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CONVERSATION

Viaggio al termine della notte. Conversazione con Bonifacio Angius regista de ‘I Giganti’

La pellicola di Augius (unico film italiano in concorso internazionale a Locarno) arriva anche a Berlino grazie a Italian Film Festival Berlin

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premio elio petri

Unico film italiano inserito nel concorso principale del 74 Festival di Locarno e in arrivo il 13 Novembre a Berlino grazie a Italian Film Festival I giganti è un viaggio al termine della notte  in cui Bonifacio Angius mette in scena l’umano troppo umano di personaggi senza pelle.

Nella conversazione con il regista di Perfidia e Ovunque proteggimi le ragioni e i modi di un film destinato a entrare nel cuore dello spettatore.

I giganti

Volevo partire dalla prima sequenza, quella in cui vediamo in campo lunghissimo il casolare dove a un certo punto si ritroveranno i protagonisti della storia. Oltre a essere un inquadratura inedita nel tuo cinema, la scena mi ha colpito per i suoi significati e per il fatto che si tratti di un’abitazione persa nel nulla e per di più anonima. Tutte caratteristiche che rimandano all’anonimato dei personaggi e al nulla che riguarda la percezione delle loro vite. 

Sì, assolutamente sì, nel senso che volevamo rappresentare il senso di vuoto interiore di personaggi  consapevoli di aver perduto tutto. In contrapposizione alle azioni che commettono nel film, tutti hanno una lucidità estrema nel comprendere il fatto di aver perso la sfida con la vita e di non poter più chiederle niente. Poi, secondo me, era estremamente affascinante farli incontrare in questo non luogo da fiaba nera e, se vogliamo, in uno scenario di apertura da film western di Sergio Leone, dove la vicenda  si sviluppa con l’arrivo al casolare del cavaliere solitario. 

Con il passare dei minuti, I giganti oltre al western declina altri generi, passando dal dramma alla commedia, dal grottesco al surreale, per sconfinare addirittura nell’horror. Restando alla prima sequenza, del casolare, emerge la caratteristica di luogo chiuso e isolato, faticando a riconoscere qualcosa che lo metta in contatto con il mondo esterno. La sensazione è quella di un luogo di reclusione dal quale una volta entrati è impossibile uscire.

Sì, diciamo che noi giochiamo molto col genere, non solo con il western ma anche con il thriller e l’ horror e dunque con gli archetipi di questo tipo di film che è pieno di ambientazioni come quella da noi utilizzata. 

Come quello di lasciare la realtà esterna fuori campo, concentrando i personaggi all’interno di uno spazio destinato a diventare luogo dell’anima?

Esattamente. Abbiamo giocato tantissimo con il genere, innanzitutto perché volevamo realizzare un film che avesse possibilità di interagire con un pubblico il più eterogeneo possibile. Il cinema di genere ti regala questa grande opportunità che noi abbiamo sfruttato per dire quello che ci interessava e cioè raccontare questo profondo dolore, il senso di vuoto e la grande sofferenza dei personaggi. 

Così facendo il tuo film fin da subito dichiara una delle sue caratteristiche principali, cioè quella di una natura eminentemente popolare.  

Io non sono per l’esclusione di nessuno ma, anzi, sono per l’inclusione. Perciò non prenderei mai in considerazione l’idea di fare un film che escluda a prescindere un certo tipo di pubblico. La mia necessità è sempre quella di mettere in scena un racconto capace di interagire con chiunque, e quindi che non sia indirizzato solo al critico cinematografico o al cinefilo. Il giorno che mi si presenterà l’occasione di fare un film destinato solo alle élite vorrà dire che avrò finito di fare questo mestiere, perché per me il cinema è, e deve continuare a rimanere, un’arte popolare, anche subendo i cambiamenti necessari a renderla al passo con i tempi. Il mio cinema non si può permettere di escludere nessuno, e dunque punta alla sensibilità dello spettatore. Quindi, come esistono critici cinematografici più o meno sensibili, esistano anche meccanici, avvocati, salumieri più o meno sensibili. La mia urgenza è quella di raccontare personaggi che siano comprensibili da chiunque; certo, a seconda della loro intelligenza e del loro vissuto. 

