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CONVERSATION

Conversazione con Paolo Licata, regista di Picciridda che affronta il tema dell’allontanamento e della lontananza.

Vincitore di numerosi premi, tra cui il Globo d’Oro per la migliore opera prima,  Paolo Licata è il protagonista della conversazione che segue.

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Picciridda è un melodramma nel quale la  storia della piccola Lucia diventa  il percorso di emancipazione di un intero universo femminile. Vincitore di numerosi premi, tra cui il Globo d’Oro per la migliore opera prima, Picciridda ha vinto il premio di miglior trailer del pubblico e il Premio film rivelazione della XVIII edizione del Trailer Film Fest 2020. Di seguito la conversazione con il regista del film Paolo Licata.

 

Nella prima sequenza ritroviamo Lucia nascosta dentro il pollaio. La madre la sta cercando ma lei continua a restare lì, protetta dal buio di quel piccolo spazio. Picciridda non si poteva aprire in modo migliore, anticipando nelle prime immagini l’essenza di un’esistenza al femminile costretta a nascondersi alla realtà e a portarne dentro il peso.

Dici bene, si tratta di una metafora che abbraccia i significati del film e della sua vicenda. In tutta la storia emerge di continuo il tema dell’isolamento e della lontananza dal resto del mondo. Lucia è separata dai genitori che stanno per partire alla volta della Francia. C’è poi il fatto che tutti vivono in un isola e quindi sono a loro volta staccati dalla terraferma. I personaggi di Picciridda in un modo o nell’altro sono soli, quindi quell’inizio è un preludio al tema principale del film che è poi la lontananza, l’isolamento.

Ho trovato la scena molto appropriata per il suo essere narrativa e allo stesso tempo metaforica. In questo senso il contrasto tra l’oscurità interna del pollaio e la luminosità dell’ambiente esterno a cui ad un certo punto Lucia è costretta a tornare dal punto di vista fotografico ribadisce sempre lo stesso concetto. Oltre a definire lo stato d’animo della protagonista il contrasto di luci ci parla ancora di più della dimensione interiore a cui le donne affidano i segreti delle loro esistenze e i tormenti che ne conseguono.

Si, certo come pure la luce immediata è messa apposta per creare fastidio e quindi per far emergere i moti dell’animo della bambina. E poi. come dici. il contrasto fotografico rimanda alla materia interiore che costituisce parte del film, quella di cui sono fatti il dolore e la sofferenza di un’intera generazione di donne e forse anche più di una.

La sequenza successiva si apre su quello che potrebbe essere un altro tema del film poichè le immagini ci mostrano il momento della partenza dei genitori della bambina, costretti a emigrare nella speranza di trovare un lavoro. Si tratta di un inizio sviante perché il concetto di  immigrazione si allarga a significati più ampi. In questo modo la Sicilia diventa la terra dalla quale bisogna fuggire per poter sopravvivere soprattutto in termini fisici e psicologici.

Si senza dubbio. Poi secondo me il tema dell’allontanamento è talmente presente nella storia dell’umanità che è anche difficile discostarsene. Ho notato che in qualsiasi racconto c’è sempre una separazione ed è questo da cui quasi sempre scaturisce il dramma dei personaggi. Tutto inizia sempre da un allontanamento.

Come si diceva inizialmente in Picciridda l’allontanamento è causato dalla mancanza di lavoro. In realtà il film ne racconta una seconda ragione, quella motivata dall’oppressione di una società patriarcale allo stesso tempo violenta e omertosa. 

Si assolutamente. In realtà la protagonista ama quegli spazi Nella prima parte vediamo che il rapporto tra la bambina e i luoghi della sua infanzia è molto intimo. Tutto questo rende poi ancora più forte il momento in cui avrà la necessità di staccarsene. Alla fine, per come la vedo io, in realtà la vera violenza che subisce la protagonista, ancor più di quella fisica è proprio il fatto dei essere esclusa dai luoghi che tanto ama, di essere privata del sentimento verso quelle terre. Ci sarà un momento in cui Lucia arriverà persino a detestarle tanto da non volervi tornare finché non diventerà adulta. Quindi secondo me è questa la vera violenza da lei subita, poi risolta in modo simbolico nella sezione conclusiva.

   

Alla fine quella di Picciridda è la storia di un’ emancipazione al femminile compiuta attraverso una serie di rinunce e di sacrifici attraverso cui le donne arrivano a liberarsi dal male che le affligge.

