Connect with us

INTERVIEWS

Film Festival Diritti Umani Lugano: intervista al direttore artistico Antonio Prata

I diritti umani, sempre più al centro della nostra vita, sono il fulcro attorno al quale ruota il Film Festival Diritti Umani Lugano che quest'anno presenta un programma ricco, con tanti riferimenti alla situazione di emergenza attuale e, proprio per l'occasione, si sposta in alcune città per avvicinarsi il più possibile al pubblico.

Publicato

il

Film Festival Diritti Umani Lugano

Lugano (e non solo) è pronta ad accogliere il cinema dal 14 al 18 ottobre per il Film Festival Diritti Umani Lugano (qui per un’analisi del programma). Quest’anno, data la situazione attuale, il festival sarà diffuso, cioè si svolgerà per cinque giorni attraverso il Cantone, comprendendo anche Locarno, Bellinzona e Mendrisio. A spiegarci qualcosa in più sul festival il direttore artistico Antonio Prata.

In questo periodo, ancora di più data la situazione che stiamo vivendo, i diritti umani sono sempre più al centro della nostra vita. In che modo si pone il festival in quest’ottica? Al di là dell’attuale emergenza qual è l’impronta del Film Festival Diritti Umani Lugano?

Sicuramente l’esperienza che abbiamo vissuto con la pandemia, e che stiamo ancora vivendo in qualche modo (e faccio riferimento all’isolamento e al confinamento che abbiamo subito nei mesi della scorsa primavera), qualche indicazione, in questo senso, ce l’ha data. Ci siamo interrogati sulla questione sanitaria, ma anche sul concetto stesso di libertà individuale che è stato messo a dura prova. Quindi si può dire che questi sono sicuramente gli elementi principali che collegano la nostra società e questa situazione ai diritti umani. Ci siamo isolati tantissimo e ripiegati in noi stessi pensando che il nostro fosse l’unico vero problema mondiale. Invece intorno a noi c’erano e ci sono, forse ancora più di prima, altri problemi. Tanti popoli, che soffrono la violazione dei diritti umani, l’hanno subita comunque anche quando noi eravamo rinchiusi nel nostro problema. Adesso c’è bisogno di ricollegarsi al resto del mondo perché quello che succede intorno a noi ci appartiene ed è fondamentale, proprio per questo, essere collegati. E per cominciare a fare questo da qualche parte e in qualche modo bisogna ricominciare. Pensiamo e speriamo che questo festival possa essere un piccolo passo verso questa riapertura.

Film Festival Diritti Umani Lugano

Cosa significa fare un festival come in un periodo del genere? Ho letto che, ad esempio, non saranno possibili gli incontri con le scuole. Ci sono altri stravolgimenti particolari legati all’emergenza?

I cambiamenti a causa della pandemia sono diversi. Quello principale è la difficoltà di spostamenti. E, per questo, abbiamo pensato di avvicinarci noi alle persone attraverso un’edizione più diffusa su tutto il territorio. Negli anni precedenti eravamo soltanto in una o due sale luganesi. Quest’anno diffonderemo il festival distribuendolo un giorno per città: quindi saremo un giorno a Lugano, un giorno a Locarno, un giorno a Mendrisio e uno a Bellinzona. Essendo un festival luganese sia l’apertura che la chiusura (mercoledì e domenica) saranno comunque a Lugano, nella città dove è nato il festival. Questo è il cambiamento più forte e importante. E lo abbiamo fatto anche per avvicinarci ai giovani dal momento che gli istituti scolastici non se la sono sentita di organizzare attività extrascolastiche, come la partecipazione a questo festival. Ovviamente la frequenza di quest’anno sarà messa a dura prova dalla situazione che stiamo vivendo. Ma noi siamo comunque organizzati e preparati nel rispetto delle norme.

Anche a livello di tematiche affrontate nei film l’emergenza attuale è una delle principali dal momento che ci sono titoli che tratteranno proprio questo argomento. Quindi si può dire che i film e le tematiche legate a questo sono stati comunque influenzati dall’emergenza? La scelta e la selezione è dipesa molto da questo?

