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SERIE TV

Le più belle SERIETV del 2020 scelte da Taxidrivers

Le serie più belle che abbiamo visto e che abbiamo amato nel 2020, tra Netflix, Amazon Prime, Disney + e tutte le altre piattaforme...

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SERIETV 2020

Arrivati a fine dicembre, mentre pubblichiamo ogni settimana le charts con le serie imperdibili per ogni piattaforma (Netflix, Amazon Prime, Disney +, Sky e le altre), non poteva mancare la top ten delle serie più belle che sono passate in tv nel corso dell’anno 2020, infausto per tanti motivi ma, in parte, ottimo per le produzioni seriali e cinematografiche (non dimentichiamo che sono usciti, tra grande schermo e streaming, cose bellissime come TENETil controverso rompicapo di Nolan costruito sul quadrato magico del Sator-, MANKnuova opera di David Fincher che corre sul filo del metafilmico-, THE MIDNIGHT SKY – coraggiosa regia n. 7 di Clooney, che per chi ha la costanza di vederlo fino alla fine si rivela un dramma lacerante sull’asse zia dei padri e della comunicazione-)….

Cominciamo dall’ultima posizione…

 10 .OZARK:“Lasciate ogni speranza voi che entrate…”: potrebbe essere questo il sottotitolo di Ozark, serie tv lanciata da Netflix nel 2017 e giunta con successo già alla sua terza stagione. Ambientazione oscura, luoghi tetri e umidi, roulotte diroccate, proprietari terrieri senza scrupoli, volgari strip club e poliziotti corrotti o dall’anima perduta; non c’è davvero un barlume di solarità a Ozark, una cittadina dove i volti degli abitanti sono immutati in un’espressione di sprezzante cinismo e scetticismo.

TOP TEN SERIE 2020

Il baratro in cui è caduto Marty sembra ancora più profondo perché circondato da un pressapochismo sociale davvero disturbante. Anche l’infanzia ha contorni non ben delineati, sfumati in una crescita eccessivamente rapida, e la dimensione familiare non è abbastanza rassicurante da creare un alone confortante. La famiglia è cercata dai loro membri ma in realtà ognuno è un individuo a sé stante che vive in una sua singola dimensione

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9 . UNORTHODOX: al non posto troviamo una mini breve ma intensissima. Netflix produce un progetto alquanto ambizioso, prendendo spunto dalla biografia di Deborah Feldman dal titolo Ex Ortodossa: Il rifiuto delle mie radici chassidiche, portandoci nel mondo della comunità chassidica e proponendo la prima mini serie quasi totalmente in dialetto yiddish, prestando molta attenzione a quella che è la condizione femminile al suo interno. E lo fa attraverso il punto di vista e lo sguardo smarrito della protagonista. interpretata da Shira Haas, un’attrice capace di comunicare emozioni con il solo linguaggio del corpo ed essere tutt’uno con il personaggio che interpreta.

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8 . LITTLE FIRES EVERYWHERE: La miniserie targata Hulu esibisce, subito ed esplicitamente, una certa similarità con precedenti quali BIG LITTLE LIES e SHARP OBJECTS, anch’esse entrambe derivanti da un testo letterario.

Se con la prima condivide non solo una delle protagoniste (la Whiterspoon) quanto soprattutto il contesto, ambientata com’è in questa piccola cittadina residenziale, popolata di gente facoltosa che cela dietro le facciate perbeniste una realtà di sforzi, sofferenze e segreti, della seconda possiede l’atmosfera densa e sospesa, come se da un momento all’altro tutto l’equilibrio precario su cui si fondano le esistenze dei personaggi possa crollare in un battito di ciglia.

Il punto di vista femminile è evidentemente privilegiato in ciascuna delle opere sopra citate – non a caso sono donne le autrici dei tre romanzi di ispirazione – e la scelta di trasporle sullo schermo in un periodo storico in cui l’emancipazione, ma anche la discriminazione, del gentil sesso sono tornate a interessare, comunica un messaggio importante. Incredibile Reese Whiterspoon.

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7 . THE MANDALORIAN: inaspettatamente, un successo strepitoso ma meritato. Unica candidata (e vincitrice) della nuovissima Disney + agli Emmy, THE MANDALORIAN ha riacceso l’interesse verso un brand (quello di star Wars) per forza di cose appannato da film non proprio brillanti.

