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Cult

‘Hellraiser’ – l’inferno non punisce, mantiene le promesse

Il momento del cinema che da l'origine al godimento del dolore.

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Hellraiser, scritto e diretto da Clive Barker nel 1987, è uno degli horror più radicali e influenti del cinema contemporaneo. Tratto dal racconto The Hellbound Heart, il film introduce un immaginario in cui il confine tra piacere e dolore viene deliberatamente cancellato. Diventato rapidamente un cult e punto di riferimento del body horror, Hellraiser ha ridefinito l’idea stessa di mostro, trasformandolo in un funzionario dell’estremo e lasciando un segno indelebile nella storia del genere.

L’opera ha portato ad un francise di oltre 10 film in 30 anni, ed un reboot su Hulu 

Il dolore come linguaggio

Hellraiser è uno di quei film che non cercano di piacere, e proprio per questo restano. Un’opera ed un autore che adattava se stesso senza chiedere permesso a nessuno, il film si colloca in un punto preciso e scomodo del cinema horror: quello in cui la paura non nasce dall’esterno, ma da un desiderio portato alle estreme conseguenze. Non c’è fuga, non c’è redenzione, non c’è ironia consolatoria. C’è solo una porta aperta. E qualcuno che ha deciso di varcarla.

Barker non gira un horror nel senso classico del termine. Hellraiser è un film sul corpo come territorio di scambio, sul piacere che smette di essere esperienza e diventa sistema, sul desiderio che, una volta assolutizzato, chiede il conto. La famosa scatola non è un McGuffin: è un contratto. Non promette nulla che non mantenga. E non punisce nessuno che non abbia chiesto esplicitamente di essere punito.

La regia è ruvida, teatrale, quasi ostinata. Barker non cerca eleganza, cerca insistenza. La macchina da presa indugia sui corpi, sulle ferite, sui materiali organici con una lentezza che oggi sarebbe impensabile. Non c’è compiacimento, ma nemmeno distanza. Il film ti obbliga a guardare perché il suo orrore non è improvviso, è strutturale. È lì dall’inizio, come una macchia che si allarga.

E poi ci sono loro, i Cenobiti. Non mostri, non demoni, non antagonisti nel senso narrativo classico. Sono funzionari. Tecnici dell’estremo. Figure che non giudicano, non urlano, non si agitano. Pinhead, in particolare, entra nella storia del cinema horror non per carisma istrionico, ma per controllo. È calmo, educato, quasi cortese. Il vero orrore non è ciò che fa, ma il fatto che per lui sia normale.

Il desiderio come condanna

Il cuore del film, però, non sta nell’iconografia ormai mitologica, ma nella sua morale distorta e lucidissima. Hellraiser non parla di colpa, parla di scelta. Non esiste vittima innocente, solo desideri non negoziabili. Frank non è punito perché è cattivo, ma perché ha voluto troppo. E Julia, forse il personaggio più interessante del film, incarna un’idea ancora più disturbante: l’amore come complicità attiva nel male, non per debolezza, ma per lucidità.

Rivisto oggi, Hellraiser colpisce per quanto sia poco conciliatorio. Non spiega, non alleggerisce, non ammicca. È un film che prende sul serio il proprio immaginario e pretende che lo spettatore faccia lo stesso. In un panorama horror sempre più addomesticato, resta un’opera radicale, sporca, filosoficamente scomoda.

Non è un film perfetto. Gli effetti speciali portano addosso il tempo, alcune soluzioni narrative sono più suggerite che risolte. Ma sono difetti che diventano carattere. Hellraiser non invecchia perché non appartiene a una moda, ma a un’ossessione precisa: cosa succede quando il desiderio smette di avere limiti?

La risposta di Barker è semplice e feroce:
“non succede l’inferno.
Succede qualcosa di peggio.”

Succede che ottieni esattamente ciò che hai chiesto.

Hellraiser è disponibile qui, su Amazon Prime video

Hellraiser

  • Anno: 1987
  • Durata: 94 minuti
  • Distribuzione: New World Pictures
  • Genere: Horror, Body horror
  • Nazionalita: Regno Unito
  • Regia: Clive Barker
  • Data di uscita: 18-September-1987