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I miei personaggi in cerca d’amore: intervista a Bonifacio Angius, regista di Ovunque proteggimi

Autore di un cinema che affonda le radici nella cultura della propria terra Bonifacio Angius vi si colloca con sguardo autentico e personale, raccontando in maniera struggente l'esistenza di un'umanità in cerca d'amore. Presentato in anteprima al Torino Film Festival, Ovunque proteggimi ne conferma l'irrequietezza del talento e l'originalità della visione 

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Ovunque proteggimi inizia laddove era finito Perfidia, ovvero dalla morte del padre e dalla sensazione di essere rimasti soli al mondo. Una continuità riscontrabile anche sul piano formale con l’introduzione che in entrambi i casi vede l’utilizzo di uno schermo nero su cui si sovrappongono le parole del  protagonista.

Ti posso dire che per quanto riguarda questo film siamo partiti da dove abbiamo finito. Come hai potuto vedere, i toni sono gli stessi di Perfidia: dai colori cupi alle scene notturne, allo stesso tipo di atmosfera. Sinceramente, non avevo mai pensato a questa continuità per cui sono contento che tu me l’abbia fatta notare. Quello a cui ti riferisci in Ovunque proteggimi è un discorso che faccio a mio figlio e al mio genitore; a sua volta sono anche parole che mi potrebbe rivolgere mio figlio. In sostanza, parlo allo stesso tempo di mio padre e di mio figlio riferendomi a due dimensioni che mi appartengo per il fatto di essere a mia volta padre e anche figlio.

Tra l’altro, penso di non sbagliare nel dire che sia qui che nel primo film le parole che vengono pronunciate siano le tue.

Si, assolutamente. Uso parole mie perché si riferiscono a un personaggio che mi appartiene in maniera personale per averlo costruito anche sulla base di esperienze che ho vissuto in prima persona. Di solito, lavoro partendo da me stesso, da caratteristiche personali che esaspero all’ennesima potenza per poter creare il personaggio. Questo non vuol dire che io sia un’alcolista, ma solo che l’Angelino di Perfidia e l’Alessandro di Ovunque proteggimi rispecchiano in parte alcune delle mie peculiarità.

Vedremo poi che Ovunque proteggimi fa segnare uno scarto importante rispetto a Perfidia, poiché parte da un punto di vista personale e da una forte componente esistenziale per aprirsi a un’esperienza umana avventurosa e addirittura epica sotto il profilo narrativo. Prima di arrivare a questo, volevo insistere sulla continuità con Perfidia. A un certo punto tu fai dire ad Angelino che Gesù ha sbagliato tutto perché aiutando i cattivi e dimenticandosi dei buoni fa diventare questi ultimi come i primi: sembra che tu stia parlando di Alessandro e Francesca di Ovunque proteggimi.

Si, in un certo senso si. Mi piace molto il ragionamento che stai facendo. Forse anche io l’ho pensato, ma non sono riuscito a focalizzarlo così bene come hai fatto tu.

Come in Perfidia anche in Ovunque proteggimi il senso di solitudine è dovuto al fatto che i massimi sistemi non riescono a venire incontro ai bisogni del singolo a cominciare dalla politica.

Certo! Infatti da questo punto di vista Ovunque proteggimi riprende il discorso di Perfidia anche se forse in un modo più sfumato. Però questo è un film fortemente anarchico nello spirito e nei personaggi. Non lo è sotto il profilo produttivo, perché quando dico questa frase faccio arrabbiare chi ci ha messo i soldi per farlo. Lo è nello spirito dei personaggi, ma si tratta di quell’anarchia positiva cantata da Fabrizio De Andrè e, se vogliamo, vicina a certi ragionamenti pasoliniani.

Che sia un’anarchia costruttiva lo si vede nella maniera con la quale Alessandro aiuta Francesca. In termini di massimi sistemi consideravo anche la religione ma soprattutto Dio che rimane muto e insondabile rispetto alla richiesta d’amore dei personaggi: Francesca e Alessandro, così come Angelino, non vogliono diventare ricchi ma essere accettati e amati.

