Mario Martone è il raffinatissimo regista di film come Morte di un matematico napoletano (1992), L’amore molesto (1995), Noi credevamo (2010), Il giovane favoloso (2014), Capri-Revolution (2018), Qui rido io (2021), Nostalgia (2022), capaci di coniugare analisi della Storia e un’introspezione psicologica che gli viene da una lunghissima carriera di regista teatrale.
Alla 20a edizione del SalinaDocFest ha presentato il suo ultimo film, Fuori (2025). Un’opera che supera l’idea di film biografico, diventando qualcosa di molto personale, intimo, all’interno della sua filmografia (e in quella di Valeria Golino, che alla costruzione di Fuori ha molto collaborato), guardando all’universo femminile in maniera delicata, ammirata. Un aspetto che emerge con evidenza è una visione affascinata delle donne ritratte: amiche, compagne, su cui si poggia lo sguardo della protagonista Goliarda Sapienza/Valeria Golino. Una bellezza splendente dal punto di vista fotografico anche nei corpi, di cui il regista sembra innamorarsi.
Per approfondire i vari temi di Fuori, abbiamo incontrato il regista Mario Martone.
Hai mai conosciuto personalmente Goliarda Sapienza?
Il mio incontro con lei è stato di carattere strettamente letterario. Ci fu molto rumore intorno alla pubblicazione di L’arte della gioia (1998), l’ho letto appena uscito. Poi l’ho riletto molti anni dopo, mentre con Ippolita Di Majo stavamo lavorando a Capri-Revolution (2018): degli aspetti del carattere di Modesta, la protagonista del romanzo di Goliarda Sapienza, sono andati a formare il nostro personaggio di Lucia. Personalmente, però, nei tantissimi anni in cui sono stato a Roma, frequentando i famosi salotti, dove c’erano intellettuali, artisti, eccetera, non l’ho mai incontrata e questo mi dice molto riguardo la sua posizione: era tenuta ai margini. È stato importante quando ho realizzato Fuori, perché ho cercato di trasmettere agli spettatori il senso di questo orbitare fuori dal centro delle chiacchiere intellettuali, dei giochi di piccolo potere. Questa assenza l’ho tenuta presente nel film.
Può essere che, quei salotti, Goliarda Sapienza li snobbasse a sua volta?
Io trovo che lei fosse, usando un termine che adoperava Pier Paolo Pasolini parlando di se stesso, «tollerata». Lei era anche una donna e questo fa una profonda differenza. Era tenuta ai margini perché scomoda. In realtà, questo è accaduto da un certo punto in avanti, perché è stata a lungo la compagna del regista Citto Maselli che, però, lei non ha mai voluto sposare, perché sua madre diceva che non bisognava sposarsi fino a che non ci fosse stato il divorzio. Quando l’amore con Citto Maselli è finito, ha sposato Angelo Pellegrino, che aveva 25 anni meno di lei e non apparteneva alla cerchia intellettuale. In quel periodo è pure andata in galera per aver rubato a una sua amica. A quel punto si è creata una distanza con tutti. C’è stata una frattura, proprio il momento che raccontiamo nel film.
Goliarda Sapienza ha vissuto molti momenti drammatici nella sua vita.
Sì, li ha anche raccontati in Il filo di mezzogiorno (1969), la storia della sua analisi, che inizia dopo l’annichilimento del settimo elettroshock a cui era stata sottoposta per il suo tentativo di suicidio. Era diventata praticamente un vegetale. Citto Maselli la tirò fuori dalla clinica per iniziare un percorso di analisi. Insieme ai ricordi di Valeria Golino che l’ha conosciuta, il film che volevamo raccontare veniva soprattutto da due romanzi che Goliarda Sapienza scrisse riguardo la sua esperienza in carcere: uno è L’università di Rebibbia (1983), l’altro Le certezze del dubbio (1987). Il primo racconta direttamente l’esperienza in carcere, il dentro; il secondo, il fuori, dove c’è il personaggio di Roberta, che nel film è interpretato da Matilda De Angelis. Per Fuori sottolineo lo straordinario apporto di Valeria Golino, un’attrice pensante, dotata non solo di eccezionali capacità attoriali, ma, essendo anche regista, di uno sguardo particolare, tanto più che è stata l’autrice di L’arte della gioia.
Valeria Golino in Fuori
Da dov’è nata l’idea del titolo e come si è arrivati a strutturare, dal punto di vista della scansione temporale, il racconto del dentro e fuori il carcere nel film?