Il che non è scontato, poiché il tuo cinema, pur essendo fortemente autoriale, quindi personale,  anche qui non viene meno alla dimensione che hai appena spiegato. Considerando per un attimo i personaggi, ci accorgiamo che  I giganti entra in dialettica con i film precedenti, non solo in fatto di tematiche, ma anche per la presenza di attori come Francesca Nedda e Stefano Deffenu,  a suo tempo protagonisti di Perfidia e Ovunque proteggimi, i cui personaggi portano all’estremo situazioni che avevi già affrontano nei tuoi passati lavori.

Dialoga con  film precedenti perché è lo stesso autore ad averli. scritti. Però, in questo senso, io non so fare tante teorie: secondo me questo film si differenza degli altri due a partire  dalla messa in scena; in più esplora territori che fino adesso non avevo ancora varcato. A partire dal genere,  che mi ha permesso di raggiungere una cattiveria e una durezza,  senza però essere repellente per il pubblico, che poi è sempre quello che mi interessa molto.

I Giganti porta all’estremo alcune tematiche già esplorate in precedenza: nel farlo adotta una forma per te inedita. 

Su questo sono d’accordo con te; però qui utilizzo il genere proprio perché questa durezza, secondo me, doveva passare attraverso il cinema di genere, proprio per non diventare respingente e noiosa. Il mio timore è sempre lo stesso, e cioè riuscire a raccontare quello che sento nel profondo nel modo più coinvolgente possibile. Voglio evitare di intorcinarmi su me stesso, di parlare solo a me stesso. Io voglio comunicare con tutti e in questo il western, il cinema di genere e la tragedia greca mi hanno aiutato tantissimo. 

In effetti la forma de I Giganti esplora generi e toni passando dal surreale al grottesco, dal western all’horror. C’è, nel film, un Big Bang che riguarda tanto le esistenze dei personaggi quanto la forma del tuo cinema che si libera di ogni limite, trovando una centralità nella circolarità dei dialoghi. In tal senso l’inizio è esemplare, con i primi piani tuoi e di Stefano Deffenu riempiti di pause e silenzi che sono più importanti della parole. In maniera surreale i dialoghi ritornano sempre al punto di partenza senza aggiungere alcuna informazione in più rispetto a prima. In questo modo, non solo metti a punto il ritmo/tono del film, ma soprattutto scandisci il senso di vuoto che affligge i personaggi.

Assolutamente sì. L’altro giorno mi è stata fatta un intervista in cui si è parlato del mio  come di un cinema pessimista. A parte che io non vedo nel periodo in cui viviamo come si possa essere ottimisti. Al di là di questo e passando dal western all’horror, mi sono  immaginato un critico che fa una domanda a un autore di film horror chiedendogli come mai il diavolo si impossessa della bambina, non senza sottolineare  quanto pessimismo esprima quella scena. Allorché il regista gli risponde che è inevitabile perché il diavolo fa quel mestiere lì. Con questo voglio dire che non si tratta di ottimismo e di pessimismo. Semplicemente qui si parla di cinema puro in cui non c’è la necessità di lanciare un messaggio positivo o negativo. Questo racconto poteva essere realizzato solo attraverso il cinema e questo mi inorgoglisce molto. Il fatto di trovarmi in difficoltà a parlare del mio film, perché ciò che succede dentro le immagini è molto più esplicativo di qualsiasi altro discorso si possa fare dietro il quadro visivo, mi riempie di gioia. Nella considerazione di aver fatto cinema vero, quello che si esprime attraverso l’uso della luce, dell’espressività e della pittura. 

A proposito dei dialoghi, questo modo di parlare mi viene in maniera talmente naturale che faccio veramente fatica a teorizzarlo. Proprio perché, quando metto davanti due individui che hanno poco da dirsi, tutto diventa anche buffo, camminando a metà strada tra il drammatico e il ridicolo. È  questa la forza del film. 

Non a caso parlavo di Quentin Tarantino, di Aki Kaurismaki. Anche tu come loro sei solito delineare dei mondi chiusi,  costruendo universi che al loro interno sono profondamente coerenti, con i personaggi propulsori di gesti e liturgie in cui il drammatico va di pari passo con il ridicolo, il grottesco, il comico. Ciò che ne deriva è una poetica dello spaesamento che torna in ogni tuo lavoro . Ti ritrovi in questo paragone?

