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CONVERSATION

Non odiare. Una conversazione con Mauro Mancini: Il sangue è dello stesso colore per tutti gli uomini

Non odiare racconta racconta la contemporaneità attraverso il percorso esistenziale di personaggi alla ricerca della propria identità

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Non Odiare di Mauro Mancini, presentato in anteprima alla 35 edizione della Settimana della Critica di Venezia, racconta alcuni dei temi più brucianti della nostra contemporaneità attraverso il percorso esistenziale di personaggi alla ricerca della propria identità. Di seguito la conversazione con il regista del film.

 

Non odiare si presenta con un titolo che in qualche maniera ricorda l’incipit dei dieci comandamenti. Volevo chiederti se tale caratteristica era anche una maniera di corrispondere in senso archetipo a una storia che si rifà a sentimenti atavici dell’esistenza umana; mi riferisco a questo anche perché il film rinuncia alla spiritualità istituzionale mettendone in scena una di tipo laico che appartiene a tutti, credenti e non.

È un punto che hai toccato questo che mi sta particolarmente a cuore perché di sicuro il titolo rimanda in qualche modo a un possibile nuovo comandamento laico che ci riguarda tutti, e sul quale sarebbe auspicabile riflettessimo in maniera più frequente poiché in qualche misura una volta assecondata questa prescrizione  ogni cosa ne seguirebbe quasi di conseguenza; penso a quello   relativo al non uccidere per esempio o ad altri che hanno a che fare con questo tema. Per quanto riguarda la spiritualità di tipo laico sicuramente è un punto su cui abbiamo dibattuto molto con lo sceneggiatore Davide Lisino durante le stesure della sceneggiatura perché in qualche modo il nostro personaggio suggeriva proprio questo. Nel suo percorso esistenziale infatti Simone Segre interpretato da Alessandro Gassman-compie un percorso di riscoperta della propria spiritualità e del suo essere ebreo. Il fatto che vada nella sinagoga subito dopo che il piccolo Paolo, il fratello di Marcello, gli fa quella domanda sulle sue origini ne è la testimonianza. Anche la sua incapacità di riconoscere i giudei, come li chiama in maniera violenta Marcello, è una spinta a riconoscersi come tale e quindi ad andare nell’unico posto in cui può ricercare e approfondire le sue origini. Si tratta di un lento avvicinamento che incomincia dopo il pestaggio e che ha le sue premesse allorché Marcello nella scena del molo minaccia Simone in quanto ebreo. Probabilmente prima di questo evento nessuno gli aveva mai puntato il dito contro identificandolo e additandolo nella maniera in cui fa il ragazzo.  Di certo dopo il pestaggio lui per la prima volta capisce che cosa ha passato il padre. Seppur in misura diversa la violenza subita viene per la prima volta associata alle sue origini semite avvicinandolo alle sofferenze sofferte dal genitore durante l’Olocausto. Questo è il motivo che lo spinge a prendere il candelabro ebraico dalla casa del padre per portarselo nella sua, segnalando a se stesso e allo spettatore che rivendicando le sue origini non ha più paura di essere riconosciuto in quanto tale.  Venendo poi alla spiritualità di tipo laico questa è stata una scelta  volta a far si che in essa si potesse riconoscere un numero più alto di persone perché anche chi come me non ha matrice ebraica non ha difficoltà a capire il processo mentale compiuto da Simone. Parliamo di consapevolezze che nulla hanno a che fare con la religione ma riguardano appunto la spiritualità.

Vorrei rimanere ancora sulla corrispondenza esistente tra il significato del titolo e la natura della storia. Nell’esprime la negazione di un sentimento Non odiare rispecchia come meglio non si potrebbe il fatto che a essere protagonisti sono i sentimenti dei personaggi e dopo la loro storia.  Inizialmente di Simone Segre non conosciamo altro che il sentimento di ostilità nei confronti dell’uomo che in quanto medico sta soccorrendo. Lo stesso accade anche in seguito poiché gli aspetti biografici della sua vita rimangono in parte oscuri e comunque sempre in secondo piano rispetto ai cambiamenti del suo stato d’animo. Non odiare dal punto di vista della forma è innanzitutto un thriller dell’anima e dei sentimenti.