Il titolo nasce dal fatto che il romanzo Le certezze del dubbio raccontava la vita fuori, quella di Goliarda Sapienza uscita dal carcere, il suo inseguire Roberta, il personaggio interpretato da Matilda De Angelis, queste amicizie, questa forma d’amicizia amorosa creata in carcere. È la vita fuori, fuori dal carcere, ma pure dai contesti intellettuali o politici del suo tempo. Mi sembrava una parola che racchiudesse una serie di significati. Un aspetto chiave del romanzo è il suo essersi sentita più profondamente se stessa e a casa dentro il carcere che fuori. Volevo raccontare questa dinamica, lo straniamento della vita fuori e il ricompattamento di se stessa nell’esperienza dura, ma profondissima, del carcere. Ho cercato, registicamente, il modo in cui lo spazio e il tempo si potessero allineare nel continuo ripercorrere la parte dentro e quella fuori.
Nel gioco delle simmetrie fra dentro e fuori, c’è la sequenza della cena che le protagoniste fanno nel negozio di profumi, un doppio di quella fatta in carcere, creando una continuità figurativa tra le due realtà.
Per me, fare un film da un romanzo significa non soltanto mettersi in rapporto con la trama, i personaggi, la storia, l’epoca, ma con la voce di chi scrive. Quando ho girato L’amore molesto, per me significava pensarlo con il tratto, l’impeto, la voce tagliente di Elena Ferrante. Quando ho diretto L’odore del sangue, da Goffredo Parise, cercavo nelle immagini la dimensione cristallina delle sue parole, il fatto che lui avesse una scrittura semplice, essenziale, chiara, che volevo si trasmettesse alle immagini, nonostante l’argomento fosse molto scuro. Leggere Goliarda Sapienza è tanto bello quanto difficile, sono montagne russe, divaga in una maniera che non si può credere. Tu la segui e poi, all’improvviso, ti rendi conto che ti sei perso. Da qui il desiderio di fare un film “abbandonato”, un po’ alla deriva. Fuori si costruisce in questo modo un po’ scomposto. Questo abbandono a me sembrava necessario per leggere Goliarda Sapienza. Ecco perché mi è piaciuto giocare con i piani temporali, anche con la simmetria di sequenze a cui facevi riferimento.
Matilda De Angelis, Valeria Golino ed Elodie in Fuori
Il fascino delle tre attrici protagoniste è folgorante.
Questa bellezza è evocata dalla stessa Goliarda Sapienza. Per esempio, lei descrive Barbara, il personaggio interpretato da Elodie, come una dea. Quando le tre si ritrovano dentro la profumeria è una scena che nel romanzo Le certezze del dubbio prende non so quante pagine, tantissime, loro restano là e, narrativamente, il racconto si ferma. Tutto avviene dentro questa bolla, un luogo circoscritto in cui loro ritrovano un equilibrio, essendo, evidentemente, squilibrate dal fuori. Una cosa che mi ha affascinato moltissimo. Ci tenevo a portare sullo schermo questa lunga sequenza. Una specie di film nel film. Fuori è ambientato in luoghi reali, una Roma trasformata come nel 1980; quella, invece, è una sequenza completamente girata in studio, con le pareti che si muovevano, per restituire la scrittura visionaria di Goliarda Sapienza in quella scena. In questa profumeria c’è un bagno di mattonelle rosa che cambia di dimensione.
A proposito del tema femminile, uno degli elementi più potenti del film è la sorellanza che emerge tra questi tre personaggi, che forse era mancata a Goliarda Sapienza prima dell’esperienza carceraria.
La scrittura di Goliarda Sapienza ti fa entrare in questo universo femminile, un’intimità tra donne, insieme nel bagno, una dimensione che è difficile da penetrare, di solito, per un uomo. Sul set di Fuori mi sono trovato nella situazione della minoranza oppressa, tra loro tre e la sceneggiatrice Ippolita Di Majo, che è anche mia moglie. Era un continuo parlare tra di loro. Io mi ero già confrontato varie volte con la scrittura al femminile. Morte di un matematico napoletano viene da un soggetto di Fabrizia Ramondino, L’amore molesto da un romanzo di Elena Ferrante, Noi credevamo da un libro di Anna Banti. Una molla fondamentale del mio modo di lavorare è confrontarmi con ciò che è altro da me, non cerco qualcosa che mi somigli, ma che mi faccia uscire da me stesso. E questo non vale soltanto per la dimensione femminile. Per esempio, io sono un napoletano del centro, un borghese, ma per me è sempre stato importante cercare un rapporto con l’altra parte della città, una parte che ha tutta un’altra cultura. Quel che perseguo è l’incontro, che non è la conferma di me, ma, possibilmente, la sconferma di me. Fuori, questa dimensione femminile, Goliarda Sapienza, il cast di attrici, le detenute, tutte le donne che hanno lavorato sul set, sono state un’immersione nella possibilità di uscire da me stesso ed entrare, con grande felicità, in un femminile sovraesteso.