Si, vogliono amore, accettazione e sentirsi sereni rispetto a un mondo a loro avverso per un eccesso di impulsività che nel corso della vita gli ha creato tanti guai. Più hanno bisogno di amore e più vengono rifiutati. È un classico del carattere degli esseri umani! Più mi chiedi amore e più io non te lo do. Succede  come quando da ragazzino ti facevi la doccia e ti profumavi con l’intenzione di riuscire a conquistare una ragazza e questa cosa non succedeva mai proprio perché si creava un’aspettativa talmente forte da sfociare nel fallimento.

Sono d’accordo. Il personaggio di Alessandro è spiazzante anche per la sua palese richiesta d’amore. D’altronde, come dici tu, succede la stessa cosa nella vita reale: questo tipo di esternazioni ti catalogano in senso negativo nei confronti dell’altro. Tornando all’anarchia, mi sembra che talvolta Alessandro e Francesca la esprimano anche in maniera violenta, ma comunque con una purezza fanciullesca che li rende comunque innocenti.

Si, hanno un comportamento infantile, però io ti vorrei spingere verso un altro ragionamento. Alessandro e Francesca risultano inadeguati al mondo, ma, se ci pensi, le azioni che compiono sono tutte razionali, non sono mai gesti da squilibrati. D’altra parte, la follia non mi interessa neanche come malattia psichiatrica; preferisco concentrarmi sulle reazioni a una certa condizione di vita e ai comportamenti che scaturiscono quando il mondo si dimostra ostile. Trattandosi di una storia molto personale, ho cercato di lasciare un po’ da parte l’ambiguità presente in Perfidia per raccontare qualcosa di più semplice e cristallino. Però, poi ho giocato con lo spettatore attraverso il personaggio di Francesca, che è raccontato dal punto di vista di Alessandro e, quindi, con informazioni parziali rispetto ai motivi per cui gli è stato tolto il figlio e sul perché è finita in un reparto di psichiatria. La cosa interessante, ma anche dolorosa, è stata che nelle proiezioni test alcuni – una minoranza fortunatamente! – pur avendo scarsa conoscenza su di lei l’hanno giudicata in maniera negativa: mi sono sentito dire che è chiaro che lei è una drogata e che, quindi, hanno fatto bene a toglierle il figlio. Questo la dice lunga sul tempo che stiamo vivendo, in cui una semplice accusa o una diceria è sufficiente per renderti immediatamente colpevole. Alessandro ragiona in maniera opposta: essendo un puro non ha bisogno di avere altre prove oltre a quella dell’amore materno tra figlio e madre e tra madre e figlio. Degli altri ragionamenti non gliene può fregare di meno. Considerando, poi, che il padre di questo film è un capolavoro inarrivabile come The Kid di Charlie Chaplin, serviamocene per fare un altro ragionamento: tenendo presente che il protagonista si occupa del bambino quando nessuno lo vuole fare, e poi lo rende suo complice in una serie di piccoli furti, ti chiedo da quale parte stava il pubblico degli anni trenta quando a un certo punto il potere costituito glielo vuole togliere?

Immagino che parteggiasse per il vagabondo…

E adesso, invece, per chi farebbe il tifo? Questa sarebbe la domanda da farsi.

Tra l’altro, la purezza cui si accennava viene fuori anche quando Alessandro parla con Antonio, il figlio di Francesca: tu gli metti in bocca delle parole che sono dirette, spontanee e allo stesso tempo profonde. Alessandro comunica con il bambino in maniera totale, eliminando la distanza che esiste tra adulti e bambini in una storia in cui i padri non riescono a comunicare con i propri figli. Lui ci riesce.

Si, assolutamente, è una storia di incomunicabilità nella famiglia contemporanea. Esemplare, in questo senso, è il comportamento dei genitori di lei, i quali, disprezzandola, provano un certo piacere nel dirle che le è stato tolto il bambino, ritenendola colpevole di non aver voluto vivere come loro si aspettavano. Stiamo parlando di ipotesi che gli spettatori possono fare, essendo io da sempre convinto che un film per essere efficace deve avere diverse chiavi di lettura. Se venisse percepito nello stesso modo da tutti gli spettatori sarebbe per forza un’opera mediocre.