Si, assolutamente. Ovviamente sapevamo di trattare un argomento delicato perché la cronache di oggi ci dicono come il tema in questione sia non solo attuale ma anche una ferita ancora aperta. Quando abbiamo iniziato a scrivere il film e cioè cinque anni queste manifestazioni di odio e di violenza non erano all’ordine del giorno come lo sono adesso. Non odiare sicuramente si pone a metà strada tra due universi opposti e nel farlo costruisce i personaggi evitando di giudicarli ed è questo a far scaturire quella base di realismo e di verità di cui parlavi prima. Non volevamo fare un film a tesi perché penso che questo tipo di operazioni risultano poco efficaci . Quello che ci interessava fare in realtà non era dare delle risposte perché non c’è le abbiamo e probabilmente nessuno ha soluzioni concrete a questo tipo di problema ormai diventato sempre più quotidiano. Volevamo però suscitare una riflessione, stimolare delle domande, aprire delle questioni. Ovviamente io le mie piccole risposte le ho ma non sono interessanti ai fini dell’opera. Penso che un cinema che spinga a riflettere e a farsi domande anche dure e urticanti possa far molto meglio alla società e al pubblico rispetto invece a film rassicuranti, pronti a dirti  chi sono i buoni e chi i cattivi. Purtroppo gli essere umani spesso non sono né uno ne l’altro ma sono se stessi, quindi spinti ad agire dal pregiudizio e dalla fede ove per essa intendo non quella cattolica o religiosa ma un credo ideologico di qualsiasi natura. In qualche modo siamo sempre indotti all’ errore e la cosa probabilmente più importante che possiamo fare è cercare di riconoscere i nostri errori per provare a cambiare percorso. Questo cercano di fare i personaggi di questo film: a un certo punto tutti riconoscono che c’è un errore – per così dire – sistemico nelle loro vite e cercano di combatterlo. Non di azzerarlo perché è abbastanza difficile riuscirci, però di combatterlo, di iniziare una nuova vita sapendo che ci sono stati degli errori di valutazione e di appartenenza a qualcosa che poi alla fine probabilmente non è così importante e centrale. Questo succede perché siamo circondati dalle ideologie e dai fanatismi da esse generate.

In effetti quello che dici lo si vede in maniera concreta perché il percorso psicologico dei protagonisti è tutt’altro che lineare ma invece molto complesso. Marika ad esempio pur facendo da punto di equilibrio tra i due antipodi rappresentati dagli universi di Simone e Marcello è anche lei corrotta dal pregiudizio del luogo comune. Lo vediamo quando a un certo punto incolpa gli extracomunitari di colpe che non hanno. Lo fa senza ragionare ma spinta da una reazione istintiva.

È un tranello in cui tutti probabilmente cadiamo perché se ci pensi anche soltanto quando uno va sull’autobus sceglie accanto a chi mettersi per pregiudizio, per quotidianità, per una cosa che ci è stata instillata goccia dopo goccia. Ogni volta è come se dovessimo fare un reset per cercare di  eliminare qualsiasi pregiudizio stupido che ci portiamo dietro per cultura, per provenienza, per bagaglio culturale. Alcuni ci riescono meglio, altri peggio. Ciò non toglie che Marika sia il personaggio centrale di questo film perché riesce a portarsi addosso il dolore di tutti e due.

Proprio centrale, letteralmente centrale.

Assolutamente, è forse il personaggio più complicato che c’è da interpretare e Sarà Serraiocco devo dire che è stata veramente formidabile. Lei aveva già dimostrato in altri film di avere quelle tinte, quei colori, quelle sfumature ma in questo mi sembra sia andata ancora più in profondità rispetto al personaggio non all’interpretazione. Ha capito Marika nella sua intimità  dunque per lei farlo è stato quasi naturale. Hai detto bene tu, Marika è il punto di incontro di quei due mondi ma essendolo fatica mortalmente a districarsene e quella cosa che dice, quella piccola battuta che tu hai colto, è una frase che io sento spessissimo in giro. Sapevamo sarebbe potuto sembrare retorica però non è così perché appartiene alla nostra quotidianità e fa male vederla attribuita  a questi o a quegli altri senza sapere come stanno le cose e per il solo pregiudizio verso una determinata categoria di persone.

È un riflesso incondizionato.