Valeria Golino, Matilda De Angelis ed Elodie in Fuori
Che cosa l’esperienza di girare Fuori ti ha insegnato sull’universo carcerario?
Per fare questo film avevo un vincolo assoluto: lo avrei diretto solo se fossimo riusciti a girarlo davvero a Rebibbia, lavorando con le detenute. Non avrei saputo farlo in altro modo, perché io ho bisogno della realtà per poi trasfigurarla cinematograficamente. Ho incontrato una regista, Francesca Tricarico, che lavorava con le detenute a Rebibbia. È stata lei che ci ha dato la possibilità di entrare lì. Fa dei progetti che riguardano sia le detenute che le ex detenute, quindi in Fuori ci sono entrambe e anche la vera Rebibbia. Questo ha significato, per Valeria Golino, Matilda De Angelis ed Elodie incontrare le persone dentro. È stato qualcosa di molto importante. Abbiamo fatto prima, con le ex detenute, degli incontri bellissimi, molto toccanti, le attrici hanno avuto un grande scambio.
Quindi avete girato con loro?
Sì, tutti i personaggi che vedete sono detenute o ex detenute. A riguardo, c’è una piccola storia. Elodie viene da un quartiere di Roma, Quartaccio, molto popolare, con una dimensione sociale difficile. Quando siamo stati a Rebibbia, a un certo punto l’abbiamo vista appartarsi con due ragazze, si abbracciavano e piangevano insieme: erano state amiche a Quartaccio e loro erano finite in carcere. Ora non vorrei discettare su argomenti di carattere carcerario o politico in senso troppo ampio, però, parlando della mia esperienza da regista, questo elemento umano è stato molto importante. È stata proprio la possibilità di entrare in un carcere vero a dare al film la possibilità di costruire una sua credibilità.
Elodie in Fuori
Sapevate già prima di progettare Fuori dell’interesse di Valeria Golino di fare un film da L’arte della gioia?
Con Ippolita Di Majo avevamo pensato di fare un film sugli anni in cui Goliarda Sapienza scriveva L’arte della gioia nel periodo di Capri-Revolution, quindi parecchio tempo fa. Quando abbiamo maturato la decisione di acquistare i diritti dell’Artedella gioia, non per farne una trasposizione diretta, ma solo per evitare che ci fosse qualcuno che parlasse dello stesso tema, abbiamo incontrato il nostro produttore, Nicola Giuliano. Lui mi ha guardato e mi detto: «Senti Mario, non lo potrai credere, ma Viola Prestieri, con cui collaboro, ha da poco preso i diritti del romanzo per farne un film con Valeria Golino». Io e Valeria Golino ci conosciamo da quando eravamo ragazzi, volevamo girare un film insieme da sempre, era arrivato il momento, perché avevo pensato a lei come Goliarda Sapienza, mentre Valeria progettava di girare un film da L’arte della gioia. Sembra una cosa voluta dal dio del cinema che, in questo caso, ci ha voluto bene.
Tra L’arte della gioia diretta da Valeria Golino e il vostro film passano pochi mesi. Che influenza reciproca c’è stata?
I due film quasi si sovrappongono. Mentre scrivevamo Fuori, Valeria Golino girava L’arte della gioia e già sapeva di questo progetto insieme. Poi, mentre lo montava, abbiamo cominciato a lavorare su Fuori. L’arte della gioia è andato al Festival di Cannes a maggio ed è uscito nei cinema a giugno, quando abbiamo iniziato a girare Fuori. Valeria Golino non ce l’ha fatto vedere prima, perché insisteva che lo vedessimo su grande schermo. Quando il suo film è uscito, noi eravamo sul punto di cominciare le riprese. Lo chiamo film perché tale è. Ogni serie è, a suo modo, un film, ma, in questo caso, L’arte della gioia è un film con la F maiuscola. Dopo averlo visto, onestamente mi sono sentito come uno che deve camminare su un cornicione al dodicesimo piano, perché mi sono detto: adesso come faccio a creare qualcosa che sia all’altezza di questa bellezza? Al di là di questa prima vertigine, che Valeria Golino avesse girato quel film, alla fine, è stato come un tesoretto. A volte abbiamo fatto delle cose come a citarci tra noi.