“Why then, can one desire too much of a good thing?” Riassumendo: la bellezza crea dipendenza. Si potrebbe partire dal noto assunto shakesperiano per celebrare David Bowie attraverso il nuovo documentario diretto da Jonathan Stiasny,Bowie:The Final Act presentato in anteprima nazionale alla dodicesima edizione del SeeYouSound.
Sono trascorsi dieci anni da quando Bowie ci ha lasciato, nonché dall’uscita dell’ultimo album Black Star, sebbene in realtà lui sia ancora qui, più in auge che mai, come dimostra il sold out al Cinema Massimo.
È complicato raccontare una personalità di tale portata.
Da un lato è stato detto moltissimo e il personaggio è stato sfruttato a dovere dalla società dei consumi; dall’altro la sua profondità non è ancora stata disvelata del tutto.
Bowie: The Final Act indaga in particolare gli ultimi trent’anni della sua parabola artistica, concentrandosi su una fase discendente che lo spinse – ancora una volta – ad esplorare nuovi mondi approdando al main stage di Glastonbury nel 2000 con una scaletta di “classici” che lo riportò alla ribalta nazionale.
Svuotato dal successo planetario del Serious Moonlight Tour, spremuto dallo sfruttamento commerciale con la pubblicità Pepsi insieme a Tina Turner, alla fine degli anni ’80 Bowie dovette allontanarsi dalla fama che aveva rincorso con estrema perseveranza e decise di percorrere vie alternative.
La centralità dei suoi personaggi lasciò spazio ad un ruolo più marginale attraverso il progetto Tin Machine, band di gusto propriamente rock, stroncata dalla critica (il Melody Maker la liquidò con “fucking disgrace”), cassata dalla casa discografica, dimenticata dai più. Fu una ferita netta, che lo segnò intimamente.
Approcciò il clubbing con sonorità elettroniche e diede vita a Earthling; frequentò il Blue Note di Goldie, collaborò con Moby.
Realizzò la colonna sonora della miniserie BBC Buddha of Suburbia tratta dal libro di Hanif Kureishi; la testimonianza dell’autore è toccante nel ricordare la malinconia di cui Bowie permeò le musiche, rivedendo la sua giovinezza tra grigie periferie.
Scelse altre strade – sempre – fino al capolavoro straziante che è Black Star, realizzato durante la malattia e pubblicato pochi giorni prima della morte; un requiem allucinogeno e realistico insieme. Un’ode alla creatività dal forte potere ispirazionale che ha sorpreso tutti per la determinazione e la forza che lo hanno guidato.
La cifra del cambiamento ha contraddistinto tutto il percorso di Bowie e la sperimentazione ha intriso la sua arte in maniera unica e totalizzante.
L’intervista a Jonathan Stiasny mette in luce l’alternarsi di fasi storiche diverse attraverso immagini e resoconti di amici e collaboratori; il regista pone l’accento sulle continue trasformazioni di David Jones che, dall’anonimato della vita di Bromley, divenne artista a tutto tondo, tra musica, scrittura, recitazione, arti visive.
Passò dalla gavetta e dal look sixties alla sfacciataggine glam di Ziggy Stardust. Visse ovunque e conobbe chiunque, dalle leggende agli ultimi. Ridefinì le identità di genere e segnò percorsi di autoaffermazione. Inventò nuove estetiche, ammiccando incessantemente. Giocò con la sessualità. E poi si annullò e si annullò ancora, verso un futuro che sembrava non arrivare mai, perché lui era già oltre. Apprese a pieno il modello di Andy Warhol, facendo propria ogni novità per poi rigurgitarla in maniera astuta, elegante o semplicemente pop. Tradì i suoi adepti, più di una volta, fino ad officiare le sue esequie. Seppellì Major Tom, Ziggy, il Duca Bianco.
Un’inquietudine irrisolvibile e certamente difficile da gestire, accostata a quella di un bambino viziato e incontentabile con la stanza piena di giochi e mai soddisfatto. Un’ansia esistenziale insita nella storia familiare.
“Just gonna have to be a different man” recita in Changes.
DAVID BOWIE about 1970
Bowie la cantò a Glastonbury nel 1971 in un’alba solitaria e profetica avvolta dalla nebbia. Il frammento catturato da Stiasny è da brividi; lo rievoca l’amica Dana Gillespie. In quello spazio fisico e mentale si plasmò il suo intento artistico, si delineò una volontà precisa.
La “Black Star” che avvolge tutto Bowie:The Final Act è lo spazio che lo ha riassorbito con morte, il punto conclusivo della sua frenesia.
Il pregio del documentario è senz’altro quello di rendere la sua figura meno mitologica, donandogli un’aura di umana fragilità che spesso sfugge.
Le ceneri di Bowie sono la polvere delle stelle, il cielo dove indirizzare lo sguardo ogni volta che dobbiamo riprendere fiato.