Volevo approfondire il tema della solitudine. In genere i tuoi personaggi si ritrovano in questa condizione, ma per Alessandro e Francesca si tratta di uno stato non voluto. Ciò però non vuol dire che non provino a uscire fuori da tale dimensione, anzi. Non trovando alcun conforto in ambito famigliare non si arrendono e continuano ad avere un atteggiamento di apertura verso gli altri, andando incontro al prossimo. Questo va contro il cliché con cui di solito viene rappresentata la marginalità. I tuoi personaggi non vogliono restare soli e fanno di tutto per non esserlo.

È così. All’inizio, infatti, quando ambedue si ritrovano nel reparto di psichiatria, lei cerca di aiutare Alessandro dandogli consigli su come affrontare il colloquio con i dottori. In seconda battuta, quando lui la segue, entrando in un’esistenza piena di macerie, diventa senza volerlo il suo angelo custode e dà origine a quell’immagine fugace in cui Alessandro le appare con le ali, dando vita al ritratto di un angelo custode ubriacone, con ancora in mano la busta di birre appena comprate.

Si, quella appena detta è un’altra di quelle cose per cui Ovunque proteggimi si distingue dagli stereotipi esistenti sull’argomento.

Alessandro e Francesca non sono dei personaggi soli per scelta: sono tali perché le vicissitudini li ha portati a una condizione di solitudine. In realtà, hanno un estremo bisogno d’amore e di approvazione da parte degli altri. La differenza fondamentale con Perfidia sta in questo. Mi sono detto che non potevo fare lo stesso lungometraggio e che dovevo cambiare totalmente registro. Ho fatto Perfidia perché un giorno ho comprato un manuale di sceneggiatura americano dove nella prima pagina c’era scritto che una delle regole da seguire era quella di non fare un film con un personaggio passivo. Ho pensato di dimostrare il contrario e così è nato il film. Nel secondo non potevo ripetermi. Magari l’ho fatto nello stile e nell’approccio al racconto, però i personaggi sono del tutto opposti, cioè sono l’apoteosi dell’impulsività.

In Ovunque proteggimi il territorio si trasforma in una specie di terra di frontiera, nel senso che rispetto a Perfidia a cambiare, tra le altre cose, è il rapporto tra i personaggi e l’ambiente: nel film d’esordio la marginalità nasceva da una condizione di minoranza rispetto al resto del tessuto sociale, mentre adesso diventa la linea di un confine da superare per  accedere al “mondo nuovo”, quello in cui vogliono andare a vivere Alessandro e Francesca per ricominciare a vivere.

Loro vogliono scappare per iniziare una nuova vita. Soprattutto lei crede, forse anche ingenuamente, che fuggendo si salverà. Potrebbe anche avere ragione, perché vivere in una città di provincia ed essere giudicati in un piccolo paese ti rende la vita impossibile. La fuga di Francesca è del tutto razionale e tra l’altro le deduzioni del suo ragionamento dimostrano che è tutto fuorché matta. Lei pensa che se rimane la sua capacità di madre sarà sempre messa in dubbio e che al contrario in un luogo dove nessuno la conosce questo non succederà. Tra l’altro ciò dimostra la sua sanità mentale! Mi fa arrabbiare quando parlano del mio film come un road movie con personaggi mattacchioni. Non è cosi!

Parlavamo di terra di frontiera: per certi versi il tuo film sembra quasi un western. Del genere in questione c’è la maniera in cui i personaggi si appropriano del paesaggio naturale, ci sono i saloon e le ballate, ma anche un senso di giustizia che si colloca al di fuori delle convenzioni sociali e che Alessandro cerca di far trionfare nel modo in cui lo faceva gli eroi di quel cinema.

