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Conversation

‘Ultimo Schiaffo’ Conversazione con Matteo Oleotto

'Ultimo Schiaffo' di Matteo Oleotto racconta la provincia italiana al di fuori dei suoi stereotipi e senza fare sconti a nessuno.

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matteo oleotto

Presentato in anteprima nell’ultima edizione di Alice nella Città, Ultimo Schiaffo di Matteo Oleotto racconta la provincia italiana con richiami al cinema indie e alla grande commedia italiana proponendo una coppia di attori come Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta, capaci di scaldare il film con la loro bravura.

Il film è in sala con Tucker Film.

Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto

Nella prima sequenza il volto del personaggio trasfigura la minaccia che incombe nel suo mondo. L’oscurità della foresta, l’andatura claudicante e la voce fuori campo, oltre a marcare le caratteristiche di Ultimo Schiaffo stabilendone la venatura noir, sono elementi di una sequenza che sposta in avanti la sequenza cronologica dei fatti per fissare in maniera forte e senza ambiguità la natura del film. 

Sì, senza dubbio. Era un’idea già presente nelle primissime scritture del film. Gli incipit mi piacciono molto perché da quelli dipende il coinvolgimento o meno del pubblico rispetto alla  storia che vuoi raccontare. Da spettatore mi piace quando un film mi dà degli elementi per farmi entrare in maniera più rapida possibile dentro la storia. Questo inizio mi ha dato la possibilità di essere grammaticalmente un pochino più scorretto nel raccontare i primi venti minuti del film, quelli in cui descrivo il paese e l’anima sonnolenta delle persone che vivono in quel posto. Volevo raccontare di uomini e donne che si muovono in uno spazio senza mai andare da nessuna parte.

La scena successiva è anticipata da una dissolvenza in bianco come lo è il colore della neve in cui è immerso il paesaggio. La dialettica tra le diverse cromie è destinata a diventare il simbolo di un racconto in bianco e nero in cui la superficie delle cose nasconde una realtà indicibile.

Sì, assolutamente, quel bianco doveva servire anche a cancellare il buio di quella foresta per tornare a una specie di grado zero. Il bianco della neve rimanda a un freddo che in qualche modo mi aiutava a raccontare che tipo di film avremmo visto.

Il doppio

Ultimo Schiaffo è un lungometraggio a doppio fondo in cui i confini tra un sentimento e il suo contrario sono contigui e non sempre facili da distinguere. Esemplare in questo senso la carrellata utilizzata per marcare la continuità tra l’altare della chiesa e il bar sottostante in cui il parroco dietro il bancone si rivolge a Petra e Jure come due semplici avventori, facendo a meno di qualsiasi prospettiva caritatevole nei confronti dei due fratelli.

Sì, esatto. Quella sequenza aveva anche l’intento di provare a non giudicare mai il bene e il male perché alla fine credo siano due elementi coesistenti. Giudicandone uno si finisce per fare così anche con l’altro. Penso che nella natura delle cose ci sia un equilibrio tra questi elementi quindi ho continuamente cercato di lavorare su questi due piani.

La sequenza mi ha colpito proprio per la capacità di cogliere l’equilibrio di cui parli delineando uno spazio in cui il sacro convive con il profano.

Mi fa piacere che tu ne abbia colto il senso perché era proprio ciò che volevo imprimere nelle immagini.

I personaggi del film di Matteo Oleotto

La sequenza in cui ci presenti Jure e Petra mi pare molto efficace nel sintetizzarne la condizione esistenziale. Raccontarne l’inutilità degli sforzi delinea anche la visione di un mondo senza senso e simile a quello raccontato da Camus ne Il mito di Sisifo. Come nell’opera di Camus anche qui i personaggi non si danno per vinti perseverando nei loro intenti al di là di ogni avversità.