Chiaramente un po tutti i personaggi soprattutto quelli femminili hanno i loro problemi che cercano di risolvere. Poi chiaramente ci focalizziamo su quelli principali.

Te lo chiedevo poiché  Picciridda pur raccontando una tipo di comunità patriarcale e perciò lontana dai modelli contemporanei in realtà è un film molto attuale proprio per il percorso di emancipazione di cui si parlava.

Si, di fatto l’emancipazione arriva già alla terza scena del film quando vediamo la nonna trascorre le sue serate fumando il sigaro fuori da casa sua. Anche quella è un pò il simbolo di uno dei temi poi riproposti nel corso del film. Dunque si, l’emancipazione femminile è uno degli argomenti fondamentali e riguarda un po’ tutte le donne presenti in Picciridda. La nonna ma anche la sorella a un certo punto si emancipano. La zia Pina dopo aver passato tutta una vita di silenzio e avendo subito storture di ogni tipo,  infine si rivolge alla sorella perché lei non è in grado di attuare il suo piano da sola. Per lei si tratta di un gesto rivoluzionario e in contrasto con il modo in cui si era fin li comportata.

In questo senso mi pare che il personaggio della nonna di Lucia interpretato da Lucia Sardo sia la figura centrale, decisiva sia dal punto di vista narrativo sia drammaturgico. Lo svelamento di ciò che si nasconde dietro la durezza dei suoi modi va di pari passo con lo scoperta delle verità del film.

Si è tanto vero che fondamentalmente lei è considerata centrale alla pari di Lucia. La stessa Lucia Sardo quando è candidata ai premi lo è come miglior attrice protagonista proprio perché quel ruolo non è certamente marginale o di accompagnamento. Comunque un film pieno di interpreti femminili ci tengo a sottolineare l’efficacia del lavoro svolto dal protagonista maschile Claudio Collovà perchè la sua versione di Zio Saro è di quelle che ti restano dentro. 

E’ lei che si porta dentro i segreti di tutti e che si carica delle colpe degli altri, sacrificandosi in prima persona e più degli altri membri della famiglia. Si tratta di un personaggio melodrammatico così come lo è la natura – e qui iniziamo a parlare della forma del film – del tuo film: nell’essere melò Picciridda si costruisce una sua diversità rispetto al resto della produzione italiana.

Allora il termine melodrammatico è perfettamente appropriato e mi fa piacere che tu lo abbia notato. Si tratta di un osservazione molto acuta. Io sono nato e cresciuto nel teatro lirico, mio padre è direttore d’orchestra, mia madre una pianista. Ho una discreta conoscenza del repertorio lirico italiano, da Puccini a Verdi, perché questo è il repertorio principale di mio padre: sono cresciuto facendo l’assistente in diverse opere liriche da lui dirette per cui questo repertorio è inevitabilmente dentro di me. Devo dirti che non è stata neanche troppo internazionale dare questa sfumatura al film. Penso sia venuta fuori naturalmente per il tipo di bagaglio culturale che ho e perché questo sono io. All’interno  di Picciridda ho messo tutto quello che sono quindi è venuta fuori la rappresentazione del mio animo.

A tal proposito volevo citarti una delle sequenze più belle, quella in cui vediamo il personaggio di Katia Greco camminare nuda per strada subito dopo aver subito violenza. In quel passaggio secondo me condensi l’essenza del tuo film. Mi riferisco alla maniera in cui la metti in scena: l’utilizzo della dilatazione temporale data dal rallenty, l’accompagnamento musicale fornito dal brano operistico e infine la frenesia del montaggio alternato sembrano dare corpo alla natura melodrammatica di Picciridda.

Si, guarda, anche questa è una giustissima osservazione da parte tua. Quella scena rappresenta una sintesi poetica dell’intero film. Fondamentalmente nella sequenza lei vuole farla finita: sappiamo che lei è incinta anche se non di chi. In quella scena c’è il brano Il dolce suono tratto dalla Lucia di Lammermoor di Doninzetti utilizzato nel momento in cui la protagonista dell’opera vuole uccidere il figlio dell’uomo che ama. Nulla di quello che hai visto  è casuale. La scelta del brano è stata studiata con molta attenzione perché poi è quello che succede nel passaggio del mio film: uccidendosi Rosamaria  vuole porre fine alla vita del bambino che ha in grembo: decide di farlo per del suo oppressore. La scena in questione sia dal punto di vista tematico che tecnico è un po’ la sintesi di quello che ho sempre avuto in testa riguardo a tutto il film.

