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Westworld 3: dove la libertà è un’illusione

La terza stagione del serial reinventato da Nolan mette in campo nuovi personaggi e si arricchisce di tematiche e spunti

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Il Labirinto ha condotto fino al disvelamento de La Porta, per entrare alla fine ne Il Nuovo Mondo. Sono i titoli, icastici ed enigmatici delle stagioni di Westworld, la creatura di Michael Crichton che nelle mani di Jonathan Nolan è diventata una delle serie più belle ma soprattutto più importanti e significative di questo nuovo millennio. Anticipando problemi e baratri psicotici, lo scrittore aveva portato i robot fino al livello emotivo degli umani: il Westworld di Nolan va invece più in là, studia il senso dell’identità attraverso il confronto, speculare e vertiginoso, tra l’uomo e il suo riflesso (la macchina). E questa terza stagione sta qui a dimostrare quanto ancora ci sia da dire.

Un mondo nuovo o un nuovo mondo?

Tutto il significante potrebbe partire e forse finire nei (bellissimi) titoli di testa. In quelli della prima stagione avevamo un cavallo che metteva in campo l’epopea western: da dove tutto è partito, il parco a tema con cowboy spietati e senza scrupoli; ancora, due corpi che si abbracciavano in un coito disperato e disumano, a simboleggiare l’inizio dell’impossibile convivenza tra uomo e robot; e, infine, c’era il disvelamento della finzionalità tecnologica dei robot, e una pupilla che simboleggiava il tentativo di vedere oltre che solo guardare. Un cappello nero, quello de L’Uomo In Nero, oscurava il sole.

Nella seconda, il cavallo era sostituito da un bufalo, come a dire che le cose si facevano più “pesanti”: e l’animale infatti sfondava una vetrata. Poi una natività, che rimandava al tema di Maeve alla ricerca di sua figlia ma anche della Porta; e alla fine un’anatomia artificiale che si immergeva in un liquido oscuro. Dopo un’attesa che poteva sembrare infinita, eccoci arrivati oggi al Nuovo Mondo: che nuovo lo è e anche in sensi molteplici.

Un animale di aria, prima di tutto, nella sigla: un’aquila per un cambio assoluto e repentino, come più veloce è il montaggio della sigla stessa. Un ritmo più frenetico, due figure che si specchiano l’una nell’altra, un corpo che rivela alla fine la sua natura robotica, l’aquila che arriva al sole e come Icaro inizia a squagliarsi, e nell’acqua rossa si immerge una nuova figura. Un nuovo modo di rapportare uomo/robot? Una nuova versione di androidi? La caduta di Dolores? La definitiva scomparsa dei robot?

È tutto qui dentro, in queste immagini intercambiabili che da cinque anni ormai aprono una delle riflessioni artistiche più interessanti e impegnative sul senso dell’essere umano nel nuovo millennio, il recap dei temi che Westworld 3 andrà ad affrontare: un mondo proprio nuovo su tutto, perché usciti fuori dal parco (e dai giochi) era ora di cambiare le carte in tavola.

Se la seconda stagione ha corso il rischio di avvitarsi su sé stessa, stretta tra cunicoli di sottotrame e svicolamenti spazio-temporali, era allora necessario un cambio di passo, che narrativamente è conciso con una sorta di reboot della serie in termini visivi e narrativi: Maeve e Dolores sono scappate e sono libere nel mondo fuori, e ora non ci sono più i residenti che devono difendersi dagli ospiti, ma l’esatto contrario. Se il personaggio di Maeve continua a la sua odissea emotiva (e ad oggi, fino al bel The Absence Of Field, s3e03, è apparsa molto poco), è quello di Dolores il perno su cui continuano a girare i fatti più importanti che portano avanti la trama.

Una trama che solo apparentemente cambia marcia, in realtà è la prospettiva a mutare: come se tutto l’impianto strutturale ruotasse su sé stesso cambiando il punto di vista, fermo restando il suo baricentro tematico, l’identità e la sua natura. Se le prime due seasons di Westworld allora marciavano frammentando la realtà in varie linee temporali e conseguenti linee narrative, adesso questa terza guadagna in linearità e compie un percorso orizzontale, senza rinunciare ad una massiccia dose di enigmi e misteri.

Nelle prime due stagioni erano gli uomini che, con tutta la portata del loro Male, mostravano ai robot la loro vera essenza: adesso si ribalta la situazione, e sembra proprio saranno i robot a far capire all’uomo cosa è lui in realtà, dove è arrivata la sua evoluzione, a cosa lo ha portato.

Un cigno nero a Westworld

Westworld 3 è come un bambino diventato adulto: porta su di sé i segni della sua essenza ma si mostra cambiato. La scenografia si allarga fino ad abbracciare un intero mondo, che appare più futuribile di quanto potessimo pensare: siamo in un futuro remoto e non prossimo, e il nostro senso di spaesamento è quello di Charlotte Hale, personaggio che solo noi spettatori sappiamo essere morto alla fine della seconda stagione ed essere ora solo un involucro che porta dentro di sé i ricordi e la personalità di un personaggio misterioso da scoprire.

Così come il paesaggio geografico, anche il parco personaggio si allarga come in tanti cerchi concentrici, ma ci pensa una sceneggiatura solida a piazzare al centro Engerraund Serac (la new entry Vincent Cassel) per legare tutte le trame in sospeso e chiuse: potentissimo uomo d’affari che fin dalle prime puntate del serial aveva piazzato le sue pedine all’interno del parco di Westworld per poter rubare i codici delle sue creazioni, così da assimilarle al suo Rehoboam, un supercomputer che immagazzina le personalità degli uomini per riuscire a prevederne il futuro, così da controllarli. Ed è proprio con questo interessante twist narrativo che Nolan riesce a dare coesione alla sua creatura, tenendo ferma la trama nonostante la nuova pelle che la stagione in corso sembra voler assumere: la ricerca incessante del potere attraverso la replica e il controllo delle emozioni, l’inseguimento del senso profondo dell’essere umano così da replicarlo e soppiantarlo.

Libero arbitrio, determinismo, estetica futurista, sono ancora i temi centrali attorno ai quali si svolge la trama labirintica di questo serial: debitore sicuramente di tanti suoi predecessori (Lost in primis), ma sicuramente origine di una ricerca incessante per inquadrare e capire l’umanità post tecnologica a confronto con sé stessa. E si diceva del libero arbitrio: che come per i robot nel pardo, gli “hosts”, anche per l’uomo non sembra essere così libero: ed è incanalandosi su questo concetto basilare, semplice ma profondissimo, che Westworld mostra il fascino nichilista della scoperta dei grandi temi dell’essere umano, seguendo il percorso della presa di coscienza dei protagonisti -che prima valeva solo per gli automi, come Dolores, Maeve o Arnold, e adesso sta riverberando anche sugli uomini, Caleb in testa-e arrivando a presentare come una vera e propria epifania ciò che noi diamo per scontato nella nostra quotidianità. Westworld, e quindi Jonathan Nolan, dimostrano allora di avere la capacità ammirevole di sapersi riformulare in continuazione pur rimanendo coerenti con sé stessi: rinunciando alla matassa di trame frammentate in piani temporali diversi (uno dei punti deboli e insieme forti delle prime due stagioni), non smette di stupire per complessità di ordito narrativo e significante etico.