Esatto, ed è proprio questa l’idea che volevamo trasmettere. Anche lei quando è sull’autobus fa un micro spostamento perché accanto a lei c’è una persona di colore. Non è una cosa grossa ma comunque il segnale di un fastidio che non avrebbe avuto se accanto a lei avesse coi fosse stata una persona della sua stessa razza. È proprio questa abitudine che dobbiamo andare a rompere come pure l’indifferenza che ne deriva. Erigiamo continuamente muri senza che nessuno ci faccia più caso. Guarda quello che è successo con il Covid: nelle prime settimane di emergenza sembrava che le difficoltà ci potessero unire invece un mese dopo  eravamo gli uni contro gli altri nella ricerca dei colpevoli, prendendocela con i gialli, i neri e cosi via. Dire che siamo tutti esseri umani può essere banale ma non lo è perché ci dimenticato di metterne in pratica l’assunto.

Si, è la banalità del male.

Ho fatto un film che si intitola Non odiare perché vorrei che prima di giudicare, prima di parlare provassimo noi a metterci nei panni dell’altro, per comprendere le ragioni di tutti. E’ facile individuare il nemico e abbatterlo, molto più complicato invece  è instaurare un dialogo con chi la pensa diversamente da noi. Spesso non ci si riesce ma ciò non toglie importanza al tentativo di farlo. Se ci pensi i personaggi non dicono che si capiscano ma di certo si avvicinano solo nel momento in cui cercano un piccolo dialogo: e questo è già un piccolo passo. Pensa alla scena dei guantoni: il terreno comune avvicina Marcello a Simone. Poi è  vero che quest’ultimo potrebbe rivelare al ragazzo quello che ha fatto ma non lo fa. Il personaggio di Alessandro è complesso anche per il fatto di tenere per se un segreto che può divorare l’anima. Cosa che in qualche maniera succede.

Parlavamo di un thriller dei sentimenti e mi pare che la forma delle immagini confermi quest’ultima affermazione attraverso il tipo di riprese: spesso la mdp dà l’impressione di spiare il protagonista da una postazione occulta e nella maniera con cui Simone fa con gli altri. Non odiare è una storia in cui l’evoluzione dei protagonisti passa attraverso la presa di coscienza di se e degli altri. I personaggi compiono un percorso che li porta alla riscoperta della propria identità.

Sicuramente c’è la riscoperta della loro identità, di tutti i personaggi e non soltanto di Simone. Questa è una cosa su cui abbiamo lavorato proprio tanto e che li accomuna. Essendo tutti esseri umani  ci deve essere per forza qualcosa che li lega gli uni agli altri. Per quanto riguarda invece i punti di vista della mdp si è trattato di una cosa voluta per mettere lo spettatore nella posizione di vantaggio rispetto ai segreti della storia. Il pubblico infatti è l’unico a sapere quello che ha commesso Simone e questo favorisce l’immedesimazione con il personaggio. D’altro canto lo spettatore ha delle prospettive sconosciute al protagonista. Penso ad esempio alle pochissime riprese dall’alto in cui in qualche modo segnalo la presenza di uno sguardo del mondo su di loro, dunque un punto di vista oggettivo che riflette sul perché delle cose che avvengono e sul fatto che non siamo così centrali rispetto a esse. E qui veniamo a quanto dicevi a proposito della posizione della mdp, pronta a spiare insieme allo spettatore dentro le vite dei personaggi. A questo proposito mi viene in mente la sequenza della caserma quando lui è pronto a denunciare Marcello: a livello di regia tutta la prima parte è inquadrata fuori dalle sbarre, mentre quando lui decide di non farlo sposto la mdp all’interno, creando una sorta di prigione attorno alla figura di Simone per sottolineare come da li in poi lui stia andando a ingabbiarsi in un meccanismo poi sarà difficile da scardinare. C’era poi l’intento di rendere palese l’esistenza di un osservatore onnisciente, ovvero di uno spettatore che sa qualcosa in più rispetto al protagonista ma che si limita a vederne le azioni senza giudicarle.

Fai la stessa cosa quando lui entra nella casa del padre, con la mdp pronta a imprigionare Simone in una sorta di gabbia che rimanda alla condizione psicologica di quel momento: da una parte infatti si rileva la presenza di uno sguardo altro rispetto a quello del protagonista, dall’altra dai la sensazione della maniera in cui il protagonista stia per rimanere coinvolto nel passato della sua famiglia e in particolare di quello del padre.

