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CONVERSATION

Tra mito e realtà ANANDA racconta il viaggio in un’isola che non c’è. Conversazione con Stefano Deffenu e Bonifacio Angius

Esordio alla regia dell’attore Stefano Deffenu

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Angius e Deffenu intervistati da Taxidrivers

Esordio alla regia dell’attore Stefano Deffenu (Perfidia) Ananda è il resoconto di un viaggio alla scoperta di “un isola che non c’è”.

Coprodotto da Bonifacio Angius e dallo stesso Deffenu Ananda è un documentario di stupore, meraviglie e fanciullezze!

Il tuo è un film che viene da lontano. Ananda racconta soprattutto il  tuo viaggio in India avvenuto nel 2011 e poi ci  dice anche molto della collaborazione artistica con  Bonifacio Angius a cui ti legano una profonda amicizia e un sodalizio concretizzatosi con la realizzazione di Sa Grascia  e di  Perfidia,  di cui tu sei attore e lui regista.

Sì, esatto. Con Bonifacio abbiamo iniziato insieme partendo da una scuola di cinema di Firenze e da cortometraggi girati da autodidatti. Questo ci ha portato a realizzare i primi corti di Bonifacio Ultimo giorno d’estate, In sa ia e Sa Grascia, poi diventato un mediometraggio. Dopo c’è stato Perfidia. Sono quindi quasi vent’anni che collaboriamo insieme e ormai so cosa vuole quando racconta le sue storie o quando scrive i suoi personaggi. Da parte sua, lui mi conosce bene; quindi ha capito quello che volevo dire con questo film, aiutandomi a trovare la quadratura del cerchio. Mi ha affiancato nella supervisione del montaggio e nella scrittura, ma anche nel modulare la voce narrante a cui viene delegato il compito di portare avanti la storia e di creare la giusta atmosfera.

Di Ananda colpisce prima di tutto lo sguardo sul quotidiano, a metà strada tra realtà e fantasia, e in cui gli aspetti più prosaici dell’esistenza umana convivono con la presenza del miracoloso. Aspetti condivisi anche dall’antefatto, che ha portato alla realizzazione del film perché all’inizio il girato del viaggio ti era stato rubato, per poi esserti restituito qualche anno dopo.

Sono partito per l’India nel 2011, perché Pierre mi aveva parlato della tribù leggendaria degli Ananda ed ero affascinato da questa leggenda. In quel periodo usavo una telecamera che mi sono portato dietro con l’intenzione di filmare qualcosa, ma senza pensare di fare un film o un documentario. Il passaggio dalla Sardegna all’India è stato scioccante: c’era tutto e il contrario di tutto. Il traffico opprimente e caotico delle metropoli si sovrapponeva a cavalieri danzanti a cavallo sulle strade, carretti e risciò da tutte le parti; ma allo stesso tempo, a posteriori, posso dirvi che dietro quella confusione si nascondeva un ordine. Un ordine che però io non riuscivo a sistemare, perché, in quel momento della mia vita, ero molto confuso e smarrito. E quando mi sono trovato catapultato in India, la prima cosa che ho pensato è stata:  “Ma che ci faccio qui? Devo essere davvero impazzito a credere di poter migliorare la mia condizione personale attraverso un viaggio alla ricerca di una leggenda così improbabile”. Sul momento sarei voluto scappare, tornare indietro, e mi vergognavo di pensare una cosa del genere. Dunque seguivo Pierre ovunque andasse, e lentamente ho iniziato a filmare le prime situazioni, ma senza voglia e con il sentimento di paura che mi portavo dietro. Sembravo uno zombie che seguiva un fricchettone e che come arma di protezione aveva la PD 170, cioè la mia inseparabile telecamera.

Poco a poco, però, ho iniziato a prendere confidenza con i luoghi. Ogni cosa iniziava ad apparire più familiare, meno spaventosa, anche se, ogni volta che cambiavo città, ritornava quello shock-straniamento che avevo provato all’inizio. Dunque era un continuo riadattarsi, perché l’India è un posto gigantesco, dove le differenze tra un posto e l’altro sono estremamente variegate in una masnada di culture differenti, religioni, modi di vivere, colori. E poi ci sono le caste. Un intricato sistema di caste che fatico ancora oggi a comprendere a pieno.