Si, assolutamente, questa per me è la danza che si crea tra la parola, il non detto e l’immagine. Una drammaturgia che noi mettiamo in scena continuamente in questa sorta di tragedia greca, di western, di horror ma anche di commedia nera che se ci fosse un riferimento cinematografico sarebbe quella del primo Polanski

In una scena di cui parleremo dopo c’è anche Federico Fellini.

Sì, sì, c’è anche Fellini. In generale ne I giganti c’è tantissimo cinema. 

I tuoi personaggi hanno una così forte dignità – e qui torniamo al termine popolare – che fanno pensare ai personaggi di John Fante e Charles Bukowski: anche i tuoi come i loro sono così  struggenti e pieni di umanità e soprattutto non nascondano i difetti. Al contrario, è proprio  essere così disarmati di fronte alla loro umanità a renderli vicini allo spettatore. Come capita leggendo i romanzi dei due scrittori americani.

Eh sì, perché quello che a me interessava era raccontare i personaggi e la loro malinconia, non attraverso quel meccanismo abbastanza semplice che è l’inconsapevolezza, con la messa in scena di un personaggio ignaro delle sue mancanze. Nei I giganti facciamo il contrario, portando sullo schermo personaggi che sono totalmente consapevoli di aver perduto e questa cosa li rende ancora più struggenti. Di fatto, non li filmiamo mai di spalle, ma sempre in maniera frontale per far sì che quando parlano lo fanno sempre guardandoci negli occhi. In  realtà i giganti sono personaggi molto piccoli.  Ma quello che mi domando, dopo aver finito il film, è se questi uomini sono davvero piccoli o se davvero la  consapevolezza li rende dei giganti. 

Adotti questa forma molto classica, fatta di primi piani e piani americani – come peraltro succedeva nei film western – a cui fanno da contraltare giochi prospettici che riducono o enfatizzano la profondità dell’ambiente, fino a farlo diventare un’estensione mentale dei protagonisti. Una forma, questa, che ti diverti a sabotare continuamente, perché alla fine ci presenti dei personaggi che sono degli antieroi e dunque il contrario di quanto previsto dalla tradizione. Inoltre, utilizzi la colonna sonora rendendola protagonista allo stesso modo dei personaggi nella costruzione del film. 

Noi avevamo questo giradischi d’epoca con annessa una collezione di vinili probabilmente appartenuto a un genitore di uno dei protagonisti e quindi volevamo avere il controllo della musica diegetica, che poi diventa extra diegetica. Secondo me abbiamo fatto un lavoro incredibile col musicista, in cui io stesso cantavo le canzoni e lui le riarrangiava. Abbiamo fatto un percorso a ritroso nel vecchio bolero degli anni 40, nel Cha Cha Cha, nel mambo, ma anche del pop americano e inglese degli anni ‘60. Volevamo fare un disco che fosse autentico,. quindi abbiamo chiamato artisti sudamericani e cubani per rispettare le sonorità: i brani inglesi siamo andati a  registrarli a Londra, proprio per avere quella autenticità del sound. Nelle proiezioni di prova, quando sente le canzoni, la gente mi dice di averle già ascoltate, mentre in realtà io le rivelo che si tratta di canzoni fatte da noi per la prima volta. Lo  stupore incredulo che vedo nei loro occhi mi fa dire che abbiamo colpito nel segno, realizzando quello che volevamo. Siamo riusciti a ricreare dei brani perduti e, se vogliamo, delle sonorità  fantasma, un po’ come fantasmatici sono i nostri personaggi.

In alcuni passaggi le canzoni si oppongono nei toni a quello che sta succedendo; in altri, invece, fanno da commento alle azioni, accompagnandole. In quest’ultimo caso, per esempio, si verifica nella ripresa dall’alto degli strumenti dello sballo, con la carrellata delle pietanze lisergiche scandita dal sound tipico della musica anni Settanta. 