Si, si, e oltre a quello Ovunque proteggimi è figlio del cinema che si faceva negli Stati Uniti negli anni settanta: di titoli come Midnight Cowboy, di Qualcuno volò sul nido del cuculo, e se vogliamo anche di Rocky. Il personaggio di Alessandro è un Rocky Balboa ancora più consumato.

Tra l’altro, ad Alessandro e Francesca tu dai un phisique du role e un modo di vestire che va nella direzione del western. Voglio dire che Alessandro sembra un vero e proprio cowboy mentre Francesca assomiglia a una squaw.

Questo aspetto non è forzato, perché devi pensare che i suonatori folk di musica locale si vestono così. Cioè ,ad Alessandro avrei potuto mettergli addirittura la cintura di El Charro. Non l’ho fatto perché mi sembrava troppo stereotipato, però sarebbe stato realistico lo stesso. Quello della musica folk sassarese è un mondo sconosciuto fatto di melodia sudamericana tradotta in lingua sassarese; una sorta di miscuglio tra il corsicano e il gallurese. All’inizio questo personaggio doveva essere un cantante di piano bar, però dopo un po’ questa idea è iniziata a scricchiolare perché mi sembrava un po’ ridicola. Nel contempo ho conosciuto il mondo legato a questa musica, scoprendo che è fatto di persone vere, di gente che calpesta la strada, suonando con il cuore e senza nessuna velleità, perché lo fa esclusivamente per passione. Per me, che ho vissuto qualche tempo in Spagna, questi musicisti ricordano i gitani di flamenco andaluso che suonano solo per la catarsi, per liberarsi da tutto. A un certo punto da buon provinciale ho avuto qualche dubbio sull’utilizzo del sound del luogo poi, a forza di ragionarci, ho pensato a cosa avrebbe fatto Clint Eastwood. Avendo capito che avrebbe scelto un musicista di musica country ho fatto anche io così.

Sempre continuando sul versante dei registi americani, penso che se Alessandro fosse visto dal regista di The Wrestler se ne innamorerebbe subito, essendo il tuo protagonista bigger than life come lo era Rourke nel film di Aronofosky. Tra l’altro, all’interno della svolta narrativa a cui dà corso, Alessandro si colloca in una maniera che ricorda il cinema americano classico. Mi vengono in mente due tipologie di film: Casablanca e Carlitos Way.

Si assolutamente, il mio lavoro ha origine da quella narrativa molto lineare, che si beve come un bicchiere d’acqua e che però è basata su personaggi veri, con attori presi dalla mia terra senza tenere conto della loro notorietà. Se avessi scelto interpreti conosciuti secondo me avrebbero ammazzato il film, rendendolo ridicolo. Poi se devo essere sincero il lavoro che hanno fatto Alessandro e Francesca è davvero di altissimo livello.

Restando alla forma del tuo dispositivo, tu fai un uso della musica molto interessante, scegliendo nella seconda parte una colonna sonora da grande cinema che in modo classico fa da contrappunto alla drammaticità degli eventi, lasciando intravedere una possibile speranza. Anche in questo frangente mi è sembrato che citassi certo cinema americano.

Si, oltre al fatto che questa musica è anche figlia del mio amore verso il cinema francese. Ti racconto questa storia: siccome avevamo diverse musiche di scena perché il protagonista è un musicista, avevo bisogno di staccare con qualcosa che avesse una dimensione da colonna sonora classica. Avendo le possibilità avrei usato anche musiche di altri film come faceva Truffaut con gli scarti di George Delerue. Durante la scrittura della sceneggiatura mi ricordo che ascoltavo Piazzolla e durante l’esecuzione del famosissimo Oblivion per orchestra di archi ho pensato che sarebbe stato impossibile ottenerlo. Al contrario siamo riusciti a venire in possesso di una versione orchestrale del brano eseguita da un musicista tedesco di cui adesso mi sfugge il nome. Non potendo usare quella registrazione perché si sentiva il tossire degli spettatori l’abbiamo registrata in sovraincisione. Scomponendo il brano, dopo averlo riarrangiato, sembra di avere a che fare con un pezzo di Delerue sul tipo di quelli utilizzati ne Il conformista di Bertolucci e nei film di Godard. Aveva il sapore di una colonna sonora classica con in più il fatto che per me Piazzolla è più grande di Delerue. Tutto questo ha reso il lavoro sulla musica molto emozionante, perché quando abbiamo iniziato a scomporla io mi immaginavo già il risultato nella mia mente. Inserirla sulle immagini è stata una goduria, dato che ho sempre sognato di fare un film che avesse il “musicone”, quello che oggi è tanto odiato. Durante i test mi sono sentito dire che era bello ma fuori moda. Un’esternazione fuori luogo che mi ha convinto ancora di più a usarla!