Dopo circa tre settimane che, ti giuro, sono state interminabili, ho trasformato la mia mdp facendola coincidere magicamente con il mio sguardo, continuamente meravigliato, sia da cose oggettivamente meravigliose, come per esempio un elefante vestito a festa per la cerimonia matrimoniale nella quale io e Pierre ci siamo imbucati, fino a una branda tirata su alla bene e meglio di un qualunque ostello che ho visitato.

Alla fine il mio sguardo registrava direttamente sulle mini dv della PD 170 Sony, e senza manco accorgermene sono arrivato a circa 120 ore di materiale filmato. Poi, come in un film, questo materiale mi fu rubato da un bambino. Fu una tragedia! Giuro che poche volte, parlando dal punto di vista lavorativo, ho provato tanto sconforto.

Ma non dobbiamo mai dimenticarci che la magia esiste. E allora, come in un film forse un po’ scontato e consolatorio, questo materiale è ritornato da me. L’ho recuperato una volta tornato in Italia, speditomi circa tre anni dopo da un Baba amico di Pierre. Mi rendo conto che si trattava di un fatto eccezionale e interessante, ma non l’ho inserito nel film, perché raccontarlo avrebbe tolto spazio ad altre situazioni, a mio avviso, molto più interessanti. Comunque, ora lo sai, sono un miracolato!

Le immagini sono i tuoi occhi su quella nuova realtà. Mi chiedo qual è stato il criterio utilizzato per decidere cosa filmare, perché immagino che alla fine ti sei ritrovato con molto materiale a disposizione.

Il materiale consisteva in circa 110/120 ore di girato, mentre il metodo per fare le riprese era quello della meraviglia e cioè quando vedevo una cosa che mi stupiva la filmavo. Le sequenze iniziali effettuate a Bangalore sono giustificate dal mio stupore nei confronti di quanto stavo vedendo. Ho ripreso i momenti che mi hanno colpito durante il viaggio, per cui poteva capitare che per dei giorni la mdp rimaneva nello zaino.

Il film nasce come conseguenza di una crisi personale causata dalla scomparsa di tuo fratello. Ananda è dunque un viaggio alla ricerca di te stesso, ma anche di tuo fratello, che in un certo modo ritrovi nei visi dei bambini e nella loro gioiosa anarchia. Prima che le immagini diventassero film è passato del tempo. Forse quello necessario a metabolizzare la sofferenza causata dalla malattia di tuo fratello.

Sì, perché quando una persona a fianco a te è malata, lo sei anche tu. Alla scomparsa di mio fratello ho avuto un tracollo ed è successo che un amico mi ha convinto ad organizzare una festa in suo ricordo. Questo mi ha spronato  a riprendere quel materiale. Ho iniziato a lavorare al film dopo quella occasione, continuando a pensare a mio fratello mentre lavoravo. All’inizio non avevo il coraggio di parlare di lui, ma, poco a poco, man mano che il montaggio proseguiva, lui  è venuto fuori.

Una reticenza presente nella prima versione della voce narrante, al punto tale da non farla sentire sincera, perché si intuiva che cercavi di nascondere questa cosa, sostituendola con un inizio all’insegna di armonia e bellezza.

Abbiamo cambiato impostazione della voce e facendomi coraggio ho deciso di parlare di lui e di me stesso, perché alla fine devi fare un’opera sincera.  Non potevo fuggire da questo.

Il vostro, Bonifacio, mi sembra un cinema che ha il coraggio di parlare in prima persona e che è disposto a prendere in considerazione tanto il sacro quanto il profano. Avete un modo di affrontare l’esperienza umana con uno sguardo in grado di parlare dei massimi sistemi e quindi ai livelli più profondi dell’esistenza umana, ma di farlo con una sincerità, non solo struggente, ma davvero rara.

BA. Penso che all’interno degli esseri umani ci sia sempre qualcosa di cialtrone, ma allo stesso tempo di sacro. La visione della vita e anche del cinema non può astenersi da questi due binari. I personaggi messi in scena sono sempre un po’ dei cazzoni, ma nel contempo hanno qualcosa di molto profondo e doloroso. Credo che dal punto di vista narrativo questo li avvicini molto alle persone comuni e quindi faciliti l’identificazione dello spettatore, perché ognuno desidera parlare dei massimi sistemi, ma nello stesso tempo siamo anche dei gran cialtroni. Poi, soprattutto, sono uno a cui non piace prendersi sul serio, anche se in certi momenti arriva quella scintilla per cui  smetti di scherzare per dire una verità più sincera possibile.

