Presentato al Pianeta Mare Film Festival per il Concorso Cortometraggi, Notes of a Crocodile di Daphne Xu è una poetica esplorazione urbana e identitaria che segue una donna invisibile tra le strade cambogiane, in cerca di un’amica perduta in un paesaggio sospeso fra uomini e animali.
Daphne Xu, artista e regista sino-canadese, prosegue qui il percorso iniziato con Huahua’s Dazzling World and its Myriad Temptations del 2022, già selezionato al Cinéma du Réel. Notes of a Crocodile è il suo terzo documentario e, come il precedente, si muove tra l’osservazione e l’impressione, tra realtà e miraggio.
Trama e atmosfere: di cosa tratta
Notes of a Crocodile di Daphne Xu si apre con l’arrivo di una donna a Phnom Penh, in cerca di un’amica perduta. L’immagine è tremolante, catturata al telefono: una camera mossa che restituisce la precarietà di un territorio e di un’identità in trasformazione. Tra strade polverose e palazzi incompiuti dove si dice, vivano dei coccodrilli, la protagonista vaga come in un sogno febbrile. Le lacrime di coccodrillo diventano simbolo di una modernità ipocrita che divora e piange al tempo stesso.
Ispirato all’omonimo romanzo di Qiu Miaojin, il film ne prosegue l’anima inquieta e introspettiva: un racconto sulla ricerca di sé, di corpi che si nascondono per sopravvivere, di desideri che affiorano come ombre sull’acqua del Mekong. Xu intreccia osservazione e memoria in un flusso poetico dove realtà e miraggio si confondono, come in una città che avanza su fondamenta di fango.
Notes of a Crocodile: uno stile fedele al nome che porta
Come già anticipato, le immagini sullo schermo, riprese con un telefono, sono tremolanti e ruvide, come se la camera mossa restituisse non solo la precarietà della ripresa ma anche quella di un’identità in bilico. Cammina lungo il fiume cambogiano, attraversa strade brulicanti, sfiora operai al lavoro, osserva facciate sventrate, edifici che si innalzano su terreni instabili. Palazzi incompiuti dove forse vivono dei coccodrilli. Mentre la donna cerca un’amica perduta, di cui sapremo pochissimo, il film si apre e prosegue come un viaggio nella memoria e nell’assenza, in una città dove tutto sembra sospeso, immerso nel rumore continuo dei motori e nel caldo umido che consuma le superfici.
Proprio come l’opera che omaggia, Xu non costruisce una narrazione lineare, ma preferisce il frammento, la visione, la voce interiore. L’arrivo della protagonista a Phnom Penh diventa il punto di partenza di un flusso visivo e sonoro che intreccia ricerca personale, geografie mutate e riflessioni sulla modernità, sull’accumulo, sull’effimero e sull’oblio.
Tale romanzo cult da cui è tratto, della scrittrice taiwanese Qiu Miaojin, rappresenta un simbolo della letteratura queer asiatica. Come nel libro, anche nel film il coccodrillo rappresenta l’occultamento e la resistenza: esseri umani che indossano una pelle per adattarsi a un mondo che li respingerebbe per la loro vera natura. Nel romanzo, la giovane Lazi esplora la propria sessualità e la difficoltà di appartenere, mentre, nel film, la donna di Xu attraversa spazi che riflettono la stessa tensione tra visibilità e invisibilità, tra desiderio e repressione. Entrambe le opere condividono una struttura non lineare e un tono introspettivo, più interessato all’esplorazione interiore che alla progressione narrativa.
Oltre le lacrime del coccodrillo
Il coccodrillo che piange, da cui deriva l’espressione “lacrime di coccodrillo”, pervade il film come metafora. Nell’antico simbolismo, l’animale versa lacrime dopo aver divorato la preda, segno di ipocrisia e finzione del pentimento. In Xu, questa immagine diventa una riflessione sulla modernità e sulla sua crudeltà travestita da compassione: città che si espandono divorando i propri ricordi, individui che sopravvivono dietro maschere di normalità, gesti che simulano empatia ma celano indifferenza. Il film sembra chiedersi chi piange davvero, e per chi.
La voce fuori campo, femminile e intima, tesse frammenti di memoria e di desiderio. Racconta senza spiegare, suggerisce più che mostrare. Le immagini del fiume, delle gru, degli scheletri di cemento convivono con apparizioni improvvise: l’occhio fisso di un coccodrillo, un bambino che danza, un corpo animale che scivola nell’acqua torbida. Tutto è in movimento, come se la città stessa respirasse, assorbendo e cancellando. Phnom Penh, un tempo palude, è oggi un organismo in crescita, instabile e vorace, che avanza su fondamenta fragili, inghiottendo ciò che resta del passato.
Un viaggio intimo e impreciso
Xu filma con una sensibilità impressionista e quasi tattile. Il suo sguardo oscilla tra la distanza del documentario e la prossimità del diario personale. La camera mossa diventa gesto politico, rifiuto della chiarezza, affermazione della fragilità. Ogni vibrazione e ogni sfocatura restituiscono l’incertezza del vivere e del ricordare. L’immagine non è mai ferma perché nemmeno l’identità o la memoria lo sono.
Come Qiu Miaojin, Daphne Xu racconta un mondo in cui la soggettività è costretta a negoziare la propria esistenza in uno spazio che muta troppo in fretta. Ma mentre Qiu scriveva con la ferocia del linguaggio, Xu risponde con la fluidità dell’immagine. Il risultato è un film poetico e perturbante, che esplora il confine tra osservazione e sogno, tra il dentro e il fuori, tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.
Notes of a Crocodile è un viaggio nelle zone liminali dell’esperienza umana, dove ogni lacrima, vera o di coccodrillo, lascia comunque una traccia nell’acqua che scorre.