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‘La casa dalle finestre che ridono’: Cinquant’anni di horror contemporaneo

In occasione del suo cinquantesimo anniversario, torna al cinema il cult di Pupi Avati che ha riscritto le regole dell'horror italiano degli anni Settanta.

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La casa dalle finestre che ridono

In un isolato paese della bassa pianura emiliana, un antico affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano, custodito in una sperduta chiesa di campagna, scoperchia un vaso di Pandora dai contorni inquietanti.

Il giovane restauratore Stefano arriva sul posto per riportare l’opera al suo antico splendore. Ma, lavorando sull’affresco, sviluppa una crescente ossessione per il suo autore: Bruno Legnani, il misterioso “Pittore delle agonie“, un artista mentalmente instabile, morto anni prima in circostanze mai del tutto chiarite. Di lui rimane un ultimo, enigmatico lascito: una dimora isolata, nota come La casa dalle finestre che ridono, le cui imposte furono dipinte dallo stesso Legnani con colori sgargianti, trasformandole in una teoria di labbra sorridenti, un’immagine grottesca e profondamente perturbante.

La paura nei segreti di una comunità

Intorno a Stefano, il paese sembra immerso in una sonnolenza irreale, un torpore che cela un’atmosfera sempre più opprimente e sinistra. Ben presto il restauratore scopre che la vicenda di Legnani nasconde verità indicibili e che la memoria della comunità è attraversata da un segreto mai davvero sepolto. Mentre il confine tra ossessione e follia si assottiglia, Stefano viene trascinato in un incubo che affonda le proprie radici nei lati più oscuri della provincia emiliana, dove il passato continua a reclamare le proprie vittime.

In questa prospettiva, il martirio di San Sebastiano assume il ruolo di autentico fulcro simbolico dell’opera. Il santo trafitto dalle frecce diviene al tempo stesso alter ego di Bruno Legnani, emblema delle sue vittime e riflesso dello stesso Stefano, che attraverso il restauro instaura un rapporto di progressiva simbiosi con il dipinto e con la comunità che lo circonda. Da semplice osservatore, il restauratore si trasforma gradualmente in parte integrante di un rituale che attraversa le generazioni, fino a diventare l’ultimo anello di una lunga scia di sangue mai realmente interrotta.La casa dalle finestre che ridono

L’innovazione di Avati nel panorama horror anni Settanta 

La pellicola di Avati si inserisce in un contesto molto particolare per il genere horror, poiché esce in un periodo dominato da racconti caratterizzati da una forte connotazione sociale e politica. Allo stesso tempo, il film rientra pienamente nella tradizione del gotico padano, ossia quella corrente del cinema horror che ambienta le proprie storie in contesti rurali e periferici, lontani dalle grandi città.

La casa dalle finestre che ridono rappresenta un vero e proprio fulmine a ciel sereno in un momento in cui l’horror ha ormai spostato il proprio sguardo verso ambientazioni urbane. Questa trasformazione prende forma già nel 1968 e nel 1969, in piena rivoluzione sociale e cinematografica alimentata dalla New Hollywood, grazie a due opere fondamentali come Rosemary’s Baby di Roman Polanski e La notte dei morti viventi di George A. Romero.

Vedere una possessione demoniaca all’interno di un appartamento simile ai nostri o assistere al ritorno dei morti in un ambiente urbano e apparentemente “civilizzato” risulta così molto più inquietante rispetto ai classici racconti ambientati in castelli o dimore infestate, come accade nelle opere di Mario Bava o nelle produzioni della Hammer. Nel corso degli anni Settanta il genere esplode definitivamente con l’arrivo di classici come Non aprite quella porta di Tobe Hooper, L’ultima casa a sinistra di Wes Craven e Zombie di George A. Romero, senza dimenticare il contributo del cinema italiano con Profondo rosso di Dario Argento e opere come Zombi 2 e L’aldilà di Lucio Fulci.

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La campagna come anfiteatro del terrore

In questo panorama si colloca La casa dalle finestre che ridono, un’opera che riesce a fondere elementi dell’horror classico con quelli del cinema dell’orrore moderno. Da un lato recupera la dimensione gotica del genere, facendo dell’ambientazione uno dei suoi maggiori punti di forza: la campagna emiliano-romagnola, tanto cara ad Avati, diventa uno spazio sospeso nel tempo, profondamente legato al folklore locale, alle tradizioni e ai costumi del territorio. In questo senso il film dialoga anche con la tradizione del folk horror, richiamando uno dei suoi capostipiti, The Wicker Man.

La casa dalle finestre che ridono

Un cult destinato a restare

Da questo scenario emergono i lati più oscuri dell’animo umano: il declino della fede, il desiderio di nascondere una realtà scomoda, l’ossessione per le immagini e la tendenza a ricercare la bellezza artistica perfino nella sofferenza. Tutti elementi che finiscono per alimentare un circolo vizioso destinato a sfociare nella follia.

A differenza dell’horror americano, che in quegli anni racconta gli orrori della società statunitense e le profonde contraddizioni del sogno americano, il cinema horror italiano cerca il perturbante nelle proprie radici culturali: nel folklore, nell’arte, nella religiosità popolare e nella memoria collettiva. È proprio in questo che Avati si distingue, dando vita a un immaginario profondamente italiano ma al tempo stesso universale, capace di resistere intatto anche a cinquant’anni di distanza.

Articolo scritto con la collaborazione di Vincenzo Buresta.

La casa dalle finestre che ridono

  • Anno: 1976
  • Durata: 106' min
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Horror, Thriller, Giallo
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Pupi Avati
  • Data di uscita: 13-August-1976