Ananda mette in circolo uno sguardo e una fantasia fanciullesca e tra i tanti personaggi i bambini hanno una parte importante, perché è attraverso di loro che si incarna la  purezza d’animo con cui ti rivolgi  al mondo. A tal proposito  Ananda è una specie di isola che non c’è: da una parte vi si confessa incredulità rispetto a miti e leggende; dall’altra la necessità di credervi.

Esatto, uno dei temi del film è anche questo. Uno può pensare o essere convinto che gli Ananda non esistano, però anche se così fosse è bello poter credere il contrario. Poi, se ci pensi, i ricordi più belli  di solito sono legati all’infanzia, età in cui si è più liberi e con meno responsabilità. Le emozioni e i ricordi più belli sono legati a quando eravamo più liberi e con meno responsabilità. In fondo si stava un po’ come gli Ananda: da soli, senza genitori e con l’intento di creare uno spazio tutto nostro. Il tema di Ananda è il ritorno ad un’infanzia perduta, che però allo stesso tempo è sempre dentro di noi, fa parte della nostra vita e anche della nostra anima.

Un aspetto importante del film è dato dall’equilibrio con cui cui le parole sono centellinate. Così facendo ogni lemma assurge a una risonanza   poetica ed evocativa, come quando verso la fine dici:  “Mio fratello sapeva andare in motocicletta, io no. Adesso ci riesco anch’io “. Affermazione questa capace di sintetizzare al meglio l’essenza stessa del viaggio inteso come percorso di crescita e consapevolezza. Per me è un aspetto decisivo del film. Come ci avete lavorato? 

Nella prima versione,  il discorso della voce narrante era composta da frasi secche, atte a creare un immaginario accompagnato dalle immagini. Dunque abbiamo lavorato affinché anche la voce narrante andasse  di pari passo con queste ultime: non doveva dire troppo ma solo l’essenziale. Erano le immagini che raccontavano il film, anche quando introduco mio fratello e dico: “ Due gemelli, facce uguali, esattamente uguali”, si tratta di una frase secca, disadorna  e però in grado di farti entrare subito nel personaggio del viaggiatore. Così succede anche per gli altri, fino a quando il film va avanti da solo con pochi interventi, che però raccontano l’interiorità delle persone filmate dalla telecamera.

Volevo chiederti degli equilibri delicatissimi su cui si reggono i diversi elementi del film, in qualità di produttore e supervisore. Ananda da una parte è un diario intimo, dall’altra un film di osservazione, dall’altra ancora un reportage etnografico. In realtà la compresenza di queste differenti nature dà vita alla rappresentazione di un universo interiore. Ti chiedo se anche tu l’hai visto così. E poi come avete raggiunto una sintesi così rara ed efficace?

BA. Il mio apporto al film è stato proprio quello di aiutare Stefano a trovare un equilibrio tra questi elementi, perché ti assicuro che da solo non è facile riuscirci, data la mole di materiale e  le diverse componenti della compresenza di un discorso intimo, d’ osservazione ed etnografico. Lo sguardo appartiene a Stefano e quello che ho cercato di fare io è aiutarlo a trovare le chiavi giuste per poter valorizzare quello che lui aveva già fatto. Ho cercato di captare la sua volontà traducendola in qualcosa di più concreto. Da cui la necessità di uno sguardo esterno, in questo caso il mio, capace di coadiuvarlo nella ricerca di una compattezza che la prima versione non aveva. I primi montaggi del film duravano molto di più rispetto a quello di adesso. Non era solo una questione di tempi,  ma anche di equilibri tra i vari momenti. Alla fine, secondo me, Stefano è riuscito a trovare quello più giusto.

Il film ha delle immagini bellissime: mi riferisco per esempio alla sequenza felliniana nella quale le ombre dei bambini sopra i cammelli si stagliano sullo sfondo del mare. Come quella ce ne sono altre che richiamano il grande cinema e che si muovono tra sogno e realtà. Ci sono dei momenti completamente onirici in cui non sentiamo il suono in presa diretta e le immagini sono immerse nel silenzio. Come hai lavorato sul rapporto tra suono e immagine?

