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CONVERSATION

‘Toubab’ conversazione con Florian Dietrich e Farba Dieng

Toubab di Florian Dietrich racconta razzismo e tolleranza tra impegno e divertimento. A parlarcene sono regista e attore protagonista

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Film d’apertura del festival del cinema tedesco, Toubab di Florian Dietrich è una commedia che, partendo dalla decostruzione dei generi, affronta temi attuali come quelli del razzismo e della tolleranza tra impegno e divertimento.

L’inizio di Toubab di Florian Dietrich

L’inizio del film, con il protagonista che esce di prigione e si ritrova ad affrontare i fantasmi della vecchia esistenza, è una premessa tipica del cinema di genere. In realtà la struttura narrativa di Toubab trova il suo respiro in un ragionamento che riflette sul rapporto tra diverse categorie filmiche. All’interno del buddy movie, incentrato sulla difficoltà che impediscono ai due amici di cambiare vita, Toubab diventa anche altro: per esempio una commedia degli equivoci, ma anche un film di denuncia.

Florian Dietrich: Il punto di partenza di Toubab, ovvero l’uscita dal carcere del protagonista, è un topos classico di buddy movies come Blues Brothers in cui la scena iniziale annuncia il proposito di una nuova vita. Per me era importante non rimanere legato a un unico genere perché Toubab è anche un film sulla decostruzione della mascolinità e del patriarcato come pure del sistema statale. Farlo presupponeva uno sguardo aperto a diverse prospettive e dunque a una molteplicità di generi.

Toubab parte da un’idea di realtà consolidata arrivando a ribaltarne le premesse. All’inizio la rappresentazione del mondo è grandiosa e spettacolare, con auto di lusso e grattacieli scintillanti. In seguito quella patina si trasforma in una messa in scena a misura d’uomo, restituita da una fotografia meno vistosa e più realistica. Se all’inizio la mdp rispecchia il gigantismo del contesto, esasperando i volumi soprattutto in direzione verticale, nella seconda parte lo sguardo si pone ad altezza uomo.

FD: Per il direttore della fotografia e per me era importante ingrandire il mondo e inserire i personaggi in queste grandi strade. Forse questo è un approccio vecchia scuola. Nel cinema contemporaneo se parliamo di milieu e di giovani che provengono dalla strada devi essere cool come lo sono loro mentre io volevo dare al film un approccio classico nella forma, creando una distanza dal mondo dei personaggi. Durante il film ci sono dei cambiamenti nel modo di lavorare della mdp dovuti anche alla produzione: alla fine delle riprese eravamo un team molto ristretto. Questo ha trasmesso a Toubab una tranquillità e una dimensione privata a cui sono corrisposte riprese di livello più alto, con la camera più vicina ai protagonisti. Da lì in poi il film smette di essere in esterni per acquisire un carattere più intimo.

Il film dal punto di vista dell’interprete principale

Questo succede soprattutto nelle sequenze finali in cui il film si sposta in Senegal dove assistiamo alla reunion dei protagonisti. In quel momento vengono meno le premesse della storia: le immagini non sono più un’estensione del materialismo dei protagonisti, ma ne abbracciano la nuova spiritualità. Come hai affrontato il cambiamento emotivo del tuo personaggio? 

Farba Dieng: Non sono un attore che ha frequentato una scuola di recitazione: apprendo da chi mi sta accanto e per esempio dai colleghi con cui condivido il set. Posso dire che la cosa importante è sentire le emozioni che fanno parte del mio personaggio. Solo così per me è possibile interpretarle davanti alla mdp. Abbiamo costruito il protagonista assieme al regista parlando di come dovesse apparire forte per poi diventarlo sempre meno allorquando diventa una persona maggiormente riflessiva.

In un periodo in cui la commedia internazionale fatica a rinnovare il suo format tu lo hai fatto provando a ragionare sui generi e in particolare sul buddy movies, suggerendo come dietro l’amicizia virile tipica dei protagonisti di questi film ci sia qualcosa di più. Un po’ per ragioni narrative, un po’ per tua volontà, di fatto la relazione tra i due amici è quella che si instaura tra due innamorati.

FD. Sono d’accordo con te, penso proprio che in Toubab ci sia una decostruzione di questo tipo di film e allo stesso tempo la loro celebrazione, ma quello che era importante, come ho già detto, è che alla fine le convenzioni relative all’amicizia, al matrimonio e a questo tipo di bromance vengono portate a un livello superiore in cui tutto è possibile.

Le tematiche di Toubab di Florian Dietrich

Toubab afferma l’importanza delle emozioni e dei sentimenti rispetto alle regole e alle origini culturali.