Bisogna partire dal presupposto che per noi il cinema è fondamentale perché crediamo nella forza del cinema. Solitamente ogni anno accade che durante la selezione emergono delle tematiche che trovano da sole un fil rouge ed è anche questa la magia del cinema. Quest’anno, man mano che sceglievamo i titoli, veniva fuori il discorso dei corpi; il fatto che ognuno di noi è contenuto in un involucro che si chiama, appunto, corpo. Purtroppo, però, sembra che questo corpo sia scomparso in questi mesi di pandemia o che comunque non abbia avuto più quella rilevanza fondamentale che aveva sempre avuto dal momento che poteva essere sostituito dalla tecnologia. I film hanno fatto emergere in questo senso l’importanza dell’esserci. Il corpo è, quindi, un fattore importante anche per lottare a favore dei diritti e contro le violenze, verbali e fisiche, ma in generale qualsiasi tipo di violazione dei diritti umani. E alcuni film ce lo fanno capire in maniera molto diretta, come We have boots su Hong Kong dove si parla di una ribellione verso il governo cinese iniziata anni fa. Allo stesso modo anche Welcome to Chechnya, film d’apertura del festival e molto forte sull’assurda e insensata persecuzione del governo ceceno contro la comunità LGBTQ e gli attivisti.

Il corpo, che è stato individuato come fil rouge dei film e delle tematiche affrontate da questi, è anche il protagonista del momento attuale dal momento che la speranza, nel realizzare festival del genere in presenza, è proprio quella di avere dei corpi.

Noi crediamo di dover mantenere le distanze anche se in questo modo soffriamo. Non è la distanza che aiuta ad essere solidali, ma dobbiamo farlo ed è giusto farlo. A tal proposito, scorrendo il programma, mi cade l’occhio su One more jump. Si tratta di un film con protagonisti dei ragazzi di Ghaza che praticano il parkour, sport caratterizzato da salti acrobatici in corsa. E loro lo fanno in uno scenario paradossale, sotto bombardamento o comunque di limitazione della libertà. Simbolicamente sono dei corpi che non si fermano, ma tentano di saltare la difficoltà per andare oltre, verso un sogno. È un film di un regista italiano, Emanuele Gerosa, che avremo ospite venerdì sera a Locarno insieme ad uno dei protagonisti del film.

E a proposito degli eventi speciali? Cosa puoi anticipare su Jason DaSilva e Isa Dolkun?

Quest’anno il premio Diritti Umani per l’autore lo daremo a Jason DaSilva, a cui dodici anni fa è stata diagnosticata una sla progressiva. Nonostante questo continua a fare il regista e dedica i suoi film alla sua malattia per cercare di capire se ci sono dei modi perché anche le persone diversamente abili come lui possano vivere in una società migliore rispetto a quella attuale, soprattutto negli Stati Uniti. Questo film ci serve, quindi, per parlare di sanità, ma non solo. Purtroppo quest’anno daremo il premio a distanza perché Jason DaSilva non è potuto venire, data la situazione attuale. Lo contatteremo e gli consegneremo il premio domenica pomeriggio. Ci sarà, poi, anche Isa Dolkun, presidente del congresso mondiale internazionale per la difesa degli Uiguri, una piccola popolazione in rapporto allo stato cinese che sta subendo un genocidio e un confinamento fisico e della libertà da parte del governo cinese. È una popolazione che rivendica la propria indipendenza. Isa Dolkun rappresenta questa volontà della popolazione e sarà ospite al dibattito dopo la proiezione di We have boots che avrà luogo a Lugano domenica pomeriggio 18 ottobre.

Sulla base del programma e dei film presenti si può dire che quella che è stata fatta dal Film Festival Diritti Umani Lugano è una selezione il più possibile inclusiva, non solo a livello di temi, ma anche di paesi rappresentati. Di conseguenza immagino che anche il pubblico sia il più eterogeneo possibile sotto tutti i punti di vista.