Esatto, questo succede alto due o tre volte nel corso del film. Per esempio quando riprendo Simone da dentro la gabbia del cane per dare forza al fatto che lui rimane è esente dalla condizione in cui invece si trova l’animale che lui sta lasciando li e che è davvero l’unico innocente del film. In merito c’era una battuta che poi abbiamo tolto nell’intento di asciugare il possibile il filmare privilegiare una versione più asciutta. Il concetto era che nessun cane nasce cattivo ma lo diventa se trova un padrone che gli insegna a esserlo. Nella parte che abbiamo eliminato Simone portava il cane in un centro di addestramento al fine di calmarne l’aggressività.

La presenza del cane provoca un corto circuito di senso che in realtà aiuta a comprendere l’evoluzione di Simone perché praticamente all’inizio l’aggressività dell’animale ostacola il processo di conoscenza di Simone impedendogli di entrare nella casa del padre. Il cane però è anche un pastore tedesco è cioè uno degli strumenti di repressione usato dalle SS. Il rapporto d’amicizia instaurato da Simone con l’animale è in qualche maniera foriero dell’avvicinamento tra il protagonista e Marcello, anche lui come in qualche modo il cane, legato all’ideologia nazista.

Questa è una cosa che tu hai colto ma non è volontaria. E’ una bella associazione e di sicuro ho scelto quel cane perché come hai detto era la razza che veniva maggiormente utilizzata nei campi di concentramento per intimorire e sorvegliare. È quindi un rimando a quell’abominio e se ci hai fatto caso la persona che lo tiene fermo quando Simone lo vede per la prima volta rimane in silenzio ma indossa comunque degli stivali alla maniera degli aguzzini tedeschi. Con i costumi e con la scenografia abbiamo cercato di dialogare con un mondo di immagini che conosciamo e abbiamo studiato a fondo attraverso film e documentari. Questo rimando c’è poi anche nella casa del padre: l’accumulo seriale di oggetti da parte del genitore ricorda quello che noi possiamo vedere visitando un campo di sterminio in cui si ritrovano le cose tolte ai prigionieri tra cui non figuravano solo gli ebrei ma anche zingari, omosessuali, disabili e altre minoranze. Questo rimando iconografico all’immaginario di quel mondo esiste. Abbiamo cercato di metterlo in scena ma non sempre arriva. Il fatto che con te sia successo mi rende molto contento.

Pur con una narrazione da cinema classico, quindi molto concreta e anche coerente dal punto di vista degli snodi narrativi e nell’evoluzione delle psicologie, Non odiare riesce a essere altrettanto efficace quando si tratta di allusioni e di rimandi. A proposito della ricomposizione tra vittime e carnefici questa viene suggellata dallo trasfusione di sangue con cui Simone salva la vita a Marcello. 

Quella è una delle sequenze più forti del film perché impossibile da prevedere e invece Simone con quella scelta rimedia all’errore iniziale. A Marcello che non vorrebbe accettare il suo aiuto risponde: “allora muori, se tu non lo vuoi il mio sangue l’alternativa è questa. Decidi che cosa vuoi fare”. Questo scambio di battute è il più potente di tutto film. In più è necessario perché ovviamente rimanda alle parole di Shakespeare che in una delle sue opere afferma che il sangue è dello stesso colore per tutti gli uomini.

Mi sembra anche che questa scena proponga anche una evoluzione della storia data dal superamento dell’antagonismo tra i due contendenti. Non odiare sottolinea un fatto molto importanti: innanzitutto che le contraddizioni esistono da ambo le parti perché sia Simone che Marcello scoprono che anche all’interno della rispettive comunità ci sono cose che non vanno. Se per Simone i problemi derivano dal cattivo rapporto con la figura paterna anche Marcello vive l’amarezza della delusione scoprendo che l’amico del genitore è tutt’altro che solidale con la sua famiglia. Da una parte  questo conferma il percorso parallelo compiuto da Simone e Marcello, dall’altra fa sorgere la consapevolezza che per entrambi il nemico non è solo cambiato ma che si trova al di fuori dell’antica dialettica.

