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‘Il racconto dell’ancella 6’: l’ultima resa dei conti di Gilead

La sesta stagione chiude il cerchio della serie tratta da Margaret Atwood: più politica che mai, più disperata che spettacolare. E June smette definitivamente di chiedere il permesso.

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racconto ancella 6 Elisabeth Moss

Quando Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale) debuttò nel 2017 su Hulu (in Italia distribuito da TIMVision), sembrava una distopia elegante e cupa tratta dal romanzo di Margaret Atwood. Oggi, alla sesta stagione, la sensazione è un’altra: più che fantascienza, sembra cronaca anticipata.

La serie creata da Bruce Miller ha sempre giocato su questo cortocircuito: raccontare una teocrazia totalitaria immaginaria che, però, prende pezzi di storia reale, puritanesimo, patriarcato, controllo del corpo femminile, e li ricompone in una macchina narrativa spietata. La sesta stagione non prova nemmeno più a nascondere il parallelo con il presente. Anzi: lo mette in primo piano.

E questo è il suo pregio principale. Ma anche il suo limite.

June Osborne: da vittima a simbolo politico

Se le stagioni precedenti erano la storia di una donna che cercava di sopravvivere, la sesta stagione è il racconto di una figura ormai diventata simbolo. Elisabeth Moss, che interpreta June Osborne, non è più solo una protagonista: è il volto di una resistenza.

Il problema è che a un certo punto la mitologia del personaggio rischia di diventare più grande della storia stessa.

June non è più soltanto un’ancella sopravvissuta all’inferno di Gilead. È diventata quasi un’icona rivoluzionaria. Ogni sua scelta pesa come un manifesto politico, ogni sguardo in macchina, marchio di fabbrica della serie, sembra chiedere allo spettatore: “E tu, cosa avresti fatto?”

Il risultato è potente, ma a tratti programmatico. La serie non vuole più solo raccontare una storia: vuole prendere posizione.

Serena Joy

Serena Joy e Elisabeth Moss

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Gilead: il totalitarismo che si logora

La vera evoluzione della sesta stagione de Il racconto dell’ancella riguarda però Gilead stessa. Non è più il regime monolitico delle prime stagioni. È un potere che scricchiola, si divide, si difende.

I comandanti litigano. Le alleanze si rompono. Il sistema mostra crepe sempre più evidenti.

Ed è qui che la serie torna a essere politicamente interessante. Perché il punto non è più solo la brutalità del regime, quella l’abbiamo vista mille volte, ma il suo logoramento interno.

Ogni dittatura, prima o poi, arriva a questo momento: quando il potere diventa paranoico, quando la propaganda non basta più, quando la paura non tiene insieme il sistema.

Gilead è arrivata lì.

E la serie lo racconta con un tono quasi crepuscolare.

Una serie che non vuole più piacere a tutti

Se c’è una cosa che la sesta stagione dimostra, è che Il racconto dell’ancella non ha più alcuna intenzione di piacere a tutti.

Il ritmo è più lento, se possibile. La tensione più politica, la narrazione meno spettacolare. Non c’è la ricerca dell’effetto shock delle prime stagioni. C’è piuttosto una lunga, dolorosa resa dei conti.

Qualcuno dirà che la serie si è appesantita. Che si prende troppo sul serio. Che ha perso la forza della sorpresa.

Forse.

Ma c’è anche un’altra lettura: semplicemente, la serie ha deciso di diventare adulta.

il racconto ancella 6

il racconto ancella 6

L’ultima domanda che la serie lascia allo spettatore

Il racconto dell’ancella 6 non è perfetta. È irregolare, a tratti didascalica, persino predicatoria.

Ma ha un merito che poche serie oggi hanno il coraggio di rivendicare: essere apertamente politica.

In un panorama televisivo spesso anestetizzato dall’intrattenimento puro, la serie continua a fare una domanda scomoda.

Non “cosa succederebbe se un regime come Gilead esistesse”.

Ma qualcosa di molto più inquietante.

Quanto siamo davvero lontani da Gilead?

Il racconto dell’ancella 6 è disponibile su TIMVision

Il racconto dell’ancella 6

  • Anno: 2025
  • Durata: 40-65 minuti
  • Distribuzione: TIMVision
  • Genere: drammatico, distopico
  • Nazionalita: Stati Uniti d'America