Uno dei miei registi preferiti è Charlie Chaplin, per cui ho sempre desiderato fare un film con pochi dialoghi, raccontando più con la musica e i  suoni che con le parole. Nel momento in cui è iniziato il montaggio di Ananda sono uscite queste parti musicali come nella sequenza della scuola e in quella della spiaggia con i cammelli. C’è  anche un momento nella parte conclusiva  in cui sentiamo il rumore dell’aereo in partenza, con i bambini che corrono, guardano in alto come per volerci salutare. Parlavi di sequenze felliniane: per quella finale mi sono ispirato a I vitelloni.

Le immagini raccontano al tempo stesso la tua storia e quella dei luoghi dove hai filmato. Allo stesso modo sono depositarie di un immaginario cinematografico riformulato da uno sguardo personale.

Esatto! Scrivendo il film con Bonifacio ci siamo accorti di aver messo dentro la voce narrante anche un po’ di Apocalypse Now.

BA. In principio ho pensato di aprire alla maniera di Apocalypse Now, quando lui dice: “Sono ancora e soltanto a Saigon”. La nostra frase è uguale, solo che si parla di Bangalore. Abbiamo giocato un po’ così, in maniera infantile e da cinefili.  Ho detto a Stefano di farlo iniziare come il film di Francis Ford Coppola perché avremmo avuto un’impostazione cupa e quindi la voce, più che narrante, sarebbe diventata quella dell’io. Doveva avere un tono proveniente dall’oltretomba, non liscia e allegra. Ad essa spettava la funzione di raccontare in maniera lapidaria questi momenti. La mancanza di intonazioni particolari doveva lasciare mistero al racconto, mettendo lo  spettatore nella predisposizione di calarsi nella storia.

A livello estetico la fotografia realizza fotogrammi che sembrano provenire da un’altra epoca. Il colore si rifà alle tonalità di sete e spezie locali.

BA. Essendo filmato con una camera di un’altra epoca, le immagini avevano già questa impostazione.  In fase di post produzione, con l’aiuto del colorist Roberto Achenza, abbiamo cercato di esaltare questi colori. Però di per sé il materiale era sovraimpressionato come su pellicola: la luce è molto fedele a quello che era la realtà, quindi il lavoro di Stefano è stato semplicemente di rivolgere lo sguardo su  situazioni estremamente lontane da noi come immaginario e quindi di per sé affascinanti, proprio perché giunte da un mondo distante dal nostro e dotato in partenza della necessaria estraneità ai parametri occidentali.

C’è una vasta letteratura di viaggio relativa all’India e i suoi luoghi sono stati molto filmati. Nel tuo film ad un certo punto incontri un turista tedesco, preso a campione dei tanti che arrivano lì considerandosi  viaggiatori e guru, mentre in realtà sono dei semplici turisti. Partendo da questa affermazione, mi sembra che Ananda le corrisponda, perché rispetto a film sullo stesso tema il tuo si astiene dalle mode, nascendo   sull’onda di un’urgenza personale. Secondo me questo atteggiamento si percepisce e  fa la differenza.

Esattamente come dici tu. Spesso mi è successo, anche da poco, guardando un film di fiction diretto da un regista di cui non dirò il nome, di avere la sensazione di essere di fronte allo sguardo di uno che non era mai stato in India. C’è da dire che, a fronte della loro fama spirituale, quei luoghi sono pieni di località turistiche e di gente che, dopo aver fatto migliaia di chilometri, si fa cucinare lo stesso cibo che mangia a casa sua. Pierre badava di meno a queste cose, mentre a me risultavano fastidiose. In viaggio verso Malana ne ho incontrati molti di questi turisti finto mistici.

Infatti il rapporto con la realtà del luogo è privo di questo atteggiamento colonialista, in cui l’interesse verso l’altro sottintende il principio di sfruttamento.

Sì, esatto. Arrivando a Malana, ho incontrato una cultura di cui non sapevo nulla e che mi è stata raccontata nel modo che ho riportato nel film. Non mi sono sovrapposto al loro racconto, ma ne ho ascoltato la narrazione con lo stupore di chi ignorava l’esistenza di quel mondo. E mi sembrava incredibile che nessuno avesse mai fatto un documentario su questo luogo in cui il tempo sembra essersi fermato. L’unica cosa che interessava agli occidentali presenti a Malana era la produzione di hascish. Non ti sembra un paradosso assurdo? Siamo sulle cime dell’Himalaya, abbiamo davanti una cultura millenaria e tutto ciò che ci interessa è fumarci una canna? Per me, entrare in contatto con la popolazione locale è stata una rivelazione, una scoperta incredibile. Davanti agli occhi avevo la meraviglia delle meraviglie. La gente danzava dalla mattina alla sera, sorrideva attraverso occhi profondi e cantava melodie antichissime che sembravano provenire dalle ceneri di un mondo mitico e incantato, per niente intaccato dalle frivolezze occidentali. Sembrava di stare in un film di Kurosawa, altro delle canne!

