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Intervista a Nicoletta Romeo, direttrice del Trieste Film Festival

Un resoconto della 34a edizione del Trieste Film Festival nelle parole della sua direttrice, Nicoletta Romeo

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Manifesto Trieste Film Festival

La trentaquattresima edizione del Trieste Film Festival ha confermato la centralità di questa manifestazione per conoscere il fermento del cinema dell’Europa centro-orientale. Un crocevia di culture e tradizioni diverse in mostra come nella città che lo ospita. Il Festival è un vero e proprio viaggio tra le faglie della storia di aree geografiche, tanto vicine nello spazio, quanto meno viste rispetto ad altre cinematografie, come quella americana, che da sempre invadono le nostre sale e il nostro immaginario. Nella magnifica cornice delle sale storiche in cui il Festival si svolge, ci si scalda il cuore e la mente, dalla bora che soffia, al calore di un cinema ricchissimo, rigoroso e  inventivo, proteiforme nei generi e nei racconti, girato da registi giovani che si sono confrontati, come in uno specchio, nel pubblico che ha sempre riempito le proiezioni.

Trieste Film Festival 2023 i vincitori

Per scavare tra le pieghe di questa trentaquattresima edizione, abbiamo intervistato la sua energica direttrice, Nicoletta Romeo.

Nicoletta Romeo

Nicoletta Romeo

Qual è la specificità di un festival come quello di Trieste?

La specificità è nell’identità che ci siamo costruiti negli anni e che, di fatto, non è mai cambiata. Il Festival è nato nel 1989, lo stesso anno del crollo del muro di Berlino, un anno di grandi cambiamenti per l’Europa e il mondo intero. In quell’anno Annamaria Percavassi, fondatrice e prima direttrice del Festival, pensò di dedicare una manifestazione cinematografica a queste aree che con Trieste avevano un profondo legame storico e culturale. All’inizio il festival riguardava soprattutto quei Paesi che avevano una comunità di lavoro con l’Alpe Adria: Slovenia, Croazia, Austria, Svizzera, quelli che erano i Paesi limitrofi del Friuli Venezia Giulia. Poi ci siamo allargati alla Mitteleuropa e ai Balcani. Oggi la macroregione di nostro interesse è enorme, perché va dai Paesi baltici sino ai Balcani, includendo anche gli Stati dell’ex Unione Sovietica. Un’area gigantesca che, però, ha elementi storici comuni: molti di questi Paesi erano oltre la cortina di ferro, condividevano sia il passato del regime comunista sia tutta una serie di tradizioni cinematografiche. Questo oggi non è cambiato, anche se sono mutati alcuni confini, perché, negli anni, la Repubblica Ceca e la Slovacchia si sono separate, poi è venuto il turno dei Balcani e delle Repubbliche sovietiche, compresa l’Ucraina. Sono dei Paesi i cui confini sono ancora mobili. E rimane sempre urgente per noi ascoltare e raccontare le loro storie attraverso il cinema. Rispetto a tanti altri festival, che non hanno una specificità così intensa, la nostra identità è forte.

Quanto è difficile organizzare un festival come questo, che riguarda cinematografie quasi sempre trascurate dalla nostra distribuzione?

C’è da dire che siamo forti di una tradizione di collaborazione di più di trent’anni con cineteche, società di produzione e distribuzione, istituti di cultura e festival internazionali. Abbiamo un’attività di networking molto intensa e una costante ricerca durante tutto l’anno, dalla Berlinale in poi e nei grandi mercati internazionali, dove è prezioso vedere film in anteprima. Poi, essendo diventati un punto di riferimento importante per le cinematografie di questi Paesi, sono in tanti che ci mandano le loro opere durante tutto l’anno, per essere selezionati. Questo accade quando sei riconoscibile e hai un festival con un’identità chiara. Quest’anno è stato, però, un po’ più complicato, perché ci sono molte società di distribuzione internazionale che, dopo la pandemia, si ritrovano con tanti film che non riescono a vendere, mostrare e distribuire. Ma questo è fisiologico in anni di covid che hanno scombussolato tutti gli equilibri, anche in ambito cinematografico. Poi un festival ha, ovviamente, bisogno di finanziamenti e noi abbiamo il supporto stabile soprattutto della regione Friuli Venezia Giulia, molto attenta alla cultura, che ci sostiene da sempre con vigore e coerenza. Siamo anche tra i pochissimi festival in Italia a essere patrocinati da Europa Creativa, il programma Media dell’Unione Europea. Il Festival fa parte, con altri sei festival europei, di un network che si chiama Miob, Moving Images Open Borders, con cui facciamo molte attività collaterali, durante il festival e non solo. Quindi è una macchina molto rodata in cui c’è una squadra e un meccanismo di finanziamenti che ci permettono di camminare saldamente.