Il modesto riscontro di ROGUE ONE, il flop di SOLO e il discordante giudizio sull’ultimo capitolo (L’ASCESA DI SKYWALKER) aveva fatto arrivare nubi oscure sulla saga di George Lucas: all’improvviso però è sbucata questa perla, con due stagioni e 16 capitoli uno più bello dell’altro. Certo, in cabina di regia e come showrunner c’è un top seller come John Favreau, in forza alla Marvel per i film su Iron Man: ma la qualità di THE MANDALORIAN esce fuori dall’incredibile mix di umorismo, avventura, riflessione e citazionismo sfrenato, che hanno reso questa serie un instant cult.

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6 . THE BOYS: l’ascesa dei Marvel Studios (in forza alla Disney Company) ha decretato la forza delle pellicole tratte dai fumetti, dimostrando che gli adattamenti si prestano benissimo a rivitalizzare i generi cinematografici. THE BOYS è tratto da un fumetto supercult di Garth Ennis, e nessuno avrebbe probabilmente scommesso un centesimo sulla riuscita di una sua trasposizione in live-action.

Invece, la storia del gruppo di antieroi della CIA che cercano di minare alla base il supergruppo governativo per eccellenza, i Sette, è aggiornata e declinata con forme e tempi diversi, proprio come deve fare un adattamento intelligente: certo è che riesce a mantenere quella carica corrosiva che è il marchio di fabbrica di Ennis (autore, ricordiamo, di almeno un altro fumetto di culto –The Preacher– diventato serie per la AMC), mantenendo freschissime le intuizioni dell’autore specialmente se si considera la natura fortemente politica dell’opera, che ha reso necessari alcuni aggiustamenti di trama che hanno però fatto sì che l’opera suonasse come perfettamente attuale, anzi di più.

THE BOYS è un’ode alla violenza e alla scurrilità, nel modo in cui di questi temi il postmoderno si è fatto bandiera: la messa in scena della violenza per puntare il dito contro la violenza è uno degli stratagemmi più vecchi al mondo, eppure la creatura di Seth Rogen utilizza ogni metodo metanarrativo per farsi accattivante nonostante (o forse proprio per) la sua grettezza, il suo essere cruda, sporca e spiazzante. Perché poi fondamentalmente The Boys è uno dei ritratti più disillusi del capitalismo sfrenato e del potere che alimenta gli impulsi più depravati che ognuno di noi nasconde a sé stesso sotto la corazza etica.

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5 . THE UMBRELLA ACADEMY: Gerard Way ha scritto la graphic novel originale (che ad oggi conta tre volumi), Steve Blackman l’ha adattata per Netflix: è THE UMBRELLA ACADEMY, l’ennesima rilettura del mito del supereroe che frulla insieme suggestioni superomistiche della Marvel (soprattutto degli X-Men, da cui riprende lo studio accurato dei personaggi e le loro interrelazioni) e della DC (WATHCMEN, da dove mutua l’atmosfera lugubre e soffocante e lo stile esistenzialista e il linguaggio metanarrativo), intinte nei cromatismi emotivi di Wes Anderson (I TENENBAMUM).

Ma non si pensi che il risultato sia banale o già visto: THE UMBRELLA ACADEMY è ancora oggi, con due stagioni all’attivo, una delle migliori produzioni Netflix, uno degli esiti più felici del genere cinecomics e in assoluto un’opera che racconta, senza disillusioni, il destino di una famiglia disfunzionale e infelice, e il percorso di ogni singolo membro  per accettarsi, venirsi incontro e alla fine affrontare la vita e magari sopravviverle.

Il percorso che compie THE UMBRELLA ACADEMY è però diverso da quello canonizzato da tanta narrativa supereroistica: perché va al contrario, perché i personaggi sono prima dei supereroi -per nascita- e poi dei misfits, degli emarginati, degli outsider colorati e imbruttiti, superesseri loro malgrado che rifiutano il loro status attribuendo al “superpotere” ogni sofferenza della loro esistenza.

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4 . BETTER CALL SAUL: Cominciamo a parlare della quinta stagione di BETTER CALL SAUL dall’ottavo episodio, Bagman, girato quasi interamente nel deserto e costato, rispetto agli altri, il doppio del tempo per le riprese. Cinema. Puro. Il cinema che ci manca, mentre comunque ringraziamo le piattaforme come Netflix, generose di serie ancora da gustare e i nostri televisori per la loro grandezza, la definizione delle immagini e dei suoni.