Ciò che dici mi piace e mi affascina. Di quella scena mi piaceva il momento in cui al termine della consegna loro due tornano a casa nella seggiovia. L’ho vissuta come una sorta di ritorno nel loro piccolo inferno. In alto c’è un po’ di sole, un po’ di vita; c’è gente normale che scia e fa cose ordinarie. Invece anche questa volta il paradiso viene loro negato costretti come sono a tornare indietro con una faccia mesta nella seggiovia che li riporterà verso le loro fatiche. Il brano musicale che accompagna l’azione mi serviva per anticipare questa visione delle cose perché in quel momento il dramma non è ancora conclamato ma solo un presagio.

Ultimo schiaffo è una sorta di racconto di Natale in nero. L’immagine che chiude la seconda sequenza, quella con i due gonfiabili di Babbo Natale schiantati a terra, è evocativa di ciò che succederà a un certo punto del film.

Quello è uno di quei regali che il cinema ti fa quando riesci a essere aperto. Tendenzialmente non faccio quasi mai lo storyboard proprio perché ho paura di perdermi le suggestioni della realtà che poi sono le cose che mi affascinano di più di questo mestiere. Lì è successo una cosa simile. Mentre mi stavo occupando di loro quei gonfiabili sono crollati improvvisamente a terra trasmettendomi in tempo reale il significato metaforico dell’intera scena.

Alcuni elementi in contrasto

Come ogni Christmas Carol anche Ultimo Schiaffo racconta la voglia di credere in una vita migliore. Nel film la rappresentazione del tipico paesaggio natalizio è presente ma di segno opposto. Nel paese in cui si svolge la storia è possibile incontrare tutto e il contrario di tutto. Accanto ai resort sciistici ci sono bische, droga e combattimenti clandestini che insieme costituiscono il bianco e nero di cui parlavamo prima. 

Come tutti i bambini, da piccolo anche io ho amato il Natale, poi nell’adolescenza i sentimenti cambiano e ti dai da fare per uccidere ciò che esso rappresenta. Diventando padre ho ricominciato a vedere il Natale con gli occhi di mio figlio. Quando ero giovane lavoravo all’interno di una cooperativa di malati psichici e ho passato parecchie festività assieme a loro. Da lì mi sono fatto l’idea del Natale che arriva e non fa sconti a nessuno. Se sei felice lo sarai ancora di più; se sei solo e triste lo diventerai in maniera maggiore. Con Ultimo Schiaffo mi interessava raccontare come passano il Natale persone prive di una famiglia normale, quelle che vivono di stenti. Insomma mi interessava raccontare un’altra faccia del Natale e poi se ci pensi Ultimo Schiaffo è l’unico film uscito durante le festività che lo racconta e ciò mi rende molto orgoglioso.

Un altro elemento che conferma la contiguità tra bene e male è dato dalla presenza di Marlowe, il cane attorno al quale ruota la vicenda. Il fatto che quest’ultimo sia affettuoso in egual misura con buoni e cattivi diventa la metafora dell’equilibrio tra il positivo e negativo presente nella tua visione del mondo. 

Il cane è l’anima pura. È una presenza che in qualche modo unisce.

Non giudica.

Assolutamente. Mi serviva un personaggio che non fosse giudicante.  Il cane nel suo essere puro, onesto e sincero mi poteva aiutare. In più, ed è una cosa che mi sono accorto solo a posteriori, tutti quelli con cui viene a contatto sono destinati a morire e anche questo va in direzione dell’unità di cui parlavo prima. Il caso è qualcosa che livella e lega le esistenze.

Il caso come elemento centrale

Il mondo raccontato in Ultimo Schiaffo è dominato dal caso. Tutte le circostanze che portano alla morte dei personaggi sono frutto di sciagurate coincidenze. In quelle morti non c’è una morale ma solo fatalità.

Sicuramente c’è la componente della casualità. Mi incuriosiva metterla in un contesto di un piccolo paesino dove invece si crede spesso che tutto sia mosso da una logica dovuta al fatto che le persone si conoscono, si vogliono bene, si rispettano. Con Ultimo Schiaffo ho provato a girare un po’ la medaglia analizzando cosa potrebbe succedere in un luogo dove i legami non sono così benevoli, in cui la conoscenza degli altri è scarsa e dove le cose accadono assolutamente per caso.

