Ci sono terre abitate dalle memorie dei caduti, attraversate da leggi ancestrali più auliche di uno statuto costituzionale; terre dove il silenzio parla, prende possesso degli spazi e gli alberi conoscono il tuo nome prima ancora di essere pronunciato. Ci sono luoghi dove l’assenza è piena: il vuoto porta dentro di sé il peso di antenati, di canti che raccontano il blues di ciò che ha saputo resistere al tempo e la sua crudele vendetta. Questo e molto altro è Monikondee.
La premessa
Il documentario è ambientato lungo le rotte del fiume Maroni, che segna il confine naturale tra la Guyana francese e il Suriname. Qui, già da secoli, le comunità Maroon, discendenti di schiavi fuggiti alla morsa europea, e i popoli indigeni tentano di mantenere le proprie pratiche culturali e la propria sovranità in un mondo sempre più schiacciato dalle logiche del profitto e dal conseguente cambiamento ambientale. Un esemplare eccellente di etnografia filmica offerta dai registi Tolin Erwin Alexander, Lonnie van Brummelen, e Siebren de Haan. Così in Monikondee, il fiume non ha fretta, arriva ovunque, proprio come le storie che contano davvero. Tra il vociare chiassoso della massa sarà la voce di Boogie a condurci a riva. Batelier trasportatore di merci — soprattutto carburante — le cui destinazioni sono solite essere villaggi remoti bagnati da acque sacre e le lacrime portate dalla corruzione della cupidigia. Boogie è l’emblema narrante, non solo del racconto ma dei popoli, con la dualità in cui si trova stagnato. Tra una pagaia e una lezione sugli antenati, si compone un’ode che scorre nei vuoti, nei margini, nei gesti ordinari che diventano una radicale forma di resistenza.
Navigatore di acque un tempo amiche, è oggi uno dei tanti avversari di quella terra che molto ha dato e tutto si è ripresa. Del resto la connivenza spesso è più grave della complicità.

“Anche quando qualcuno muore, quelli che restano devono mangiare.”
Simbolo della contraddizione, diviso fra dovere comunitario e necessità economica, Boogie naviga tra due mondi: quello che sta morendo sotto l’oro e quello che vive nei racconti di chi lo ricorda vergine, spoglio della prepotenza umana e governato da dèi ben diversi dal meschino dio denaro. Come dirà lui stesso “il denaro è diventato il nostro padrone.” “Monikondee” può tradursi in “la terra del denaro” e infatti gioca foneticamente con i vocaboli “money country”. La navigazione lungo il Maroni diventa così un viaggio dentro le antinomie della contemporaneità: la tensione tra economia e cultura, tra natura e profitto, tra impronta ed estinzione. In questo senso, Monikondee è il manifesto di un cinema che non rappresenta il mondo, ma lo abita, lo ascolta.
Tra ombra e rivelazione: il canto muto
Nel film si insegue una rotta incerta e umanamente fragile. Il fiume Maroni è più che uno sfondo, più di una scenografia cinematografica: è il vero e proprio protagonista. L’etimologia del nome Guyana origina dal termine “arawak Wayana” che ha il significato di “terra ricca d’acqua”. Ebbene, proprio quelle acque hanno castigato l’uomo con siccità e inondazioni, un tempo cortesi e prospere fintanto che venivano venerate, sono ora funeste e sterili. Contaminate dall’invasione mineraria, sono oggi laide, le tracce dell’etereo e diafano corso d’acqua sono sotterrate da sudiciume e la cleptocrazia di un governo che non guarda in faccia i suoi cittadini ma solo le proprie tasche.
“I nostri uomini hanno trovato l’oro, poi sono arrivati i bianchi e se lo sono preso.
Hanno preso l’oro e ci hanno fatto tante promesse.
Hanno promesso l’elettricità, ma non hanno mai installato nulla, siamo ancora al buio.
Hanno promesso un pozzo, hanno installato un rubinetto, ma l’acqua è imbevibile, non si possono lavare nemmeno i vestiti.
Hanno promesso di asfaltare una strada, ma non hanno ancora fatto nulla.
Ma noi non abbiamo paura, viviamo con Dio.
Sorelle, non abbiamo paura, viviamo con Dio.
Fratelli, non abbiamo paura, viviamo con Dio.”
È triste come tutti gli abitanti del suolo bagnato dal torrente – dagli indigeni ai Maroon – abbiano dovuto patteggiare per esercitare il diritto di vivere liberi sulla propria terra, come si siano ridotti a rifugiati nella patria che hanno costruito con le loro mani.