Le scene di BETTER CALL SAUL, come quelle di BREAKING BAD meriterebbero davvero il grande schermo. Per quei tagli e quegli sfondi così perfetti che, a casa, verrebbe voglia di interrompere la visione e studiarseli, anziché farli semplicemente scorrere.

TOP TEN SERIE 2020

Composizioni curate meticolosamente, dai campi lunghi fino alla mania dei dettagli: nel deserto è la banconota infilzata da una foglia di cactus o il foro del proiettile nella fiancata dell’automobile. In un episodio precedente, il gelato che si scioglie sul marciapiede e le formiche che lentamente se ne impossessano.

Può essere semplicemente un tappo, alla fine del nono episodio, che Kim vuole portare con sé. La macchina da presa sosta, non solo per farci ammirare colori e inquadrature, ma per suggerire significati, e simboli.

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3 . THE CROWN: THE CROWN è stata elogiata dalla critica per la sceneggiatura, la regia e l’ottima interpretazione degli attori, oltre a un’attenta ricostruzione storica. Creata da Peter Morgan e andata in onda per la prima volta il 4 novembre 2016, racconta la storia dei reali d’Inghilterra partendo dalla giovinezza di Elisabetta II, rinnovando il cast ogni due stagioni per mostrare l’andamento cronologico.

Nessuno avrebbe mai immaginato che la serie avrebbe avuto larghi consensi da parte della critica e del pubblico, finendo con il diventare uno dei migliori prodotti televisivi che abbiamo visto negli ultimi anni. In questa quarta stagione assistiamo le vicende si svolgono tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta.

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2 . LA REGINA DEGLI SCACCHI

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Creata dal due volte premio Oscar Scott Frank, sembra non avere nulla di speciale: una storia che corre sui binari dei clichè, il genio che si unisce alla sregolatezza della dipendenza e del dolore affogato tra alcool e droga, rivincita del loser.

Nonostante questo, o magari soprattutto per questo, QUEEN’S GAMBIT (titolo originale, che viene da una mossa particolare degli scacchi) grazie ad una regia intelligente esplode ed implode in continuazione, perché abusa dei luoghi comuni ma ne aggira la messa in scena, tenendo bene a mente il romanzo di riferimento ma liberandosi dai suoi legacci.

E già quell’ambientazione vintage, scivolosa nel suo pericolo narrativo diventare soffocante, viene elusa perché la regia classica di Scott Frank riesce a mantenere il fascino antico delle location senza collocarlo eccessivamente nella sua epoca.

Basta per la collocazione temporale qualche accenno di decòr, ma LA REGINA DEGLI SCACCHI svicola e non si lascia inquadrare nel period drama: lo svolgersi degli eventi prende il sopravvento in un percorso entusiasmante ed avvincente.

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1 . L’AMICA GENIALE: e al primo posto, un orgoglio tutto italiano. Celebrata in tutto il mondo, L’AMICA GENIALE: STORIA DEL NUOVO COGNOME è la traduzione in immagini del secondo capitolo (su quattro) del best-seller di Elena Ferrante. Una seconda serie che conferma e anzi alza il livello della prima, che aggiunge allo showrunner Saverio Costanzo l’indispensabile Alice Rohrwacher, che amplia e amplifica l’universo letterario come forse la prima non era stata in grado di fare.

TOP TEN SERIE 2020

L’Amica Geniale è un mix esplosivo di emozioni e colpi di scena, personaggi a tutto tondo e un universo intimo e personale (quello dell’autrice) che pur non svelando nulla della sua identità anagrafica mette a nudo, letteralmente, il suo mondo, senza sconti: Wildside, HBO, Rai Fiction ma soprattutto Saverio Costanzo hanno lavorato di fino, però, e sono stati capaci di mettere in scena una trasposizione fedelissima all’originale che non fosse però meramente calligrafica, una pura e semplice copia conforme, ma assumesse i contorni emotivi del “nuovo” autore, dell’amico geniale della Ferrante ovvero Costanzo.

Su tutto, una regia pulita e potente, semplice ma profondissima, senza sbavature pleonastiche per non allungare neanche di un secondo il ritmo, senza falsare neanche per una sequenza la bellezza dell’insieme. Storia Del Nuovo Cognome sa darsi continuità stilistica con L’Amica Geniale, eppure proprio come nella sigla cambia restando fondamentalmente sé stesso

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