Assolutamente si. Di sicuro i nemici non dovrebbero figurare tra gli esseri umani come dimostra ai nostri giorni la mortalità diffusa dalla pandemia. Dovremmo essere uniti contro qualcos’altro e non  in guerra tra di noi.  Mi sembra una follia non essere ancora riusciti a capire questa cosa. Purtroppo la storia si ripete e l’odio si perpetua. È un dato di fatto, non è una cosa che abbiamo messo in scena noi. Questo avviene continuamente, non ne capisco la matrice, non riesco ad afferrarla ma è un dato di fatto. L’odio si tramanda di generazione in generazione e riguarda anche cose banali che si verificano all’interno delle famiglie, tra cugini e parenti. Il pensiero più bello che ci hanno rivolto in questi giorni di lunghe interviste è stato quello di aver realizzato un film senza retorica.

Non odiare pur affrontando due questioni cruciali come quella dell’antisemitismo e del neonazismo riesce comunque a evitare ogni retorica e secondo me fa di questi temi non tanto un approfondimento storico sociologico ma la base su cui costruire le credenze dei vari personaggi.

Non odiare non è un film sul nazismo e sul neonazismo, al massimo sui loro effetti. Volevo fare un film sui sentimenti esplorandoli nelle contraddizioni che producono. Anche nel secondo film che stiamo scrivendo andremo a scavare in modo completamente diverso in questo grande tema perché noi siamo mossi dalle nostre contraddizioni e non potrebbe essere altrimenti. Tu hai detto bene, tutti e due ne hanno di molto forti, le innescano e se vuoi, quasi le coltivano.

Nella sceneggiatura l’antisemitismo e il neofascismo entrano in gioco soprattutto quando si tratta di  costruire le credenze dei vari personaggi, quelle da cui nasce la separazione, il confronto e la violenza.

Non odiare parte dall’odio antisemita e cioè da un’ostilità   nei confronti di un determinato numero di persone ma poi cerca di allargarsi a una riflessione a trecentosessanta gradi sulle radici della nostra intolleranza inducendo lo spettatore a porsi delle domande rispetto al proprio modo di essere. Quando parli di credenze individui uno dei nostri scopi ovvero il tentativo di scardinarle. Di esse ne siamo impregnati e ci muoviamo in base a quello. Forse se riuscissimo in qualche modo a superarle si potrebbe cominciare a dialogare un po’ meglio. Questo è quello che voleva dire il nostro film. Certo, con piccoli passi perché poi come hai visto il finale non è completamente rassicurante come d’altronde non lo è il mondo in cui viviamo. Dopo aver raccontato tutto il film con quel tono finire con un happy end non era corretto ne dal punto di vista narrativo ne drammaturgico. Soprattutto non lo era a livello di rigore morale.

L’asciutezza drammaturgia di cui si parlava appartiene tanto alla scrittura quanto al montaggio. Quest’ultimo è addirittura spiazzante nella sequenza conclusiva, quella in cui di colpo ritroviamo i personaggi separati. Nella sequenza in questione sono le immagini e non le parole a farci capire il fuori campo perché tu scegli di non far parlare i protagonisti.

Per quanto riguarda il finale non volevo un film che culminasse con un climax a cui siamo più abituati e cioè con una conclusione rassicurante. Per il montaggio ho avuto un colpo di fulmine a livello professionale per Paola Freddi, montatrice straordinaria e di grande esperienza e sensibilità: lei ha capito perfettamente il film e il rigore con cui avevo affrontato le riprese. Come sai il montaggio di un film è centrale per la sua riuscita perché se sbagli qualcosa ne va di mezzo la resa generale. Quindi in qualche modo mi sono lasciato prendere per mano e guidare da Paola anche perché essendo il mio primo film avrei rischiato di commettere degli errori di inesperienza. Diciamo che la scrittura era molto vicina al montaggio. Lei ha aggiunto delle trovate molto belle alle quali ho detto sì perché mi sembravano in linea con la sceneggiatura, quasi fossero state scritte fin dall’inizio. Tu sai che nel corso dell’editing sposti una scena mettendola prima di un’altra e tutto diventa più comprensibile; anche a te che l’hai scritto. L’anti climax della sequenza finale è costruito sul passaggio temporale della scena precedente, quella in cui vediamo i personaggi insieme per l’ultima volta. L’ellissi supera quel momento portandoci dapprima nel bosco dove ritroviamo Simone con indosso vestiti invernali e poi nell’officina in cui Marcello con i capelli non più rasati lavora insieme a un ragazzo di colore. C’è quindi una parvenza di cambiamento o meglio un inizio di scollamento dal mondo precedente. Come hai notato non parlano a meno di un piccolissimo dialogo tra Marika e Paolo. Lasciare spazio alle immagini piuttosto che alle parole è stata una scelta fortemente voluta.