Archivio di memoria collettiva: l’archeologia emotiva
Boogie s’imbarca ogni giorno e solca le acque del Maroni come un nobile condottiero senza mai dimenticare però l’altra faccia della conquista. Con sussiego, insegna allo spettatore come esso sia arteria vitale della comunità. Nel battito d’acqua contro la barca, si nasconde una memoria che nessuna mappa può contenere. Nella loro quotidianità e nella rappresentazione della pellicola, il fiume è un pulsante archivio vivente. I detriti, le rocce, il suo sciabordio, ogni tronco, ogni canale e alluvione, tutto era verità, sacra fonte dell’eternità graziata al suo popolo. I pesci si moltiplicavano come pane, i campi sempreverdi, la gente in pace ed unità. Oggi il fiume ha assunto un simbolo diametralmente opposto: distruzione. Là dove sgorgava la vita ora impera la parola morte, dove vi era fratellanza e comunione regna la separazione, dove c’era acqua cristallina potabile ora vi sono paludi sudice. Al contempo sostentamento e luogo di transito, le acque del Maroni oltre che dalle miniere, sono contaminate dalle furtive relazioni geopolitiche, da ingiustizia ambientale e dai soprusi del colonialismo di cui i peccati sono ancor oggi espiati, ma non dai perpetratori. Monikondee sa trascendere i confini del documentario convenzionale; con circospezione diviene un gesto politico e una riflessione epistemologica sulla rappresentazione dell’alterità e sulle dinamiche globali del potere.

“La pace della natura si è trasformata in rumore.”
Il documentario non parla di queste comunità, piuttosto si muove con loro accettando i loro tempi narrativi. Rinuncia intenzionalmente al commento esplicativo o ad una diegesi didascalica classica dell’occidente. La telecamera si presta ad essere un occhio che ascolta, non osserva. Non racconta, partecipa. Non illumina, lascia che la notte dica ciò che la luce non conosce. Monikondee è la genesi e l’apocalisse. Così la sceneggiatura e la narrazione stessa sono ispirate dalla gente, dalla cultura, dagli usi. Boogie è maestro d’orchestra di un coro a più voci. Seguendo le sue faccende, il suo girovagare, le sue confessioni, lo spettatore inciampa sulle note incitate da altri. Il racconto si interrompe, s’incrocia con altre e si completa dando vita ad una struttura narrativa multilivello a intreccio. Questa scelta però non è fortuita né improvvisata. Prende infatti ispirazione dall’affascinante pratica del “Mato”: una tecnica narrativa linguistica tipica delle comunità Maroon del Suriname, in cui il racconto si costruisce a più voci, attraverso un’alternanza fluida di interventi, interruzioni, riformulazioni e ripetizioni. È una forma di sapere collettivo condiviso che unisce memoria, oralità, performance e soprattutto l’intimità sociale. Si completano le frasi di altri, si è interrotti senza arroganza, si pronunciano le stesse parole e si reinterpreta il silenzio insieme. Buffo come l’aspetto linguistico abbia mantenuto i valori che hanno edificato il popolo prima che venisse sottomesso alla presunzione dell’individualismo venduto dall’occidentale.
Il sussurro dell’invisibile
Il prodotto è un cinema co-autoriale. Non si dà voce a chi non ce l’ha, ma si riconosce che quella voce c’è sempre stata. Spesso, le voci che il mondo chiama lontane sono in realtà quelle più vicine alla verità. Così non solo i dialoghi, ma anche la narrazione perde la sua linearità. Il film diventa un artefatto comunitario e circolare in cui il senso si costruisce attraverso l’interazione. La sequenza filmica, dunque, mimica tale fluidità sfidando le norme della comune progressione causale. Questa ignota consapevolezza si traduce in una forma aperta e lirica, del tutto scevra di didascalismo in favore di una poetica dell’ambiguità. Avanzando tra rapide e foreste, Monikondee s’immerge non solo negli spazi fisici ma anche in un delicato confine tra memoria ed erosione culturale. Scuote la coscienza, mostra come la modernità abbia barattato l’onore dietro l’inganno dell’evoluzione.
“Mia madre è Ndyuka, mio padre è Pamaka. Le acque che collegano questi ruscelli sono come il sangue che scorre nelle mie vene.”
Le comunità locali, pur producendo alimenti, sono costrette alla resa. Sempre più dipendenti da rifornimenti esterni a causa di sistemi agricoli tradizionali in penuria, sono succubi di un fiume avvelenato da arrivismo e avidità. La siccità non attraversa solo le vaste distese ma anche la cultura. Le pretese colonialiste hanno marginalizzato l’identità occludendo la porosità della memoria e l’incarnazione della conoscenza alla quale ognuno si appella.

Dove il tempo si frange
Monikondee pone domande scomode alla civiltà odierna senza feticizzare il dolore del suo soggetto. Sfugge all’esotismo documentaristico incarnando un’opera evocativa. Nel sepolcro della fame trova l’incanto. Impeto e ira sono smorzati dai toni caldi della fotografia e dalla quiete delle acque catturata con nobile ossequio. È il tipo di cinema che non grida, ma resta immemore. Rasenta l’animo e si trattiene sulla pelle come l’umidità del fiume. Ogni inquadratura sussurra una preghiera, ogni volto è un archivio vivente di lotte, di eredità intangibili. Mostrato in anteprima italiana al Pianeta Mare Film Festival, Monikondee è Semplicemente l’eloquenza del silenzio, è pura archeologia emotiva.
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