È eterogeneo perché è un festival di cinema sui diritti umani ed è il cinema che deve dare suggerimento. Noi non scegliamo mai tematiche a priori, ma lasciamo che siano i film e l’offerta cinematografica dell’anno (si tratta sempre di film che hanno un anno, massimo due anni di vita) a scegliere. Uno è, ad esempio, Yalda, a night for forgiveness che presenteremo sabato sera a Lugano alla presenza del regista. Cerchiamo di avere a che fare con delle ultime proposte cinematografiche anche perché sono quelle che spesso fanno stare più nell’attualità. E poi non abbiamo solo documentari, ma cerchiamo sempre dei film di finzione, anche se non è facile. In questo senso, quindi, è un festival molto eterogeneo perché c’è una ricerca di variare anche sulle tematiche e di non focalizzarsi solo su un paio di realtà.

Ci saranno poi anche eventi “collaterali”. Cosa ci puoi dire di questo?

Ci sarà una mostra fotografica Lasting Footprints, organizzata insieme alla città di Lugano e al dipartimento federale degli Affari Esteri. Si tratta di una mostra itinerante che si svolge all’aperto al centro della città di Lugano. Tratta la problematica delle mine a grappoli, un argomento su cui la Svizzera lavora in modo particolare a livello diplomatico e a livello internazionale. In questo senso, oltre a questa mostra, sabato 17 ottobre alle 14.45 faremo vedere Into the fire su dei ragazzi che sminano i territori da queste mine pericolose. Poi ci sarà un dibattito al quale interverrà anche Carla Del Ponte, presidente del nostro consiglio onorario. E ci saranno diverse rappresentanze che conoscono molto a fondo questa tematica.

Per quanto riguarda titoli relativi al discorso della pandemia c’è qualcosa che parla direttamente di questo?

Sulla pandemia c’è un collegamento immediato e diretto che forse è anche uno dei primi documenti girato in Europa e che noi siamo contenti di presentare in prima mondiale. Mi riferisco a Ritorno in apnea di Anna Maria Selini, girato interamente a Bergamo durante il lockdown. La regista bergamasca vive a Roma da tanti anni, ma per l’occasione ha voluto raggiungere la sua città. Lei è una giornalista, ma qui la situazione, a mano a mano che ci si addentra nel film, è sempre più personale e il dolore e il trauma collettivo vengono sempre più interiorizzati dalla stessa regista durante il film. È un lavoro molto sofferto, in certe situazioni anche intimo e desolante. La regista e il produttore saranno presenti al dibattito dopo la proiezione al quale sarà presente anche una filosofa per analizzare il concetto di libertà.

Per quanto riguarda il programma del Film Festival Diritti Umani Lugano ci sono dei titoli a cui prestare particolare attenzione?

Noi chiudiamo con I am Greta su Greta Thunberg. Non potevamo non parlare di lei e prendere questo film per stare vicino alle nuove generazioni. Io penso a loro in maniera molto positiva soprattutto quando ci sono esempi come Greta Thunberg. Questa è una generazione che ha delle difficoltà, soprattutto dal punto di vista individuale, perché vivere questi tempi a quell’età non è facile, ma ha anche delle uscite e dei modi di vedere la realtà che possono aiutare per un cambiamento. Infatti è una delle poche persone che è riuscita a dare un segnale importante. E questo film la mette a nudo, entrando anche nella sua vita privata e nella sua quotidianità con i suoi limiti e le sue paure. Quindi anche se non ci saranno le scuole, noi cercheremo di essere comunque vicini e collegati a loro. Poi c’è Yalda, a night fo forgiveness. probabilmente il nostro fiore all’occhiello. È difficile trovare un film di finzione che parli, in maniera forte e diretta, di aspetti relativi ai diritti umani e sabato sera alle 20.30 ci sarà anche il regista presente in sala. Vorrei, poi, ricordare anche Nasir e Infoyer nei quali si parla di discriminazione religiosa e racconto della lotta delle ribelli curde contro l’isis. Sono tutte situazioni in cui emergono i diritti di un’umanità, ma anche i diritti spesso negati alle donne. Diversi sono i film che parlano anche di questo, che vanno verso il femminile anche dal punto di vista delle tematiche.

Sono Veronica e qui puoi trovare gli altri miei articoli