A proposito di immagini, il campo lungo dove vediamo Simone immerso nel paesaggio naturale mi sembra esplicativo: l’armonia della composizione lascia intendere un percorso esistenziale ancora in corso ma certamente più chiaro, forse un po’ più sereno.

Si, un po’ più chiaro o quanto meno diciamo che lui ha maturato qualcosa rispetto agli errori fatti in passato e in merito all’istinto che lo ha portato a sbagliare in apertura della storia. E’ vero che Simone ci pensa un po’ prima di slacciare quella cintura però in quel momento  ci sono tutta una serie di cose che ti rivengono a galla e non c’è tempo per pensare: si tratta di una questione di secondi, di attimi. Slacciare prima o dopo la cintura può significare salvare una vita oppure no. Per me quella scelta è fatta in maniera istintiva, come se uno fosse in guerra e si ritrova il nemico difronte e deve decidere se sparare o no.

Mi dicevi di aver iniziato a scrivere il film cinque anni fa?

Sì, abbiamo iniziato a pensarlo a quell’epoca.

Parlando di riferimenti cinematografici volevo chiederti se in fase di preparazione hai visto  Le mele di Adamo e sopratutto The Believer che degli argomenti da te trattati sono due opere illuminanti?

Non lo so se sono dei riferimenti, di sicuro li conosco entrambi. The Believer me l’ho portò nel cuore perché è un film che attraversa la contraddizione umana con una potenza molto forte ma non posso dire che mi ci sia ispirato perché mentre scrivevamo Non odiare  io e lo sceneggiatore non non ci siamo preparati attraverso la visione di altre opere. Pensando a possibili modelli oggi ti posso citare anche American History X, opera che ha segnato in qualche modo il mio percorso di formazione rispetto a questo tema come anche The believer e L’odio. Detto questo la mia è anche una formazione molto distante da questo tipo di pellicole.

Parliamo di quella e del cinema che ti piace?

Sicuramente ho una formazione da autodidatta, non ho fatto scuola di cinema. Ho iniziato a fare questo lavoro nel 2004/2005 lavorando anche nella produzione e in altri reparti oltre a quello registico. Nel 2005 ho fatto il mio primo corto intitolato Il nostro segreto, una storia d’infanzia molto leggera che non ha niente a che vedere con questo film. Da li è iniziato il mio percorso sul campo, sviluppato in parallelo con dei lavori nel mondo della pubblicità, fatti come molti miei colleghi soprattuto per sopravvivere ma risultati poi assai formativi. E’ stato li che ho avuto un incontro centrale per la mia crescita anche personale, collaborando con la fondazione Telethon attraverso la realizzazione di diversi cortometraggi aventi come tema le malattie genetiche rare. Si trattava di mini documentari, quattro di questi realizzati assieme a Rai cinema e con Mario Mazzarotto poi diventato il  produttore di Non odiare. Prim’ ancora, nel 2009, c’era stato Feissbum, commedia leggera di cui conservo un bellissimo ricordo. Questo per dirti che il mio è stato un lento avvicinamento a questo tipo di cinema che è molto diverso rispetto a quello che avevo fatto prima. Le mie influenze sono in realtà molto distanti dai miei lavori.  Io mi sono formato con il cinema di Ernst Lubitsch e Hitchcock e Rossellini. C’è poi Walter Hill di cui rivedo sempre con piacere i film, senza dimenticare la predilezione per le prime opere di Steven  Spielberg. Tra gli italiani io ho nel cuore Elio Petri uno di quelli che fatichiamo a far emergere come un maestro assoluto e invece lo è per il rigore del suo cinema in cui proponeva film molto diversi uno dall’altro ma sempre con un approccio molto forte e diretto.

In un cinema classico come il tuo i personaggi e ala qualità delle interpretazioni diventano fondamentali. In questo senso la tua direzione è impeccabile nel valorizzare le performance dei tuoi attori. La curiosità è quella di conoscere come ti sei trovato con loro e che tipo di direzione hai adottato? 

