In fuga dal mondo: la recensione di Senza lasciare traccia, il nuovo film di Debra Granik

Nel rifuggire il patetico e il commovente, Debra Granik tratteggia il rapporto tra padre e figlia con una dolcezza che Ben Foster e Thomasin McKenzie restituiscono più con gli sguardi e i silenzi che con le parole. Rigoroso fino all’insostenibile Senza lasciare traccia fa della coerenza il motivo del proprio fascino

  • Anno: 2018
  • Durata: 108'
  • Distribuzione: Adler Entertainment
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Debra Granik
  • Data di uscita: 08-November-2018

In un cinema senza compromessi, come quello a cui ci ha abituati Debra Granik, non stupisce di ritrovarsi di fronte alla scena che stiamo per raccontare. Prima di scriverne è necessario un preambolo utile a stabilire il nesso che lega i personaggi alla sequenza in questione. Prima di quel momento Senza lasciare traccia aveva raccontato di un padre e di una figlia in fuga dal mondo, costretti  a lasciare il romitaggio e a rientrare nei “ranghi” per iniziare il percorso di inserimento nel contesto civile. Una rieducazione tutt’altro che indolore, per  il ritorno a pratiche di una vita civile e sociale a cui Will e Tom volutamente rinunciato.

Nel tradurre in immagini il malessere dei protagonisti, Granik rinuncia all’apparato retorico narrativo a cui di solito è conferito il compito di ricomporre il percorso esistenziale dei personaggi e, quindi, di entrare nei particolari in grado di spiegare le ragioni della loro condizione. In questo senso, il passaggio di cui parlavamo risulta esplicativo: in esso la violenza psicologica subita dal genitore – e, di riflesso, dalla figlia – viene trasfigurata nella modifica dell’ambiente naturale da parte delle macchine agricole, riprese in dettaglio mentre disboscano la foresta di abeti necessari a rifornire il mercato di alberi di Natale. Non si fraintendano le intenzioni della regista, la quale nell’ascrivere la fenomenologia del disagio nella sfera dei rapporti umani resiste alla tentazione di rendere una visione manichea della realtà, dividendo gli uomini in vittime e carnefici.

All’oltranzismo di Will, Senza lasciare traccia risponde nei fatti con una compassione e un senso di accoglienza lontani dal ritratto oscurantista e degradato della provincia americana, alla quale, invece, l’autrice regala una bellezza selvaggia e aspra come quella della foresta attraversata dai protagonisti. Come succedeva ne Un gelido inverno, anche qui il nucleo del racconto ruota intorno al tema della disgregazione famigliare intesa non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico, essendo quello di Will un deragliamento prima emotivo e poi materiale. Nel rifuggire il patetico e il commovente, Granik tratteggia il rapporto tra padre e figlia con una dolcezza che Ben Foster e Thomasin McKenzie restituiscono più con gli sguardi e i silenzi che con le parole. Rigoroso fino all’insostenibile Senza lasciare traccia fa della coerenza il motivo del proprio fascino.

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