Quanto la situazione in Ucraina ha influito nell’organizzazione del Festival di quest’anno?

Quest’anno abbiamo dedicato un focus, chiamato Wild Roses, alle cineaste ucraine. Ogni anno dedichiamo un approfondimento alle cineaste di un Paese europeo diverso. Dopo la Polonia e la Georgia, ci siamo occupati di Ucraina, ma in realtà questo è un focus che nasce più di un anno e mezzo fa, quindi ben prima dell’invasione del febbraio 2022. Quest’anno, oltre al focus già pianificato, curato da Massimo Tria, la situazione ha influito nel senso che abbiamo inserito un maggior numero di film ucraini in tutto il festival. Insomma, ce ne siamo occupati di più, perché troviamo fondamentale fare la nostra parte come festival europeo, sostenendo una cinematografia che ha bisogno di noi, perché la guerra ha interrotto tutti quei meccanismi naturali in cui un film viene prodotto e girato, ma molte opere, ad esempio, hanno avuto tantissimi problemi nella fase di post produzione e promozione. Quello ucraino è un cinema molto prolifico, ma in crisi per via della guerra, quindi andava aiutato, sempre, però, rispettando i criteri della nostra politica autoriale, in quanto i film che abbiamo selezionato sono stati solo quelli di cui eravamo convinti.

Massimo Tria e Marysja Nikitjuk, regista di When the Trees Fall

Massimo Tria e Marysja Nikitjuk, regista di When the Trees Fall

Che bilancio puoi fare di questa edizione?

È stata un’edizione molto ricca dal punto di vista del programma, perché c’erano più di 116 film da 40 Paesi diversi. Abbiamo attraversato confini geografici e generi, dal documentario alla finzione, dall’animazione al cinema sperimentale. Abbiamo avuto un’originale retrospettiva dedicata alla Cecoslovacchia con molti inediti. È stata un’edizione che ha guardato al passato, ma anche al futuro, dove c’erano grandi maestri come Krzysztof Zanussi (che abbiamo premiato), ma anche giovanissimi cineasti esordienti. Né è un caso che, per esempio, nel concorso documentari, nove film su undici fossero realizzati da donne e anche molto giovani. È stata un’edizione in cui abbiamo avuto ospiti tantissimi studenti universitari di cinema, più di cento rientravano in un programma speciale dedicato proprio a chi studia cinema.

Un’altra cosa che impressiona positivamente di questo Festival è la forte affluenza di pubblico, in effetti, anche giovane.

Ci guardiamo indietro con la consapevolezza che sono passati trentacinque anni da quando siamo nati, quindi c’è una storia, un radicamento tangibile a Trieste. C’è una città che ci sostiene, un pubblico caloroso e fedele. E si guarda sempre al futuro, perché i tempi che verranno non saranno semplici. Le sale sono in crisi. La pandemia ha lasciato degli strascichi evidenti, ma siamo consapevoli che il festival rappresenta oggi un punto imprescindibile d’incontro, di ricerca e di scoperta per tutti quelli che sono curiosi del cinema di questa parte del mondo.

Ha impressionato molto anche me la presenza di giovani e donne all’interno della selezione, presenti con opere di qualità.

Sì, nel centro ed est Europa c’è una produzione, in particolare di documentari, smisurata e, soprattutto, i registi cominciano molto presto. In Italia consideriamo giovani anche i quaranta/cinquantenni. Nel resto d’Europa, invece, c’è un’età media nell’esordio parecchio più bassa e ci sono tanti autori che stanno venendo fuori. Noi li monitoriamo e anche nelle prossime edizioni ci saranno sicuramente cose sorprendenti.