FD. In un certo senso questo è il messaggio del film. Naturalmente il nostro compito come società è quello di cambiare il mondo e finché c’è l’amore e l’amicizia possiamo affrontare quanto accade alle persone in certi paesi razzisti.

A un certo punto ci fai vedere due sequenze simili nella forma, ma di segno opposto. La prima è quando il protagonista si reca dalla polizia per avere indietro il passaporto e tu mostri una famiglia di cittadini extracomunitari che camminano per la strada trasmettendoci il sentimento di accoglienza che li circonda. Nella seconda, invece, quella in cui il protagonista ritorna sui suoi passi  dopo aver avuto notizia del prossimo espatrio, la famiglia è scomparsa e al suo posto campeggia il simbolo della Comunità Europea, simbolo di una società  incapace in questo caso di assicurare un sistema equo e giusto per tutti i cittadini.

FD. La guerra in corso è spaventosa e orribile, capace di mettere in discussione il sistema europeo in un modo che altri conflitti non erano riusciti a fare. Allo stesso tempo è straordinario come la Germania e la Polonia abbiano aperto i loro confini per dare l’opportunità alle persone di lavorare. La stessa cosa non era successa durante la guerra in Siria i cui rifugiati venivano respinti alla frontiera dei paesi a cui chiedevano asilo. Questo ci fa vedere quanto razzista sia questo sistema e il suo modo di pensare. Il protagonista del lungometraggio è nato in Germania, ciononostante soffre per qualcosa che tra molti anni accadrà ad altre persone nate nello stesso luogo. È necessario cambiare il sistema altrimenti la Storia non smetterà di ripetere la sua tragedia.

L’approccio di Farba Dieng per Toubab

Prima hai parlato di feeling. Mi chiedo se nella recitazione tu faccia ricorso anche al ricordo di esperienze vissute?

Farba Dieng: In questo caso ho fatto quello che sentivo per entrare nel ruolo, per fare le mosse giuste e per entrare nella mente del personaggio. Prima di girare sono stato seguito da un coach che mi ha insegnato a camminare e a muovermi come avrebbe dovuto fare il mio alter ego.

La commedia Toubab di Florian Dietrich

Toubab è una commedia piena di divertimento, ma attraversata da alcune scene drammatiche in cui il sangue entra in campo in maniera cruda e reale. Mi riferisco per esempio a quando scorre dal naso del protagonista dopo aver urtato la porta del balcone.

FD. Credo che le buone commedie nascano sempre dalla sofferenza. Se i personaggi sono molto forti e dinamici, ma avvertono il dolore e si comportano in maniera coraggiosa questo è qualcosa che può emozionarti e allo stesso tempo divertirti in quanto ti aspetti sempre che accada qualcosa di imprevisto. Per me le buone commedie non devono essere divertenti, ma derivare da un dolore anche fisico ed emotivo. La cosa può sembrare crudele, ma è l’essenza delle esperienze umane. Durante la nostra collaborazione non volevo che Farba recitasse una commedia, ma che facesse sue le emozioni buone e cattive previste dalle situazioni che avevamo creato. Certi passaggi possono sembrare divertenti, ma non era nostra intenzione ottenere questo risultato.

Farba Dieng: Per quanto mi riguarda ho pensato a interpretare la vita. Abbiamo due persone disperate e il film ce le mostra mentre lottano per sopravvivere. Di fatto non è una premessa divertente.

Riferimenti al cinema francese

Il richiamo iniziale ai mainstream americani si trasforma un poco alla volta al gusto del cinema francese in cui si riesce a parlare con leggerezza di grandi problemi senza perdere la profondità dell’analisi.

FD. Credo che i primi sei, sette minuti del film siano un inizio molto mascolino dove si celebrano gangsters che escono di prigione e si muovono per la città fermando il traffico e festeggiando alla loro maniera. Per me questo è stato il modo per rappresentare un tipo di  mascolinità tossica. Dopo che il protagonista riceve il comunicato di espulsione è come se il film aprisse un’altra porta perché insieme all’amico devono trovare una via d’uscita. L’unica soluzione è quella di avvicinarsi uno all’altro e trovare un’altra immagine di loro stessi: dal classico gangster movie il film vira a qualcosa di più personale e di privato, focalizzandosi su loro due e sulle strane situazioni che si trovano a vivere. Il risultato porta la storia tra la tragedia e la commedia, mix che il cinema francese sa amalgamare molto bene.

Una lezione appresa dalla grande commedia italiana in cui ad alternarsi erano sempre riso e pianto.

FD. Sì, quella era una commedia che per prima aveva capito il segreto della vita.

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Toubab

  • Regia: Florian Dietrich