Di sicuro una cosa su cui ho sempre curato fin dai primissimi lavori è proprio la direzione degli attori. Amo stare con loro, parlargli e sviscerare a livello psicologico i loro personaggi. Alessandro Gassman e Sara Serraiocco li avevo già in mente in fase di scrittura. È stata una cosa molto curiosa perché poi l’avvicinamento con loro è stato differente. Quando ancora non avevamo un produttore dicevo che mi sarebbe piaciuto lavorare con Gassman perché secondo me ha questi toni di cui il pubblico ancora non riesce ad accorgersi e che invece in Non odiare ha tirato fuori.  L’avevo visto in alcuni film in ruoli più piccoli di questo qui: penso a I nostri ragazzi e anche nel suo primissimo film che era Il bagno turco in cui aveva un tono che era più vicino a questo. Pensavo a lui per tanti motivi: uno era perché lo ritenevo in grado di mettere in scena in maniera credibile un iter come quello di Simone; l’altro era che volevo rompere lo stereotipo cinematografico per cui siamo abituati a vedere personaggi ebrei smilzi e con il naso adunco, così come proposti nei film americani. A me serviva un uomo che fosse prestante per via del suo passato sportivo. Quindi sia a livello di presenza scenica che di qualità recitative Alessandro è stato subito perfetto. Quando ci siamo incontrati mi ha detto: “ho amato molto la tua sceneggiatura soprattutto perché è scarna di parole. Se riesci fammi parlare ancora meno”. Fui felice di scoprire che anche lui voleva andare in quella direzione. Non è così scontato che un attore abbia desiderio di parlare poco, anzi. Il lavoro di sottrazione riguardava  anche le immagini che non volevo frutto di uno stile evidente. Da quel punto di vista desideravo un film rigoroso e come hai  hai detto tu, classico. Ad Alessandro dicevo sempre una cosa: “Ale, dobbiamo essere più svedesi” e questo era un modo per mantenerci tutti all’interno di quello che volevamo fare. Gassman non è un attore che ha bisogno di molte indicazioni, capisce subito ciò che desideri e te la restituisce. Il confronto era a volte rapidissimo e spesso i primi ciak erano quelli buoni. Parlando di Sara, lei i toni di Marika c’è l’ha da sempre avendolo dimostrato in film come La ragazza nel mondo e Cloro.

Con Luca Zukic è stato un percorso lunghissimo perché con lui ho  lavorato due mesi prima delle riprese per cercare di scardinare la visione che hanno i giovani a proposito di un tipo di recitazione all’americana che tale non è. Volevo che fosse un vero personaggio, capace di calarsi nel profondo dolore vissuto da Marcello. Quello che mi ha colpito quando ho fatto il provino è stato proprio questa grande fragilità celata dietro una presunzione e spavalderia tutta giovanile. Lui è arrivato al provino con i capelli biondo platino, scarpe da ginnastica e vestito da rapper. Quando l’ho preso la prima cosa che ho fatto è stato tagliargli i capelli e cambiare il vestiario. Poi gli ho fatto indossare degli stivali che sono quelli che utilizza nel film perché volevo che il suo passo si adeguasse alla pesantezza di quegli anfibi.  Gli ho fatto fare un po’ di palestra per cercare di renderlo più tonico; non più grosso perché anche lì volevo scardinare questo stereotipo e rendere Alessandro, cioè il perseguitato,  più possente del suo carnefice. Credo che sia una cosa interessante il fatto che lui sia magro, smilzo e guizzante mentre Alessandro è quello più prestante.

Con tutti loro ho esplorato i sentimenti cercando di capire da dove arrivavano come dovevano finire nelle scene che stavo per girare. A tavolino ci mettevamo a fare delle piccole prove prima di andare sul set e la cosa ha funzionato molto bene. Luca come sai che ha preso il premio rivelazione a Venezia, Alessandro il premio Pasinetti ed è una cosa che mi riempie di orgoglio perché i personaggi in questo film sono quelli che emergono con più forza, quindi quel lavoro lì ha pagato in qualche modo.

GUARDA IL TRAILER DI NON ODIARE

  • Anno: 2020
  • Durata: 96
  • Distribuzione: Notorius Pictures
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia, Polonia
  • Regia: Mauro Mancini
  • Data di uscita: 10-September-2020