Anche negli altri festival è abbastanza facile trovare donne registe che fanno cortometraggi e documentari, però poi il passaggio al lungometraggio è più raro. Qui, invece, si sono viste tante registe di lungometraggi di qualità.

Assolutamente sì. Anche se quest’anno è stato più difficile. Nel complesso, non è stata un’ottima annata di cinema. Sarà stata la pandemia, ma per arrivare alla selezione ho dovuto vedermi tante cose non all’altezza. La selezione è veramente frutto di una ricerca molto lunga. Speriamo che in futuro si possano guardare più film interessanti e, soprattutto, che si allontanino dalle formule delle scuole, dei programmi di tutoraggi, dei workshop, perché adesso molti giovani autori si affidano a scuole, alla grande offerta di programmi, anche di alta formazione, che, però, lungi dal volerli stigmatizzare, portano al rischio di avere tanti film uguali, in formule, anche dal punto di vista narrativo e strutturale, troppo simili tra loro. La sfida per i giovani autori è trovare la propria voce, essere fedeli a se stessi, girare il proprio film anche a prescindere dalle tante pressioni esterne che vorrebbero opere più commerciali, senza lasciar spazio a visioni diverse.

In questo senso, la sezione che hai fatto, Fuori dagli sche(r)mi, era veramente notevole per originalità.

Questa è l’idea del Festival, di dare spazio proprio a quegli autori che si affrancano dalle formule facili, che vanno fuori pista, presentando delle cose un po’ diverse. La mia idea è quella di un Festival assolutamente inclusivo, con questi sguardi più liberi e obliqui, meno usuali.

Quali sono i momenti che più porterai dentro di te di questa trentaquattresima edizione del Festival?

I giovani che affollano le sale. Per me è fondamentale. Non c’è Festival senza un pubblico giovane. Il Festival di trentacinque anni fa ha un pubblico che continua a seguirci, ma è invecchiato, va rinnovato.

Politeama Rossetti Trieste Film Festival

Ci sono tanti festival quasi senza pubblico.

Lo so, non è facile. Ci vuole tanto lavoro per portare la gente in sala, non basta selezionare un buon programma e stare fermi, aspettando che la gente venga a vederlo; bisogna anche saperlo spiegare, promuovere, comunicare, c’è tanto impegno dietro tutto questo. È anche per questo ci vuole una squadra che ti affianchi, non solo nella ricerca dei contenuti, ma anche per catturare quel pubblico che va portato in sala per mano.

Quali prospettive vedi per le prossime edizioni e il cinema dell’est Europa?

Le prospettive sono positive perché questo è un cinema sempre meno marginale. Certo ha gli stessi identici problemi di tutto il cinema europeo, perché, di fatto, un film svedese in sala ha le stesse difficoltà a essere visto di un film rumeno. In Italia, la gente va più facilmente a vedere un film italiano o americano, ma per tutto il cinema europeo autoriale è enormemente complicato trovare una distribuzione e un pubblico. Quindi, mi immagino che in futuro avremo il ruolo di una specie di distribuzione alternativa. Ormai, i festival fanno questo, di fatto, diventano un evento culturale in cui si sa già che film di un certo tipo li vedrai lì o mai più, a meno di un qualche colpo di fortuna su una piattaforma. Di certo rappresentiamo un momento importante in questa catena complicata della distribuzione e della promozione di film.

Di giovane c’è anche la squadra del Festival. Anche questo aiuta lo spirito di rinnovamento.

Anche quest’anno ci sono stati tanti cambiamenti tra i collaboratori del Festival, diciamo che è un work in progress. Nessun festival è di per sé un punto d’arrivo. E tutti quelli che ci lavorano hanno la stessa importanza. Ci sono tanti giovani che collaborano con noi e creiamo un indotto non da poco. Di fatto, un festival in città porta ospiti, è importante anche da un punto di vista economico e turistico, con ricadute importanti in altri settori.

Beatrice Fiorentino e Weronica Czolnowska nella giuria lungometraggi

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