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ALICE NELLA CITTA

‘Un mondo in più’ di Luigi Pane, il ragazzo con la Pasolini revolution in obiettivo

Il film di Luigi Pane, presentato ad Alice nella Città nella Festa del Cinema di Roma, nella cornice del film di malavita abborda i temi del dialogo interculturale e dei legami di comunità, attraverso il fresco racconto di formazione di un fotografo diciottenne con Pasolini nel cuore

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Diego di profilo con macchina fotografica su sfondo di murales

Se in cameretta hai il poster di Accattone di Pasolini, preso al mercato delle pulci, è facile, poi, che ti si ritrovi a girovagare nelle periferie romane in mezzo al popolo.

Un po’ professione reporter, un po’ ragazzo di vita. Succede a Diego, protagonista di Un mondo in più, che il regista Luigi Pane, all’esordio nel lungo, segue nelle prime battute del film.

In cerca d’ispirazione tra gente del posto, munito di macchina fotografica, nel dedalo dei suburbi. E con la mascherina. Perché è la Roma che sta uscendo faticosamente dal primo lockdown. È la capitale che, oltre alle emergenze sanitarie, vive il carico delle tensioni di ogni giorno, come quella montata dai romani contro gli immigrati mal tollerati nelle case loro assegnate in quartiere.

Prodotto da Play Entertainment e presentato ad Alice nella Città, Un mondo in più avrebbe di che avvelenare la sua storia, tra virus, razzismo e bande criminali, ma si depura nell’animo pasoliniano del suo giovane protagonista, in un intreccio ispirato di formazione e tensione.

Il trailer

La trama

Diego (Francesco Ferrante), diciotto anni, ha un nome che rivela le origini napoletane. Giovane fuoriclasse della fotografia, introspettivo e timido, vive a Roma col padre Franco (Francesco Di Leva), ex “soldato” della camorra. La casa non è grandissima, ma si fa ancora più angusta quando un boss in esilio (Gigio Morra) impone a Franco di accogliere in casa Tea (Denise Capezza), fidanzata ventenne del figlio. La ragazza, di carattere poco docile, deve essere tenuta al sicuro dopo l’attentato subito dal fidanzato. Franco non può rifiutare: deve al boss un favore per le cure sanitarie della moglie, per la casa, per il lavoro.

Tea (Denise Capezza) a sinistra in una tavolata degli immigrati africani

Tea (Denise Capezza) a sinistra in una tavolata degli immigrati africani

Come se non bastasse, il quartiere è una polveriera: i residenti italiani vogliono allontanare gli immigrati africani a cui sono stati concessi gli appartamenti. Sembra tutto troppo grande per i diciotto anni di Diego. Ma la sua maturità, nutrita anche dai consigli di un mentore (Renato Carpentieri) e da una venerazione per Pasolini, saprà guidarlo nella rivoluzione silenziosa che parte sempre da sé stessi.

La violenza fake

Con un soggetto simile, Un mondo in più di Luigi Pane si candiderebbe all’exploitation selvaggia dei dispositivi del film di malavita, o ai toni del noir. Ma la scelta, meno cupa, è di disinnescare gli stereotipi di genere. Perché gli stereotipi, anche nel dialogo interculturale, non fanno mai bene.

È vero che intrighi di criminalità rumena, camorra, regolamenti di conti, farebbero pensare a un nostrano spaghetti gangster movie. Ma la crudeltà dello Scarface di turno, il capoclan Abbagnale (Gigio Morra), è attenuata dall’aspetto di poeta un po’ sgangherato, che declama le sue odi alla statuaria brunetta con cui si accompagna. Più una statuina, in realtà: rigorosamente muta e tutta pose da selfie. Fake il gangster, fake la sua donna.

Gigio Morra con lo sguardo assorto, di profilo, su sfondo scuro

Gigio Morra è il boss di “Un mondo in più”

È vero, nello stesso modo, che Tea ben si presterebbe ad incarnare una donna bella e dannata da noir. Ma anche qui la metamorfosi che disattiva il cliché di genere è servita: la femme fatale è una sirena piena di vita. Con le sue ombre, ma solare. Sanguinaria, forse; ma sanguigna, prima di tutto. Denise Capezza, radiosa come il suo futuro, presta al suo personaggio una bellezza combattiva, pronta ad addolcirsi in una più sfumata fragilità.