Sì, esatto, proprio così.  Io amo l’utilizzo della musica nel mio cinema, come amo tutti i cineasti che ne fanno elemento espressivo, che la esaltano senza averne paura. Ritorniamo sempre al vecchio discorso: ogni elemento espressivo va saputo utilizzare, ogni colore, ogni pennellata deve essere messa sulla tela nel punto giusto, con maestria. Io sono per la libertà espressiva in tutti i sensi! Non ho avuto mai una libertà espressiva così grande come in questo film. Come sai, a me non piace prendermi troppo sul serio, però ti giuro che le riprese sono durate relativamente poco, perché abbiamo girato per circa tre settimane e mezzo. Però ti assicuro che questa volta davvero sono entrato in una forma di trance. Tanto che durante il montaggio, quando creavo le scene, mi domandavo: «  Ma chi è che ha fatto questa cosa? Ma veramente l’ho fatto io?». Quando sono arrivato a tre quarti di montaggio, avendo preso coscienza che il film rappresentava così tanto il dolore che avevo vissuto negli ultimi anni, allora non mi è importato più di niente perché la missione era compiuta.  

Non è dunque un caso che nei I giganti esordisci per la prima volta di fronte alla macchina da presa. Peraltro sei anche il direttore della fotografia del film; hai creato la colonna sonora e ovviamente lo hai scritto. Se tutti i film sono personali questo per te lo è più degli altri. 

Sì, credo che sarà difficile ricreare una situazione di questo tipo. Penso che sarà impossibile farlo di nuovo.

Come ne La grande abbuffata di Marco Ferreri, che è un film a cui ho pensato mentre vedevo I giganti, tu mostri quello che nel cinema italiano di solito non si può. I personaggi infatti li vediamo in primo piano mentre assumono droga e bevono alcol. Si tratta di una rappresentazione dall’esterno, priva di effetti speciali con cui di solito si rende l’alterazione dell’io. Oltre a raccontare le conseguenze dello sballo in maniera oggettiva, fai un’altra cosa insolita e cioè rispetto al binomio sesso droga rock’n’roll manca proprio la sessualità.

Certo, è così. Ovviamente non siamo moralisti, ma non mostriamo quel lato morboso, presente quando si parla di sostanze stupefacenti. Non siamo moralisti, ma mostriamo il dolore che  nasconde l’utilizzo delle sostanze stupefacenti. Non vogliamo mai dire, guardate quanto sono fichi i personaggi quando si drogano o quanto sono maledetti perché odiano le donne. Vogliamo parlare di mancanze e  parlando dell’assenza del femminile io vorrei citare in questo caso il grande Piero Ciampi, che dice: « La tua assenza è un assedio». Giusto ora dire che l’assenza della figura femminile non è a caso.  

Infatti, il dolore dei personaggi deriva proprio dall’assenza della figura femminile e dall’abbandono subito dagli uomini da parte delle donne.  Cosa che in parte c’entrava anche con Perfidia e Ovunque proteggimi

È vero che questo è un film al maschile, ma la figura femminile è centrale, perché tutto è generato dalla sua mancanza. La disperazione e un dolore intenso che genera la mancanza di una donna nella vita di un uomo. Infatti, ne I giganti la figura femminile non è solo centrale ma direi che è tutto. E ti dico di più: questo film da parte mia era una dichiarazione d’amore alla mia donna.

Da cui la conferma che la purezza del cinema permette di mostrare qualunque cosa: in questo caso, come dicevi, l’assunzione della droga non esalta il voyeurismo dello spettatore, così come  l’assenza di figure femminili non è frutto di misoginia, ma la rappresentazione del dolore che deriva dalla sua assenza.  

Sì, è una dichiarazione d’amore neanche troppo velata che io faccio a Francesca (Nedda, ndr). Questo film è dedicato a lei, anche se non l’ho scritto nei titoli, perché non mi piaceva renderlo pubblico: non volevo creare quell’imbarazzo, ma ciò non mi ha impedito di dichiarare il mio amore alla mia compagna che amo con una rappresentazione in cui entrano tutti i miei dubbi, tutte le mie fragilità, tutti i miei possibili errori, senza vergognarmi né aver paura di questo. Dunque ne I giganti la figura femminile non è importante, è di più. A parte che io non credo alla parità di genere; semmai penso che la donna abbia qualcosa in più. Quando la mia donna stava allattando mio figlio, io ero quasi invidioso del fatto che lei lo potesse fare e io no. 