Allacciandomi alla domanda che ho fatto a Stefano, anche come produttore mi sembra che tu confermi questa prospettiva anticonformista. Ananda non è un film con uno sguardo capitalistico, non è un film che si pone verso la realtà che racconta con sguardo occidentale e quindi colonizzatore. D’altro canto ha però questa freschezza ingenua e sincera che è introvabile in tanto cinema documentario relativo allo stesso tema.   Come mai un film così forte, bello, poetico noi non l’ho ritrovato nei grandi festival internazionali? E’ presentato a IsReal che è una grande manifestazione, però mi aspettavo di trovarlo in un festival internazionale.

BA. Prima di tutto vorrei integrare qualcosa alla risposta di Stefano. Per quanto riguarda la questione dei turisti e della visione turistica dell’India, secondo me questo è una delle cose che dà la forza al film. Ananda  non ha paura di dire la verità su alcune situazioni che gli occidentali si trovano a vivere in India. Nella sostanza vanno lì perché le cose non costano niente, perché sei servito e riverito e nel frattempo ti puoi sentire onnipotente come un guru.

E’ Il cosiddetto  terzomondismo.

BA. Sì, esatto. Pe quanto riguarda i festival, penso che IsReal è un’ottima collocazione, però sono consapevole che Ananda avrebbe potuto misurarsi in qualunque festival internazionale di serie A e risultare anche tra i documentari migliori. Probabilmente, essendo artisti veri pensiamo più al lavoro che a tessere rapporti con chi è chiamato a costruire i cartelloni  dei festival. A noi interessava innanzitutto fare un bel film; poi, è chiaro che spero di trovare per Ananda una collocazione tra le premiere internazionali importanti. La nostra è una voce meritoria  perché questo è un film unico nel suo genere. Sfido qualcuno a trovare un film  sovrapponibile a quello di Stefano Deffenu, e già questo sarebbe sufficiente per convincere i direttori di festival a prendere dei rischi e inserire in programmazione un autore all’esordio. Il test di IsReal ha dimostrato che i numeri ci sono.

Bonifacio, possiamo dire che Il Monello Film rappresenti,  insieme alla tua scuola di cinema, una sorta di grande Atelier che forma talenti e crea nuove opportunità di lavoro sul territorio,  in alternativa al monopolio romano

BA. Stiamo cercando di portare avanti un tipo di cinema che si discosti sempre di più dal piattume imperante che aleggia nel cinema italiano. In realtà, una piccola casa di produzione come la nostra promuove progetti di questo tipo. Adesso sono in post produzione con il mio nuovo lungometraggio dal titolo I giganti, che sarà pronto tra circa quattro cinque mesi, di cui sia Stefano che io siamo protagonisti. All’interno di questo progetto sono stati inseriti molti allievi della scuola che hanno svolto ruoli chiave e non di contorno. Sono stati formati durante la pandemia, all’interno di un progetto in cui cerchiamo di creare un piccolo polo in grado di produrre film di diversa natura e cioè documentari, film di finzione, cortometraggi.

Stefano parliamo del cinema che ti piace

Del cinema che mi piace fanno parte Chaplin, Fellini poi Kurosawa, Leone. Poi sono cresciuto con il regista simbolo degli anni ottanta e cioè Steven Spielberg: avendo visto tanti suoi film ogni tanto mi sento anche inconsciamente ispirato da lui, come dagli altri. Kurosawa è il cineasta che ho scoperto quando avevo vent’anni: mi ha appassionato la sua storia e Rashomon è un film che mi ha letteralmente sconvolto e illuminato. Poi ce ne sono altri. Parlando di Ananda posso dirti che un film come Badlands lo ha influenzato. Ai musicisti del film, Francesco Simula e Luigi Frassetto, che hanno fatto una colonna sonora eccezionale, ho fatto ascoltare la stessa musica che ha ispirato Terrence Malik.  Dunque nel film c’è un poi di lui e del suo film.

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