I riferimenti di Matteo Oleotto

Petra è un personaggio femminile molto americano. La sua è una rabbia non rintracciabile nel nostro cinema e invece molto presente in quello d’oltreoceano. Mi viene in mente su tutti la protagonista di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Più che Fargo certi campi lunghi mi ricordano film come Wild River o Frozen River. 

Hai citato tutti film che ho amato moltissimo e che in qualche modo ho cercato di incastrare dentro il mio quando ho deciso di raccontare questa storia. Quello di Martin McDonagh mi ha segnato parecchio e comunque la mia intenzione era quella di rilassarmi con una narrazione e dei personaggi ispirati al cinema americano che preferisco. L’accostamento a Fargo di cui molti hanno parlato mi appare un po’ semplicistico, dovuto per lo più alla presenza della neve.

Peraltro Ultimo Schiaffo ha anche molti riferimenti alla grande commedia italiana. Il misunderstanding legato al rapimento del cane ricorda da vicino gli esiti del colpo al centro de I soliti Ignoti.

La commedia italiana in generale è un mondo al quale mi piace sempre attingere perché il cinema per molti anni ha smesso di parlare di temi importanti in maniera cinica e allo stesso tempo leggera. Di quella è rimasta solo la superficie ma non la speziatura un po’ grezza capace di saziare l’anima degli spettatori.

Rispetto alla commedia più recente mi sono venuti in mente due titoli che in qualche modo sono vicini al tuo film anche nella rappresentazione del nord est italiano. Penso a quelle di Carlo Mazzacurati e in particolare a La Lingua del Santo e poi a Le Città di Pianura che raccontano di persone lasciate indietro dall’industrializzazione di quei luoghi.

Quest’ultimo aspetto è qualcosa che sentiamo molto dalle nostre parti. Diciamo che il Friuli è un territorio più sul confine in cui l’ossessione per la produzione è meno presente. In Veneto se non lavori non sei nessuno mentre da noi chi non fa niente è ancora considerato un essere umano. Al cinema di Carlo sono molto legato e ancora, ne Le Città di Pianura vedo la stessa volontà di  esprimere un punto di vista sulla provincia italiana. In molti hanno detto che il mio film è un po’ troppo triste perché il Friuli Venezia Giulia è anche solare. Posso essere anche d’accordo ma la mia intenzione non era quella di girare un video promozionale, bensì di esprimere una visione di un mondo che percepisco estremamente malinconico ma anche vitale perché i miei sono personaggi pur nella disgrazia non mollano di un centimetro. Cercano sempre di rialzarsi. Le scelte di Petra sembrano fatte apposta per andare a sbattere sul muro eppure lei non rinuncia neanche per un attimo ai propri obiettivi.

Richiami tematici

Nel cinema italiano più recente bisogna tornare indietro di decadi per trovare una visione della povertà legata all’indigenza in cui si trovano i due fratelli. La fame di Petra è destinata a diventare anche la metafora di chi è affamata della vita, questo a conferma della vitalità di cui parlavi.

Anche in questo caso mi piace la tua visione del film. Volevo raccontare una voglia di riscatto che passa anche attraverso il bisogno di cibo. Sono sempre stato molto severo rispetto a quei film che non mostrano la gente mangiare con la forchetta in bocca nonostante queste siano per lunghi minuti su personaggi seduti a tavola. Al contrario volevo che Petra fosse una sorta di bestiolina ferita a caccia di cibo. Per me lei era come una lupa, sempre pronta a mangiare, sempre pronta a divorare qualcosa. Devo dire che la scena della lasagna e delle polpette quando l’abbiamo girata è stata emozionante, anche per noi che eravamo li. Mentre si svolgeva è successo qualcosa di emozionante. In questo gli attori sono stati molto bravi.

Soprattutto nei primi venti minuti la dialettica tra primi piani e campi lunghissimi è molto presente. Di questa ti sei servito per far sentire la claustrofobia e l’oppressione che incombe sui protagonisti e sulla mancanze di vie d’uscita dalla loro condizione. Non a caso quando si tratta di rappresentare nella scena finale i segni di una nuova speranza è la presenza dell’orizzonte del mare a spezzare la prigione in cui si trovano i protagonisti.