Corpi bellissimi per giovani sognatori

Eppure, ci si aspetta che il seme della violenza dia i suoi frutti. E succederà. Ma intanto, per tutta la parte centrale, in Un mondo in più a sbocciare è la vitalità distesa di un racconto che assomiglia molto di più a un romanzo di formazione. Altro che corpo del reato: è il corpo di Tea a catalizzare sensualmente il turbamento di Diego. Nella schiuma della vasca da bagno, nella silhouette che balla dietro la porta vetrata, nel tatuaggio sulla schiena nuda, o nella lingerie mostrata con disinvoltura innocente, ma consapevole.

Diego (Francesco Ferrante) a sinistra e Tea (Denise Capezza) a destra guardano i murales

Diego (Francesco Ferrante) e Tea (Denise Capezza) tra i murales

Fa tanto Eva Green in The Dreamers; e qualche mezzo sogno, per Diego, ci scappa pure. A complemento: la freschezza di una gioia di vivere selvaggia – un calcio ad un pallone, un ballo sfrenato tra i murales delle borgate – con cui Tea contagia il ragazzo triste. Ma con gli occhi pieni di bellezza.

Lo sguardo virale di Diego

È su Diego e sul suo sguardo che si basa, di fatto, Un mondo in più. Basterebbe vedere come la macchina da presa, nel prologo, ne segua l’esplorazione curiosa con la macchina fotografica in strada. La sua è la storia di un ragazzo che si affaccia all’età adulta, un cercatore del bello tra periferie e vinti. La vera violenza che affiora nel suo percorso non è tanto nelle pistole a salve di boss e criminali, quanto nella verbalità aggressiva di quello che Naja (Tezeta Abraham, una delle donne africane) definisce “l’italiano medio razzista ignorante”.

Diego si confronta con l'aggressivo inquilino che protesta per la presenza degli immigrati

Diego (Francesco Ferrante, a sinistra) si confronta con l’inquilino che capeggia la protesta contro gli africani

L’autentica, involontaria gang del film è costituita dagli inquilini aggressivi del palazzo popolare che vogliono sfrattare gli immigrati africani a cui sono stati destinati gli appartamenti. L’intolleranza è il virus che ammala la comunità, ma a vincere è la viralità – sulle reti sociali – del discorso che il ragazzo improvvisa alle telecamere:

Io credo che nessuno debba essere lasciato indietro, sia italiani che stranieri. Spesso ci facciamo questa guerra tra poveri che non fa altro che indebolirci a vicenda, nell’interesse di chi ci vuole così: ai margini del mondo.

Suona decisamente meglio del più riduttivo mottetto della parte avversa: se ne devono annà!

 La rivoluzione è un atto del sentimento

È un discorso così limpido, quello di Diego, da suonare leggermente posticcio. Accadrebbe, pare, anche in altri brani della sceneggiatura. Tra questi, lo spiegone appassionato con cui il giovane improvvisa una lezione di cinema a Tea su Pasolini: tutto giusto, ma leggermente innaturale, da script secchioncello – si  potrebbe obiettare. Ma non è esattamente un difetto. Un mondo in più vive anche dello slancio sentimentale, a volte naïf, dell’opera prima. Lo stesso che altrove lo spettatore benedice, perché capace di regalare spunti inventivi. È il caso del montaggio che alterna la furia del padre, mentre sfascia casa in preda a uno sfogo, con la gioia dei due ragazzi che ballano. Sulle note di Ragazzo triste di Patty Pravo. O dell’idea brillante – che non possiamo anticipare – con cui il finale, efficacissimo, è messo al riparo da ogni buonismo. Ben venga questo sentimentalismo un po’ sognatore. Perché “la rivoluzione non è che un sentimento”. Pasolini docet.

Un mondo in più di Luigi Pane abborda con la freschezza dell’opera prima i temi sempre attuali del dialogo interculturale e dei legami comunitari, rinunciando ad appiattirsi nel noir o nel gangster movie, per farsi contenitore complesso e racconto giovane.

L’intervista di Simona Grisolia al cast e a Luigi Pane

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Un mondo in più

  • Anno: 2021
  • Durata: 109'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Luigi Pane