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Stéphan Brizé e la sua “trilogia del lavoro”

Il mondo del lavoro al giorno d’oggi illustrato dal regista francese in tre film: tre storie differenti per un unico, doloroso responso

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Il cinema, nelle storie che racconta, non è realtà in sé. La sua verità è inevitabilmente contrassegnata dall’elemento finzionale; la propria voce mediata dalla messinscena. Nonostante ciò – ed anzi, forse proprio per questo – la realtà che si propone di rappresentare può risultare, una volta riprodotta, ancor più credibile di quanto non lo sia già di per sé. La magia della settima arte si rivela anche per tale paradosso, ponendo lo spettatore al cospetto di una narrazione declinata nella poetica del realismo, che si fa tanto più autentico, quanto più si avvicina all’oggetto osservato.

Stéphan Brizé, regista e sceneggiatore francese, aderisce in pieno al meccanismo descritto per realizzare la sua trilogia del lavoro. Tre film, tre sguardi differenti che ci restituiscono un unico, drammatico responso: sfruttamento, logica del profitto e precarietà esasperata hanno trasformato l’universo dei lavoratori in un vero e proprio gioco al massacro.

Brizé non teme la contiguità, sceglie coraggiosamente di prendere posizione schierandosi al fianco dei suoi protagonisti. Comprende appieno che la sua trilogia, proprio perché “rappresentazione”, può acquistare l’universalità dell’emblema, la potenza della denuncia. Ed è ciò che effettivamente accade: le sue storie, pur traendo spunto dal particolare, hanno la forza rappresentativa di uno j’accuse generale. Non è il fatto raccontato in sé a colpire e scandalizzare, ma la diffusa sub-cultura cannibalistica che lo genera, quella del profitto ad ogni costo.

Da La legge del mercato a Un altro mondo, passando per In guerra

Siamo all’homo homini lupus, dunque. Da una parte, lo sfruttamento dei lavoratori; dall’altra, lo scatenamento di una guerra tra poveri subdolamente innescata dall’alto. È il quadro che emerge sin dal primo capitolo della trilogia, La legge del mercato (2015), storia del precario cinquantenne Thierry (Vincent Lindon) che, pur di garantire la sopravvivenza a sé e alla sua famiglia, dopo una serie di umiliazioni e promesse disattese, accetta di lavorare come vigilante in un centro commerciale, finendo per trasformarsi in aguzzino degli altri dipendenti. Per tale ragione, Thierry sarà ben presto preda di una profonda crisi di coscienza che lo condurrà a un bivio dinanzi al quale scegliere tra interesse personale ed etica.

Non meno cupo e pessimista della prima opera appare il secondo film della serie, In guerra (2018), in cui vengono rappresentate le lotte sindacali di un gruppo di lavoratori in odor di licenziamento, capeggiati da Laurent (Vincent Lindon). Rispetto al taglio personale e intimista de La legge del mercato, qui il cineasta francese mette in scena un racconto collettivo che, non dimenticando di illustrare le spaccature interne al sindacato stesso, rivela, sin dal titolo, un tono decisamente più antagonista e arrabbiato.

È senz’altro il film più politico ed engagé di una trilogia che si conclude con Un altro mondo (2021), in cui l’autore ribalta il punto di vista delle due opere precedenti affidando il ruolo del protagonista al manager Philippe (ancora una volta interpretato da Lindon), chiamato dalla proprietà dell’azienda da lui diretta a licenziare alcuni operai. Il rovesciamento di campo è però solo apparente. L’illusione ottica è un mero strumento rivelatore: preso in mezzo tra le paure dei suoi lavoratori e le pretese dei proprietari, interessati soltanto ai numeri e alle performance, Philippe, una vita familiare devastata dal troppo lavoro, constaterà la propria impotenza, prendendo atto d’essere anch’egli strumento esangue di un apparato avido e soverchiante.

La trilogia di Brizé come denuncia e presa di coscienza

Lo sguardo di Brizé è diretto, duro, radicale. La ricerca di verità sottesa al suo cinema è urgenza autentica, indifferibile. Ne sono testimonianza l’uso concitato della camera a mano – sempre vicina ai protagonisti come a sorvegliarli, a proteggerli – il ricorso ad attori non professionisti e a dialoghi d’impronta naturalista. Sopra ogni cosa aleggia la figura di Vincent Lindon, attore feticcio di Brizé e vera e propria icona della serie. La sua incarnazione in tutti e tre i protagonisti non è soltanto atto di fiducia – peraltro splendidamente ripagato – del regista originario di Rennes, ma presenza metaforica. Identità fisica è identità di condizione; identità di condizione è identità di destino: che si tratti di manager o di operai, tutti sono assoggettati alla medesima, triste sorte.

Con la trilogia del lavoro, Brizé non propone un cinema tematicamente nuovo: Brizé propone un cinema necessario, esattamente com’è quello dei suoi diretti antesignani: Ken Loach, i fratelli Dardenne, il Laurent Cantet di Risorse umane (1999).

Nelle sue pellicole paiono riecheggiare le parole di Elio Petri: “Il cinema non è per un’élite, ma per le masse […] Io credo in un processo dialettico che debba cominciare tra le grandi masse attraverso i film e ogni altro mezzo possibile”. Sì, perché è innegabile che anche nel regista transalpino vi sia l’intento di non fermarsi alla mera rappresentazione della realtà. Ma di provocare attraverso di essa una reazione o  una presa di coscienza. Se è vero che tutti i suoi protagonisti, posti dinanzi alla propria impotenza rispetto alle logiche monstre della legge del mercato, non accettano di venirne soggiogati e di lasciarsi trasformare da individui in numeri. Ma decidono di compiere un ultimo, doveroso atto di ribellione attraverso cui, rimarcando la differenza tra umanità e disumanità, elevano a valore intangibile la propria dignità, che certamente ha un costo ma non un prezzo.

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