Sembra quasi una battuta se non fosse vero che purtroppo in alcuni settori del cinema questo tipo di musica viene considerata sorpassata.

Ti dirò di più, c’è stato un selezionatore di un festival molto importante, di cui non ti posso fare il nome, che mi ha chiesto di fargli vedere il film senza colonna sonora perché aveva problemi con la musica del cinema. Per evitare di rispondergli male, e poiché  si trattava di una manifestazione importante, sono andato in moviola e ho chiesto se si poteva togliere la musica. Rendendomi conto che non si poteva fare è finita li. Nel tempo, ripensando a questo selezionatore che ha il potere di decidere quali sono i film validi per i grossi festival e che ha problemi con la musica nel cinema, consiglierei di aprirsi un libro di storia del cinema: si accorgerebbe che il novantanove per cento dei grandi maestri fanno dell’utilizzo della colonna sonora uno degli elementi preponderanti. Da qui la convinzione che se uno ha problemi con la musica del cinema forse li ha in generale con la settimana arte.

Nel tuo film la combinazione tra musica e immagini è un vero colpo al cuore. Le arie della colonna sonora mi ha fatto ripensare immediatamente al cinema nel senso più autentico della parola, quello che da bambino nel buio della sala mi faceva emozionare.

Perché è cinema, è l’emozione del cinema. Adesso c’è gente che ha coniato queste mode assurde in cui si considera la musica nel cinema come qualcosa di non autentico, senza sapere che da quando è nato il cinematografo è finzione e gioco di prestigio e una magia. Gli strumenti che il cinema ci da per emozionare si devono usare tutti.

Un concetto il tuo che trova conforto anche nell’accresciuta importanza del sound design.

Si, ma infatti! Eppure si sentono dialoghi e discussioni surreali sull’apporto della musica. Il risultato sono questi film da festival europei freddi e scialbi, dove non succede niente e in cui gli attori recitano male e senza un minimo di emozione. Questo mi fa pensare negativamente sul futuro, perché il cinema deve rimanere ancora delle persone e degli spettatori. In certi ambienti, invece, c’è la volontà di considerare il pubblico incapace di capire, senza considerare che chi lo guarda può essere chiunque: un notaio, un gommista, un giornalista, un operaio un venditore di mobili; può essere più o meno sensibile, ma dire che non capisce nulla mi sembra una cosa antidemocratica ed elitaria. Si vuole trasformare la settima arte in un oggetto museale, con le opere cinematografiche trattate come materia per mercanti d’arte. Questo non deve succedere! Nel momento in cui accadrà sarà morto il cinema.

I personaggi rimangono il fulcro del tuo cinema e, da questo punto di vista, l’uso della fotografia aiuta a guardarli dentro. Così in Ovunque proteggimi alla claustrofobia visiva e alle scene notturne, sintomo dell’oppressione vissuta da Alessandro, subentrano la luce e i grandi spazi in coincidenza della speranza d’amore sorta dall’incontro con Francesca.

Come ti dicevo, siamo partiti da dove avevamo terminato con Perfidia. Dopodiché si è trattato di una scelta istintiva, perché io volevo dividere il film in due parti, con l’uscita dall’ospedale a fare da spartiacque tra la prima, cupa e più fredda e in cui non a caso non c’è utilizzo di musica, e la seconda, che l’esplosione dell’estate sarda rende espressiva, colorata, musicale in una maniera molto naturale.