Le scelte fotografiche ci mostrano una Sicilia calda e assolata ma anche un territorio aspro e ancestrale per molti versi duro. L’enfatizzazione della sua bellezza ti prende dentro le viscere facendo da controcanto agli accadimenti che invece sono violenti al punto da acuire il rapporto di odio e amore nei confronti di quella terra.

La resa fotografica è mirata a restituire la sofferenza della bambina: Lucia è costretta a lasciare i luoghi che lei ama non solo per una questione di cuore ma anche per via dello loro oggettiva bellezza. E’ la durezza degli eventi a fargli cambiare la percezione di quei posti e a renderglieli indesiderabili.

Picciridda è un film saturo di colori. Basterebbe vedere il rosso del sangue o il giallo dei raggi solari per rendersene conto.

Si, soprattuto il giallo e il rosso sono i colori dominanti. Anche se devo dirti che gli interventi in post produzione sono stati meno di quanto si potrebbe immaginare. Già nel file del girato apparivano così, poi, certo, io ho enfatizzato il tutto ulteriormente proprio per rendere questo contrasto di emozioni in bilico tra amore e odio. Questo per  dire che i luoghi già in partenza offrivano quest’immagine qui.

Picciridda è tratto dal romanzo di Catena Fiorello che insieme a lei avete sceneggiato. Quanto è rimasto della pagina scritta e cosa invece è andato perso. E ancora in fase di riscrittura a cosa avete mirato di più?

Come tu mi insegni libro e film sono due linguaggi molto diversi. Entrambi cercano di raccontare una storia ma molto diverso è il modo in cui il lettore e lo spettatore ne fanno esperienza. Nel film tu hai un ora e trenta per farlo, nel libro il lettore si prende tutto il tempo che vuole. Abbiamo asciugato tantissimo la storia originale ma secondo me abbiamo mantenuto quello che è il vero cuore della storia. In questo fondamentale è stata la revisione di Ugo Chiti con cui avevo già collaborato. Lui è un maestro e lavorarci assieme è stato un privilegio. Chiti si è posto come obiettivo di asciugare e di mantenere il minimo indispensabile. Questa procedura ha aggiunto molto al film perchè se tu noti nella resa finale non c’è mai una parola in più nè un’ inquadratura di troppo. Ne ho sacrificate alcune a cui tenevo molto perché volevo comunicare questo senso di essenzialità. Doveva rimanere solo l’indispensabile e il necessario.

In fase di preparazione del film mi chiedevo se avessi visto due film di Emanuele Crialese e cioè Respiro e Nuovomondo. Nel paesaggio di Picciridda ho trovato gli echi di quelli presenti nei film in questione.

Certo, mi piacciono molto entrambi. Hai citato un regista per il quale provo una grande stima e verso cui ho grande interesse. Come per altri autori che amo c’è sempre qualcosa che preferisco nell’intera filmografia. Crialese mi piace molto così come Giuseppe Tornatore. Questi sono per me dei maestri da cui ho imparato ma forse quello che più mi ha formato è stato Pasquale Scimeca. Sono stato anche suo assistente e da lui ho preso questa tendenza al neorealismo e al verismo sfrenato. Però a differenza di lui  che arriva a prendere interpreti non professionisti io alla mia opera prima non me la sono sentita di osare tanto anche se poi alla fine la bambina (Marta Castiglia, ndr) era alla sua prima esperienza seppur avendo fatto qualche anno di teatro. L’intenzione è stata quella di ricercare il  neorealismo di Scimeca. Di Crialese amo i temi che affronta e anche il paesaggio. In realtà i film che hai citato sono i miei preferiti tra quelli da lui realizzati.

Per finire ti chiedo del tuo film del cuore.

E’ una domanda difficilissima a cui rispondere. Posso dirti che quando ero piccolo ha avuto un fortissimo impatto su di me Nuovo Cinema Paradiso per ragioni ovvie. Si tratta di un film di facile comprensione, accessibile al pubblico e soprattutto per un siciliano è di forte richiamo per via dei posti che conosco molto bene. Non è il mio preferito ma è il primo che mi ha spinto all’idea di fare il regista. E’ lui che mi ha trasmesso il fascino di fare cinema.

    

  • Anno: 2020
  • Distribuzione: Satine Film Italial
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: 95
  • Regia: Paolo Licata
  • Data di uscita: 05-March-2020