi di Abbie Hoffman e Tom Hayden sono quelli che mostrano maggiori contraddizioni e che affrontano un netto percorso di sviluppo. Contrapposti dallo storico dualismo tra riformisti e rivoluzionari che costituisce uno dei sottotesti del racconto. Desta perplessità invece la brusca uscita di scena del leader delle Pantere Nere, che si allinea, però, alla sua grottesca presenza nel processo. Brusca uscita che avviene a seguito di due delle sequenze più intense e significative del film, che vedono proprio Bobby Seale come protagonista. Oltre alla scrittura, l’elemento segnante de Il processo ai Chicago 7 è dato dalle interpretazioni attoriali, tutti ben diretti. Ottimi in particolare Sacha Baron Cohen, Frank Langella nei panni del giudice e Mark Rylance in quelli dell’avvocato difensore. Autore di una prova più che buona persino Eddie Redmayne.

Degno di nota anche il montaggio, soprattutto nell’alternanza tra i momenti del processo e i flashback, che vanno spesso a sovrapporre e congiungere tempi diversi in modo puramente ritmico. Così come la scena del prologo, dove il montaggio imprime dinamismo ed ironia. Ma al tempo stesso presenta efficacemente i personaggi mostrando le contraddizioni e le opposizioni di pensiero che animavano gli attivisti della sinistra e che risultano importanti per quello che poi è il senso del processo. Fa da contraltare una messa in scena poco ispirata ed eccessivamente neutra. In tale aspetto Sorkin non sembra pienamente padrone dell’elemento visivo.

Trailer di Il processo ai Chicago 7

  • Anno: 2020
  • Durata: 129'
  • Distribuzione: Netflix
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Aaron Sorkin
  • Data di uscita: 30-September-2020