Sono d’accordo, la montagna è lì per quello. In generale il contrasto di inquadrature così diverse mi serviva per creare la vertigine che mi ha sempre procurato il suo paesaggio. All’interno delle case lo spazio è piccolo perché bisogna scaldarsi poi esci fuori e davanti a te si aprono panorami sontuosi. Nel film l’alternarsi di quelle  immagini avevano lo scopo di non lasciare mai in pace lo spettatore proponendogli inquadrature che in qualche modo gli facessero perdere l’equilibrio visivo ed emotivo del racconto.

La musica e la scena finale di Ultimo schiaffo

L’uso della musica classica al di là della giustificazione contingente, – dovuta all’amore che Juri riversa in quelle note -, ti consente di esprimere il desiderio di leggerezza e di paradiso ricercato dai personaggi.

È esattamente come hai detto. La musica mi dava una sensazione di apertura e di invito al viaggio necessari per una storia così claustrofobica. I movimenti sonori mi hanno aiutato tantissimo a concepire il film e questo mi ha dato grande soddisfazione.

La scena finale mi sembra esplicativa rispetto agli sviluppi della storia. Dopo averne negato l’esistenza la madre si rivolge a Petra riconoscendone per la prima volta la presenza. Dal canto suo la ragazza sembra aver superato la sua frattura esistenziale riunendo dentro di se i vari pezzi del racconto; a cominciare dalla compagnia del cane così amato dal fratello. 

Sì, infatti la vedo come una conclusione piena di speranza. La madre ritrova la figlia anche se poi non sappiamo se si tratta di una casualità o di una consapevolezza. Detto questo si tratta di un finale molto distensivo.

Gli interpreti del film di Matteo Oleotto

Detto che Battiston è il tuo attore feticcio e che anche qui è presente nella parte del parroco, mi pare che una delle carte vincenti del film è stata quella di scegliere volti inediti per interpretare i ruoli di Petra e Juri. Avresti potuto prendere artisti già affermati, ma hai preferito andare in una direzione più coraggiosa e alla fine più consona alla riuscita del film. 

Da spettatore soffro molto a liberarmi dall’immagine che l’attore molto conosciuto si porta dietro. In questo caso mi sono permesso il lusso di scegliere attori sconosciuti, di quelli che quando arrivano sullo schermo pensi subito che siano veramente come appaiono. Dal punto di vista produttivo è una cosa poco consigliata perché poi la distribuzione non riesce a vendere il film, però insomma, penso che sia la televisione che il cinema devono fare il loro senza troppi compromessi. Alla fine sono consapevole del rischio di queste scelte, soprattutto in termini di appeal nei confronti dello spettatore, ma almeno quando vado a dormire mi sento più onesto.

Nel ruolo di Petra Adalgisa Manfrida è molto brava nel restituire il misto di di rabbia e dolcezza che pervade il suo personaggio.

Adalgisa è un’attrice giovane però è come se avesse un’esperienza attoriale enorme, molto più sofisticata e antica della sua età. Ad Alice nella Città dove il film è stato presentato in anteprima ha fatto due su due vincendo tutti due premi relativi alla migliore attrice. Questo vuol dire che il suo talento fuori dall’ordinario è stato già riconosciuto. Quando l’ho incontrata ho capito subito che avrei potuto divertirmi. Mi piace molto dirigere gli attori e quando hai una materia come quella offerta da Adalgisa è un piacer lavorare sul set. Aggiungo che se il suo personaggio è così bello lo si deve anche al lavoro di squadra con Massimiliano Costa anche lui molto bravo nella parte di Juri.

Parliamo del cinema che ti piace.

Amo quello nord-europeo. In generale mi piacciono molto i film inglesi, quelli norvegesi e islandesi. Mi piace quando vengo catturato da una storia. Vengo respinto da quelli in cui la regia non è funzionale alla storia.

Ultimo Schiaffo

  • Anno: 2026
  • Durata: 110
  • Distribuzione: Tucker Film
  • Genere: commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Matteo Oleotto
  • Data di uscita: 08-January-2026