Se nelle tue storie parli di famiglie che non riescono a essere tali, sul set sembra che tu ne voglia riprodurre il sodalizio per la tendenza a lavorare con le persone di sempre, a cominciare dagli attori protagonisti che avevano già condiviso il set con te. Le strepitose interpretazioni di Alessandro Gazale e Francesca Niedda penso siano anche il frutto di questa confidenza.

Questo è un film che parla anche di famiglia, nel senso che è fatto in famiglia. Francesca, nel frattempo, è diventata anche la mia compagna. Alessandro, oramai, è come se fosse un fratello maggiore, mentre Antonio è mio figlio, quindi è un film che parla di famiglia, fatto in famiglia. Una situazione che mi piace moltissimo perché mi riporta sulla modalità di uno dei miei registi di riferimento che era John Cassavetes. Rifacendomi a lui, per me è stato sempre un sogno vivere in una famiglia che lavora nel cinema, come si usava ai tempi dei grandi carrozzoni, con me e gli altri a figurarvi in qualità di venditori ambulanti di cinema. Tutto questo mi offre l’opportunità di creare un rapporto fortissimo con gli attori. Parlando di Alessandro ti posso dire che generalmente sceglievo attori le cui caratteristiche nella vita fossero comuni con i miei personaggi. Nel caso di Alessandro Gazale non è cosi, perché lui ha una personalità opposta al suo personaggio: è una persona estremamente pulita, lineare, educata al punto tale da non poter mai utilizzare un linguaggio scurrile, neanche al bar e davanti a una birra. Per questa ragione, abbiamo dovuto fare un lavoro di comprensione del personaggio, durato circa un anno, durante il quale abbiamo anche litigato e in cui lo portavo nei circoli e nelle bettole per fargli vedere come avrebbero dovuto parlare i personaggi. Ma ti dirò di più: Alessandro a sua volta ha aiutato me, perché questa visione pulita della vita, la sincerità e il non essere mai malizioso né maligno li ha messi nel suo alter ego. Quest’aria bambinesca e quasi ingenua l’ha regalata lui ad Alessandro, arricchendolo ancora di più rispetto all’idea iniziale. Per quanto riguarda Francesca, lei, a differenza di Alessandro, non aveva mai lavorato in teatro, ma solo con me in Sagrascia e in altri cortometraggi. Per contro, avevamo un livello di confidenza ancora più ampio. Considera che Francesca ha girato il film a due mesi dalla nascita della nostra bambina, quindi secondo me quella grinta ferina le sarebbe mancata se non fosse stata madre. Girare è stato molto duro, perché il film era itinerante e la bambina era appena nata: non sai quante volte, durante il ciak, ci siamo dovuti fermare per via dell’allattamento. Per questo e per altri motivi sia lei che Alessandro sono stati di una generosità estrema, indescrivibile! Come per magia queste complicazioni alla fine sono servite per far si che i personaggi avessero tra di loro l’alchimia che si vede sullo schermo.

Nella parte del bambino di Francesca recita anche tuo figlio Antonio. Com’è stato lavorare con lui?

Rispetto ad Antonio, invece, avevo paura di fare il film  perché non lo volevo coinvolgere poi, in un certo senso, è stato lui stesso a chiedermelo. A conti fatti, è andata liscia per come può andare con un bambino di cinque anni. Per costruire il suo personaggio ho giocato un po’ con i suoi desideri e ho inserito nella sceneggiatura le cose che lui mi suggeriva nella vita reale. Nel periodo della lavorazione, ad esempio, era davvero fissato con il tablet e questa cosa l’ho fatta entrare all’interno dell’inquadratura, attribuendola al suo personaggio.

  • Anno: 2018
  • Durata: 94'
  • Distribuzione: Ascent Film, Rai Cinema
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Bonifacio Angius
  • Data di uscita: 29-November-2018