Parlavamo dell’importanza della fotografia e di come la dialettica tra luce e ombra sia capace di raccontare la storia. In una delle scene più belle e significative, quella in cui confessi una verità indicibile, è la condivisione del buio che copre i volti del tuo personaggio e del personaggio più giovane a determinare il momento in cui la disperazione generale finisce per contaminare anche l’innocenza del ragazzo, condannando anche lui alla tragedia finale.

Esatto, viene contaminato perché mi perdona. In realtà io dico delle cose imperdonabili E lui perdonandomi viene contaminato. In quel passaggio sto confessando qualcosa che va oltre la vigliaccheria. Si tratta di un concetto così pesante da farmi soffrire fin dal momento in cui si è trattato di metterlo nero su bianco all’interno della sceneggiatura. Ciononostante, non ho mai avuto paura di mostrare la miseria in cui siamo precipitati, quella che il cinema italiano teme di rappresentare. Sono anni che i nostri film  fanno finta di mostrare i nostri lati negativi. Al contrario, I giganti  non dice bugie e non si vergogna di dire l’indicibile. Parliamo di un’opera estrema per la quale mi sono dovuto servire del genere. Senza di quello sarebbe stato un film pornografico.

In un’altra scena – l’unica in cui i protagonisti vengono a contatto con il mondo esterno -, assistiamo al passaggio del corteo funebre, con uno dei personaggi che affacciandosi insulta i partecipanti. L’inquadratura ha un gusto felliniano, mentre la veemenza dell’aggressione verbale e l’oggetto della sua ingiuria mi ha ricordato un rapporto con il sacro tipico del cinema di Marco Bellocchio.

Quell’epiteto a me ricordava di più Amarcord, come pure Marco Ferreri, per quell’essere sprezzante che gli apparteneva, non avendo lui alcuna paura di mostrare l’osceno.

Peraltro la ribellione nei confronti dell’indifferenza di Dio è sempre presente nei tuoi lavori.

Sì, è più di altre volte in questo film Dio si è proprio dimenticato di questi uomini. Loro non ci fanno neanche caso perché non sono più interessati a lui. 

Per come si svolge la sequenza – è l’unica volta in cui vediamo l’esterno della casa -, con la finestra che si apre per un momento e poi torna a chiudersi,  sembra destinata a diventare il presagio della fine, come se l’edificio diventasse una vera e propria tomba. A conferma di questo, c’è la sospensione che vige all’interno del casale, con il tempo riscritto da questa colonna sonora senza età, estesa su un arco temporale che dal passato arriva fino ai nostri giorni. 

La casa è una tomba fin dal principio. La colonna sonora attraversa il tempo e lo spazio e in un certo senso ci accompagna in una danza continua. Se ci pensi bene, ci sono pochissimi momenti privi di accompagnamento musicale, per la presenza di questo giradischi che non si vuole mai fermare. 

Parlando degli attori, c’è da sottolineare la complessità di una performance in cui, non solo la voce, ma anche il corpo era fondamentale nel trasmettere lo stato d’animo dei personaggi. In certi passaggi la fissità delle loro figure la dice lunga sul loro grado d’afflizione.

Sì, esattamente. Per quanto mi riguarda ho recitato nel film in punta di commozione, come se fossi sempre sull’orlo di crollare,  concentrato su questo dolore e con un pianto fanciullesco pronto a esplodere. Questa cosa si nota molto nella scena in cui Riccardo mi rimette in riga, quella in cui finisco per sparare al quadro. L’alchimia tra gli attori nasce da un rapporto di amicizia vera di cui abbiamo goduto in ogni momento del set. Non c’è stato nessuno che ha fatto la prima donna. Gli attori erano in piena armonia con il cast tecnico. Questo ha fatto sì che tutti remassero nella stessa direzione, spinti dalla voglia di non soccombere. I Giganti è stato fatto attraverso una forza propulsiva animalesca, in cui tutta la squadra si poteva equiparare a una bestia ferita, pronta a mettere in atto qualunque cosa pur di restare in vita. Questo perché il film è nato all’interno di una situazione mortifera creata dalla Pandemia. Non solo a causa del virus, ma per la mancanza di libertà, per lo stato della cultura, per tutto quello che abbiamo vissuto. Mortifera per la gabbia mentale che tutti insieme abbiamo dovuto affrontare.

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I Giganti di Bonifacio Angius

  • Anno: 2021
  • Durata: 80
  • Genere: neo - western, drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Bonifacio Angius